DOPO L’INCIDENTE IN CURA DALLO PSICHIATRA. RESPONSABILE, MA NON DELLA MORTE DI NAVI


Alle battute finali il processo che vede alla sbarra per omicidio volontario, Antonello Lovato, il 39enne di Latina accusato di aver ucciso il bracciante indiano

Arriva all’ultimo “step” il processo che imputa al 39enne di Latina, Antonello Lovato, difeso dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, la morte del bracciante indiano, Satnam Singh, avvenuta a giugno del 2024. La Corte d’Assise è composta dal presidente Mario La Rosa, dal giudice Francesca Ribotta e dalla giuria popolare, trattandosi di un processo che contesta il reato di omicidio con dolo. La prima udienza è stata il 1 aprile 2025 e a distanza di poco più di un anno oggi, 23 giugno, è stata fissata la requisitoria del pubblico ministero e il 7 luglio dovrebbe concludersi il processo con le arringhe difensive.

Il 31enne indiano, deceduto il 19 giugno 2024, è diventato simbolo del malcostume del caporalato e il suo nome, dopo la sua morte, è finito all’attenzione di tutti i giornali e telegiornali nazionali e internazionali. Si può parlare, almeno per la provincia di Latina, di un pre e un post Satnam.

A distanza di due anni dalla morte, è stato il pubblico ministero Luigia Spinelli, nella precedente udienza del 23 giugno, a iniziare la requisitoria durata un’ora e quaranta minuti, non senza tradire la sua commozione per parlare di quello che lei stessa definisce “un invisibile senza permesso di soggiorno, il caso di un uomo la cui morte poteva essere evitata”. Alla fine, insieme alla sua collega Marina Marra, sono stati chiesti 22 anni di reclusione per Antonello Lovato, ritenuto responsabile dell’omicidio doloso del 31enne bracciante indiano Satnam Singh detto “Navi”.

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Oggi, 8 luglio, prima delle arringhe difensive, Antonello Lovato ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee. “Voglio farvi capire – ha detto il 39enne rivolto alla Corte d’Assise – cosa sono stati questi due anni e chi è Antonello Lovato. Dopo l’incidente sono entrato in uno stato di depressione acuto, sono andato in cura da uno psichiatra. I Carabinieri mi hanno strappato dalla mia famiglia, da mia moglie in lacrime e mio figlio”.

“Quando sono stato arrestato a luglio di due anni fa, in caserma dei carabinieri i due militari si guardano in faccia e scrivono omicidio volontario, ma io io non ho voluto uccidere nessuno, e allora ho chiesto loro: siete sicuri? Tutti hanno chiesto l’arresto mi dicevano, anche il Papa. Mi hanno trattato come un detenuto che voleva suicidarsi, sono stato interrogato e a Frosinone, in carcere, ho chiesto alla psicologa come avrei fatto a pagare il risarcimento. Lei ha capito la mia situazione. Sono seguiti tanti colloqui con psicologi e altre soggetti competenti alla mia condizione. Nei primi giorni dalla tragedia ho perso 20 chili, sono stato a piangere tutto il tempo, vivevo il trauma ogni giorno. Il 5 gennaio 2025, dal gip Cortegiano ho avuto il permesso di andare a vedere mio figlio, dopo 15 giorni il nuovo arresto mio e di mio padre”.

“In carcere a Frosinone, poi, ho iniziato a lavorare con una paga da 180 euro mensili. Ho comunciato a risparmiare il più possibile e destinare i soldi a casa e nel libretto giudiziario per Satnam. Ho perso la testa dopo l’incidente a Navi. L’ultimo passo del mio percorso è di avere un lavoro e da ottobre 2025 sono stato assunto come magazziniere e ho rivisto la luce. Saranno due spicci, ma è tutto quello che riesco a fare. È difficile lavorare, solo i detenuti modello hanno la possibilità. Un ragazzo indiano detenuto è diventato come un fratello maggiore. Nella tragedia, il carcere di Frosinone è stata la mia salvezza e hanno capito chi sono: una persona che ha sempre lavorato. Concludo dicendo che ho ammesso la mia responsabilità per l’incidente sul lavoro, ma non posso accettare una condanna per aver tolto la vita di Satnam volontariamente. Io non ho voluto la morte di Navi e sono estraneo”.

Prima che iniziasse a parlare il pubblico ministero, l’avvocato Antinucci ha chiesto l’acquisizione al Tribunale del libretto su cui sono stati versati i soldi di risarcimento per Soni Soni e la famiglia. È lo stesso Lovato, in una breve dichiarazione pre-requisitoria del pubblico ministero, a dire: “Mi impegno di stare vicino a Soni e agli altri famigliari di Satnam”

I FATTI E IL PROCESSO SINO A OGGI – “Navi”, come era chiamato Satnam da amici e conoscenti, era venuto in Italia nel 2016. Dopo aver ottenuto il primo permesso di soggiorno, era diventato, a scadenza del lasciapassare, un vero e proprio invisibile come tanti extracomunitari sfruttati nei campi dell’agro pontino e oltre. Feritosi lo scorso 17 giugno, con la macchina avvolgi-plastica per i meloni nell’azienda della ditta individuale di Antonello Lovato a Borgo Santa Maria, il 31enne lavoratore in nero è stato caricato su un furgone dal medesimo Lovato, suo datore di lavoro, e trasportato con la moglie via dall’azienda.

Dopo sette chilometri, senza essere portato in ospedale, “Navi” è stato abbandonato con la moglie in Via Genova, a Castelverde (già comune di Cisterna) davanti alla casa dove era ospitato da una coppia di italiani. Copiosa la perdita di sangue dal braccio mutilato e dalle gambe in condizioni gravissime, Navi è morto due giorni dopo in un letto dell’ospedale San Camillo di Roma dove era stato elitrasportato.

Lovato è imputato per i reati omicidio con dolo eventuale e per diverse violazioni del decreto legislativo 81/2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Secondo il sostituto procuratore di Latina, Marina Marra – che ha chiesto la misura cautelare in carcere al Gip Giuseppe Molfese che l’ha condivisa – Lovato, “con plurime condotte”, ha causato con colpa, violando le norme di sicurezza sul lavoro, il ferimento di Satnam Singh, 31enne indiano irregolare e privo di permesso di soggiorno.

La Corte d’Assise ha ammesso la costituzione di parte civile di dodici dei richiedenti. Si tratta, innanzitutto, dei quattro famigliari di Satnam Singh e della compagna convivente more uxorio, Soni Soni. Accolte anche le parti civili di Inail, Comuni di Cisterna (presente in aula, come nella scorsa udienza, il sindaco Valentino Mantini) e Latina, Regione Lazio, Flai Cgil, Cgil Latina Frosinone e Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro). Escluse, invece, le associazioni di Libera, “Antonino Caponnetto”, Ona e Lavoratori Stranieri. Esclusa anche la richiesta della difesa di Lovato di chiamare come responsabile civile l’assicurazione Axa, ossia la compagnia che aveva assicurato il trattore che trainava l’avvolgi-plastica. In aula, il processo si è aperto lo scorso 1 aprile e sin da subito è stata battaglia tra la difesa di Lovato, rappresentata dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, e la Corte d’Assise.

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 Bernardo Bassoli

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