Dà in escandescenze dentro un locale notturno e aggredisce uno dei poliziotti intervenuti: inizia il processo per Antonio Di Silvio detto “Sapurò”
Il processo, dinanzi al secondo collegio penale del Tribunale di Latina, composto dai giudici Zani-Trapuzzano Molinaro-Naso, per le minacce mafiose ai poliziotti da parte di Antonio Di Silvio detto “Sapurò” è entrato nel vivo oggi, 7 luglio, con l’escussione dei primi testimoni. Nella scorsa udienza di maggio, il processo ha preso due vie: da una parte Antonio Di Silvio, difeso dagli avvocati Leone Zeppieri e Alessandro Diddi, dall’altra la compagna, Stefania Buono, assistita dall’avvocato Alessandro Farau, per la quale il primo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Eugenia Sinigallia, ha chiesto la richiesta di messa alla prova. Il Tribunale ha rinviato al prossimo 13 ottobre solo per la donna, la cui posizione è stata stralciata, quando si definiranno i contorni della messa alla prova con l’Uepe, Ufficio per l’esecuzione penale esterna. La messa alla prova aveva subito in precedenza un rigetto dal pubblico ministero Francesco Gualtieri, il quale ha reiterato il medesimo rigetto.
Negli scorsi mesi, il Tribunale del Riesame di Roma, per due volte, ha respinto la richiesta dei legali difensori del 45enne Antonio Di Silvio detto Sapurò e confermato la misura della custodia cautelare in carcere. Il ricorso chiedeva l’annullamento dell’ordinanza o la sostituzione della misura custodiale.
Antonio Di Silvio è accusato di lesioni, minacce e resistenza a pubblico ufficiale, tutti reati aggravati dal metodo mafioso. Il secondo ricorso al Riesame si è originato con il fatto che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, lo scorso 2 dicembre, nello scarcerare la compagna di Sapurò, Stefania Buono, aveva emesso una ulteriore ordinanza di custodia cautelare in carcere per il 45enne.
Lo scorso 19 novembre, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, aveva convalidato gli arresti di Antonio Di Silvio detto “Sapurò” e della compagna Stefania Buono (53 anni), disponendo per loro un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il magistrato aveva riconosciuto per entrambi il metodo mafioso, tanto che il fascicolo è stato inviato per competenza al Tribunale di Roma, che tratta i reati aggravati dal 416 bis.
Nella notte tra sabato 15 novembre e domenica 16 novembre, in un noto locale di Latina, in Strada Nascosa, Antonio Di Silvio detto “Sapurò” – fratello di Costantino Di Silvio detto “Patatone” (in carcere da anni per l’omicidio Buonamano) e figlio maggiore di Ferdinando Di Silvio detto “Il Bello”, ucciso con un’auto bomba sul lungomare di Latina – e la compagna Stefania Buono erano stati arrestati con l’accusa di minacce e resistenza a pubblico ufficiale.
Il 45enne, mentre era all’interno del locale notturno, intorno alla chiusura della serata, si era scagliato contro la compagna. Ne era nata una lite a colpi di offese e urla, tanto che i titolari del locale avevano dovuto chiamare il numero d’emergenza 112 per sedare gli animi. All’arrivo degli agenti di Polizia della Squadra Volante di Latina, “Sapurò”, non pago di aver seminato il panico tra gestori e avventori, aveva iniziato a insultare gli operanti.
Il 45enne, nella concitazione del momento, aveva pesantemente minacciato di morte i poliziotti, arrivando anche a spingerne uno con una mano sul viso. “Sono un Di Silvio, sapete chi sono io, vi sparo in testa se venite al Gionchetto”. Persino la compagna, 53 anni, non aveva lesinato insulti ai poliziotti. Entrambi erano stati arrestati dai poliziotti, mentre “Sapurò” era stato anche affidato alle cure del pronto soccorso poiché in preda a un vero e propio raptus. Peraltro, tra le accuse, ci sarebbe anche quanto riportato da una dipendente del locale: Sapurò, infatti, avrebbe chiesto 1000 euro in cambio della protezione dei Di Silvio.
Un passato difficile quello di Sapurò, sebbene da tempo non avesse più avuto un ruolo di primo piano nella famiglia capeggiata dallo zio Giuseppe Di Silvio detto “Romolo” (suo zio), anche lui in carcere per l’omicidio Buonamano. Da giovane, Antonio Sapurò (che ora ha tatuato sul cuore la faccia del padre ammazzato, Ferdinando Di Silvio detto “il Bello”, fatto saltare in aria da un’autobomba nel 2003 sul lungomare di Latina) era spietato in quelle piccole estorsioni che ora si riassumerebbero in bullismo. Erano gli anni Novanta. Non poteva sapere che solo qualche anno più tardi sarebbe stato vittima della sua stessa violenza: nel 2006 un carabiniere in borghese gli sparò per legittima difesa davanti al Felix – la discoteca di Piazza Aldo Moro in voga in quegli anni -, perché dopo essere stato cacciato da un buttafuori, Sapurò tornò con una pistola, sparò tre colpi ma fu a sua volta raggiunto da una pallottola che lo prese all’addome, menomandolo per sempre.
Oggi, a testimoniare per primo, interrogato dal pubblico ministero della DDA di Roma, Francesco Gualtieri, uno degli agenti della Squadra Volante della Polizia di Stato che quella sera di novembre scorso è intervenuto presso il locale notturno “Babù” in Via del Lido. “Vi metto il c…o in bocca, vi ammazzo uno a uno, sono un Di Silvio”, così l’agente della Volante ha spiegato il primo approccio di Sapurò che, alla vista dei poliziotti, in condizioni già alterate dall’alcol o di altro, ha dato di matto. Di Silvio. e la donna, Stefania Buono, stavano litigando quando arrivarono i poliziotti.
“Stavano litigando, lui ci ha subito insultato. Mi ha dato uno schiaffo sul viso e sono volati gli occhiali. I miei colleghi lo hanno ammanettato e anche la donna si è scagliata contro di loro. L’abbiamo bloccata e poi sono stati identificati. Antonio Di Silvio aveva le stampelle, si è alzato per darmi uno schiaffo, era autonomo”. Dopo lo schiaffo e gli insulti, il 118 ha soccorso il poliziotto che è stato dimesso dall’ospedale con una prognosi di 5 giorni.
Sapurò avrebbe utilizzato parole molto forti, tipico da parte dei Di Silvio nei confronti di chi considerano nemici: “Vi sparo in testa. Chiamo i miei famigliari e non venite la Gionchetto sennò vi faccio sparare. Vi riconosco, siete buoni solo a fare bocchini. Vi ammazzo a voi e ai vostri figli”. Frasi dette da un personaggio legato a una famiglia, quella capeggiata da “Romolo” Di Silvio, coinvolta in procedimenti di mafia.
Dopo l’arresto di Di Silvio, i poliziotti provarono ad ascoltare i dipendenti dell’attività “Babù”: “Sono stati ascoltati prima informalmente, poi si sono tirati indietro per paura di ripercussioni. Nessuno ha voluto rendere sommarie informazioni”.
Il secondo poliziotto, ascoltato come testimone, ha riferito che Sapurò è andato avanti tutta la notte, una volta arrestato, ad insultare e minacciare: “Una notte di follia”. Notte di follia conclusa con la sedazione a causa anche dei tentativi di autolesionismo da parte di Sapurò. Prima dell’arresto vero e proprio, il 45enne scagliò un bidone di immondizia verso i poliziotti e tentativi di sputi. Secondo il poliziotto, la Buono, dopo una prima fase di opposizione, ha tentato di calmare Di Silvio.
Uno dei dipendenti del locale, come responsabile dei barman, ha parlato di quella notte: “Una collega mi venne a chiamare dicendomi: “Chiama la Polizia, sta facendo un macello”. Di Silvio, infatti, avrebbe rotto a terra diversi bicchieri. Il responsabile, quella sera, aveva dichiarato che lui e altri colleghi si avvicinarono per calmarlo. Oggi, però, nega: “Non li ho visti litigare. Urlavano sì, ma io non ci sento neanche bene”. Nelle dichiarazioni di quella notte, il testimone, a differenza di oggi, aveva riferito che “Di Silvio aveva inveito contro di noi per poi iniziare a sbattere per terra i bicchieri”. Il testimone ammette oggi che Sapurò era venuto più volte nel locale. “Ho sentito che Di Silvio stava parlando con la sicurezza del locale e chiedeva 800-1000 euro. Diceva che gli era sparito il suo cuscino anti-decubito e qualcuno mi ha riferito che Di Silvio diceva che quel cuscino valeva quei soldi”. Il testimone ha confermato le minacce profferite da Di Silvio contro i poliziotti.
A testimoniare anche il responsabile del locale, nonché organizzatore della serata. L’uomo ha ammesso di conoscere Sapurò da tanti anni: “Ha iniziato a discutere con la compagna per il cuscino che era sparito. Ad un certo punto ho detto ad una mia cameriera di accompagnare la compagna al bagno. Dopodiché ho tranquillizzato Sapurò e quando l’ho calmato sono andato via dal locale”. Successivamente, “stavo per arrivare a casa e mi chiamano dicendomi che stava succedendo un casino. Quando sono tornato al locale c’erano già le forze dell’ordine e conoscendo Antonio Di Silvio non mi sono intromesso”. Emerge comunque che il responsabile del locale, dopo il caos, ha consegnato un video di dieci secondi girato con un cellulare in cui si vede Sapurò insultare i poliziotti. A domanda dei difensori, il testimone ha detto: “Non avevo timore di Di Silvio”.
Dopo l’arresto, Sapurò aveva risposto alle domande del magistrato, spiegando di non aver mai colpito nessun agente di Polizia. Il 45enne aveva detto di non essere in grado di poter fare quanto addebitatogli, in quanto disabile per via della gambizzazione subita venti anni fa. La compagna, invece, difesa dall’avvocato Alessandro Farau, aveva rilasciato dichiarazioni spontanee, fornendo la sua versione dei fatti. I legali avevano chiesto di non applicare ai loro assistiti il carcere.
A interrogarli era presente anche il pubblico ministero di Latina, Giuseppe Aiello, il quale ha contestato loro il metodo mafioso. A pesare è stata la frase di Sapurò che ha voluto caratterizzarsi come un “Di Silvio”, rimandando alla sua famiglia coinvolta in indagini e processi istruiti dalla Direzione Distrettuale Antimafia (indagini “Movida”, per cui nel processo aveva retto l’accusa del metodo mafioso, e “Scarface”, nel cui processo, al contrario, era caduta l’accusa del 416 bis). Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina aveva accolto la prospettazione del metodo mafioso e lasciato la coppia in carcere. Stefania Buono, tramite l’avvocato Alessandro Farau, aveva presentato anche lei ricorso al Riesame chiedendo l’annullamento o la sostituzione della misura in carcere.
Un ricorso che è stato superato dal fatto che, lo scorso 2 dicembre, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Filippo Steidl, ha sostituito la misura cautelare del carcere con quella più lieve dell’obbligo di firma. Buono avrebbe dovuto discutere il suo ricorso al Riesame di Roma, ma è stato il gip Steidl a evitare questa evenienza, decidendo per la scarcerazione della donna, facendo cadere solo per lei l’aggravante del 416 bis e lasciando in essere solo la resistenza a pubblico ufficiale. Alla donna, quindi, non è più contestato il reato di lesioni. Nel corso dell’interrogatorio di convalida, la 53enne aveva spiegato di aver detto ai poliziotti: “Ci state facendo questo solo perché siamo dei Di Silvio”. Una frase che la difesa aveva spiegato essere non una minaccia, bensì una doglianza e un pregiudizio che sarebbe stato subito dalla coppia. La donna sarebbe intervenuta solo quando avrebbe visto “Sapurò” a terra, nel corso dell’intervento presso il noto locale di Latina dove era scoppiato il parapiglia.
Il processo riprenderà con tre testimoni della difesa ed eventuale esame dell’imputato il prossimo 6 ottobre.
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Bernardo Bassoli
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