Cantico per Manfredonia. “Il Re Manfredi non è un premio ma un monito a non mollare mai!”


«Ci sono città che aspettano il futuro. E ci sono città che, una sera d’estate, decidono di diventarlo.». Il mare, quella sera, aveva un colore che non apparteneva alle stagioni.

Sembrava il blu antico delle promesse mantenute. Restava immobile davanti a Manfredonia come un vecchio re che, dopo avere attraversato guerre, tempeste e silenzi, fosse tornato a sedersi davanti alla sua casa per ascoltare il racconto dei propri figli.

Forse fu per questo che nessuno ebbe davvero la sensazione di assistere a una cerimonia. Era piuttosto una restituzione.

La città restituiva a sé stessa la propria anima.

Da troppo tempo il Sud viene raccontato come un luogo che manca sempre di qualcosa. Manca lavoro. Mancano opportunità. Mancano treni. Mancano industrie. Manca futuro.

Quasi mai qualcuno racconta ciò che invece abbonda. La dignità. La memoria. Il talento. La capacità ostinata di restare umani.

Il Premio Internazionale di Cultura “Re Manfredi” ha avuto il coraggio di capovolgere il racconto.

Per una notte Manfredonia non è stata una periferia. È diventata un centro di gravità. Non della geografia. Dello spirito.

Più di mille persone hanno scelto di sedersi davanti al mare per ascoltare storie. È un fatto apparentemente semplice. Eppure, nel tempo in cui tutti parlano e pochi ascoltano, è forse il gesto più rivoluzionario rimasto.

La Fondazione “Re Manfredi”, guidata con paziente lungimiranza da Michele De Meo, insieme alla famiglia Gelsomino e a Damiano, che dell’impresa hanno fatto una forma di mecenatismo contemporaneo, non hanno organizzato un evento.

Hanno costruito un luogo. Per qualche ora è esistita una città nella città. Una patria provvisoria dove il merito non divideva, ma univa. Dove nessuno era più importante degli altri perché ogni storia trovava il proprio posto dentro una storia più grande.

Così arrivò il giornalista che continua a cercare la verità come un marinaio cerca il faro nelle notti senza luna.

L’imprenditore che parlava della propria azienda con la tenerezza con cui si parla della famiglia.

Il medico che, dopo avere sfidato migliaia di volte il confine tra la vita e la morte, continuava a pronunciare la parola speranza con la naturalezza di un bambino.

Il generale che, conoscendo il peso delle guerre, indicava la pace come la più alta forma di coraggio.

L’uomo di televisione che trasformava l’informazione in memoria.

Lo scienziato che ricordava come la conoscenza sia soltanto un altro modo di amare l’uomo.

L’attrice che restituiva al teatro la sua funzione più antica: insegnare agli uomini a guardarsi negli occhi.

Le donne che, attraverso l’innovazione, la solidarietà e le istituzioni, dimostravano che il futuro ha imparato da tempo a declinarsi anche al femminile.

Il manager partito dalla Capitanata per attraversare il mondo senza mai smettere di portare dentro di sé il profumo della propria terra.

La cultura, quella sera, aveva molti nomi.

Ma possedeva un solo volto. Quello dell’umanità. E poi arrivò il momento più silenzioso. Quello che nessuno aveva previsto.

Sul grande schermo comparve Renzo Arbore.

Il corpo era lontano. L’affetto era vicinissimo. La malattia aveva impedito il viaggio. L’emozione lo aveva compiuto lo stesso.

Ci sono uomini che riescono a essere presenti persino nella loro assenza. Arbore appartiene a questa rara famiglia dello spirito.

Intanto il sorriso correva leggero grazie a Uccio De Santis, perché anche il riso possiede una sua forma di saggezza. Pinuccio rompeva il ghiaccio con l’ironia intelligente, mentre Antonino lasciava che fossero le canzoni a raccontare ciò che le parole non riuscivano più a contenere. L’Orchestra ICO Suoni del Sud faceva respirare la Puglia attraverso la musica. Elisa Barucchieri disegnava il vento con il corpo dei suoi danzatori. Antonio Stornaiolo e Carla De Girolamo accompagnavano il pubblico come si accompagna un pellegrinaggio.

E Michele Ripabella…

No. Di lui bisogna dire altro. Ci sono uomini che presentano. E uomini che custodiscono. Lui custodiva.

Custodiva il tempo. Le emozioni. Le pause. I silenzi.

Con quella misura che appartiene soltanto a chi conosce il teatro e sa che il protagonista non è mai chi tiene il microfono, ma chi consegna il proprio cuore agli altri.

Anche il sindaco Domenico La Marca, lasciando affiorare la propria emozione, ricordava che amministrare una città significa, prima di tutto, amarla. Miky De Finis parlava di capitale territoriale. Una definizione perfetta.

Perché il capitale più prezioso di un luogo non è quello custodito nelle banche. È quello custodito nelle coscienze.

È ciò che ogni giorno continua a seminare, insieme al Comitato Tecnico Scientifico formato da Andrea Prencipe, Giuseppe D’Urso, Nicola Tattoli e Rocky Malatesta.

Quando tutto sembrava concluso, accadde ciò che nessun programma avrebbe potuto prevedere.

La gente rimase. Nessuno aveva fretta. Come se ciascuno avesse intuito che andarsene troppo presto avrebbe significato interrompere un sogno.

Forse è questa la missione più alta della cultura. Non insegnare. Non convincere. Ma rallentare il tempo. Permettere agli uomini di riconoscersi.

Ricordare a una comunità che la bellezza non è un lusso. È un’infrastruttura invisibile. Sostiene le case. Tiene in piedi le famiglie. Fa nascere imprese migliori. Genera istituzioni più giuste. Educa alla pace. Restituisce dignità ai luoghi. Fa tornare i figli. Per anni ci siamo chiesti come salvare il Sud.

Forse abbiamo sbagliato domanda.

Il Sud non ha bisogno di essere salvato. Ha bisogno di essere raccontato nella sua verità. E la verità è che esistono sere nelle quali una città riesce a diventare più grande della propria geografia. Più grande dei propri confini. Più grande perfino del proprio tempo.

 Il quattro luglio, a Manfredonia, è accaduto questo.

Il mare continuava a muoversi come sempre. Eppure chi era presente giurerebbe che, almeno per una notte, imparò ad applaudire anche lui. Perché ci sono applausi che finiscono. E ce ne sono altri che continuano a risuonare dentro una città molto tempo dopo che l’ultima luce del palco si è spenta.

Sono gli applausi della memoria.

Gli unici che non conoscono sipario.

Grazie a Carla De Girolamo, Antonio Stornaiolo, Francesco Giorgino, Francesco Casillo, Luca Goretti, Uccio De Santis, Paolo Di Giannantonio, Luigi De Vivo, Rita De Padova, Mariarita Costanza, Michele Mirabella, Licia Lanera, Vincenzo D’Angelo, Renzo Arbore, Rossella Santoro, Fiorenza Pascazio, Micky De Finis, alla famiglia Gelsomino, a Michele De Meo e benvenuti in un territorio che ontinua a credere nel valore delle idee.

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