Il poeta e filosofo romano Tito Lucrezio Caro, all’interno di una delle sue opere più note, quale il De Rerum Natura, ha riflettuto sul passare del tempo e sulla forza di volontà insita in ciascuno di noi nel plasmare al meglio la nostra persona e lasciare ai posteri dei buoni insegnamenti. Lo stesso, infatti, scriveva “Cadendo, la goccia scava la pietra, non per la sua forza, ma per la sua costanza.” Insomma, si è di fronte a una verità a dir poco “geometrica”, dove l’immagine reiterata, incessante, ritmica e paziente delle azioni umane più positive danno vita a una profonda mutazione del mondo e della realtà circostante.
Nella maggior parte dei casi, il cambiamento delle persone è raccontato come il risultato di un cammino spirituale, dato anche dalla riscoperta di alcuni luoghi sacri. Ognuno di questi spazi è spesso descritto come abitato da pietre, che testimoniano ere molto antiche, e dalla memoria del Pianeta Terra, in grado di racchiudere saggezza e immensità. Esempi nostrani di questi ambienti incontaminati sono proprio paesaggi come la Val di Susa nel Piemonte oppure il Giurdignano nel Salento, entrambi costellati da meravigliosi menhir e dolmen.
L’uomo che riabbraccia la propria spiritualità ha bisogno, però, di un maestro e una guida che lo accompagni in questo iter e Andrea Cogerino incarna perfettamente questa figura.
Da orma diversi anni, Cogerino cammina sui sentieri della Geografia Sacra, ascolta il Genius Loci delle montagne e ricompone i frammenti di un’ecologia spirituale che parla di una religione druidica ed eterna. Ma il filosofo ricerca costantemente di avvertire anche quel flusso di vita e amore del mondo, che va a curare l’anima degli uomini, pure di quelli più duri.
L’ecologia spirituale e la saggezza dei custodi della foresta
Caro Andrea, grazie ai suoi studi, è giunto ad affermare che la tradizione druidica esiste già da oltre 3.000 anni or sono. Un approccio filosofico e spirituale, quest’ultimo, che lei stesso sta coltivando da tempo. Al contempo, ha scelto di sposare anche la causa di supportare tutti coloro che vogliono acquisire maggiore consapevolezza di questa religione così antica. Parla, infatti, di una vera e propria “ecologia spirituale” oltre che di “saggi della foresta” in un mondo oramai iper-tecnologico e slegato dalla Madre Terra. Le chiedo, dunque, se possa spiegare a me e lettori il significato di questi concetti?
Il cuore del druidismo, che a mio avviso rappresenta la spiritualità dei nostri antenati “europei” celto-liguri, è la connessione con la natura, intesa come essere vivente abitato, a livello invisibile, da esseri viventi. La parola stessa “druido” significava “quercia”, ma secondo alcune interpretazioni anche “saggio della foresta”. Nel modo di sentire arcaico esisteva, a differenza della cultura moderna, greco-romana cattolica, incentrata sui soli valori del “maschile”, del logos e della luce, della città e dell’astratto, una connessione profonda col femminino sacro, con la geografia sacra. Ogni cosa – il pianeta – era lei, e lei stessa, la dea Brighid, aveva creato la bellezza sul pianeta. Lo stesso termine ecologia spirituale significa che gli alberi, ad esempio, non sono “cose”, oggetti, che possiamo utilizzare come meglio crediamo, bensì creature viventi, abitate a livello invisibile, sottile, da spiriti della natura. Stesso discorso vale per gli animali, ma anche per le rocce, i laghi, i fiumi, i monti… Ogni cosa, in passato, era così sentita come “abitata”, custodita e protetta da spiriti guardiani. Se tornassimo ad avere questo sentire, che definisco “ecologia spirituale”, ci guarderemmo bene dall’agire sulle creature del pianeta impunemente, senza chiedere loro il permesso. La natura è viva, consapevole e autonoma e non ci appartiene: semmai, siamo noi che apparteniamo a lei. Occorre a mio avviso tornare ad amare “Madre Terra”, la dea Brighid e le molteplici creature. E stabilire un rapporto paritario ed equilibrato, non gerarchico, maschilista e piramidale, in cui l’Uomo si sente in diritto di fare quello che vuole a suo capriccio. Ogni “cosa” è una manifestazione di Lei ed è sacra, da onorare e proteggere.
Il dialogo con il Genius Loci nei siti megalitici della Val di Susa
Vive e lavora a pochi passi dalla Sacra di San Michele sita in Val di Susa che, come accennato nella sua presentazione, è ricca di menhir, dolmen e incisioni rupestri. Nell’accompagnare le persone in questi siti megalitici, purtroppo ad oggi ancora poco conosciuti, qual è il segreto che aiuta i suoi utenti a entrare in diretta connessione con il Genius Loci e permettere a quei luoghi di dar vita a quella che può essere considerata come un’iniziazione interiore?
I luoghi hanno un’anima, uno spirito guardiano. Il “genius” loci si occupa da sempre di coordinare tutte le creature che vivono nella sua area. È come un direttore invisibile d’orchestra: ispira segretamente gli esseri umani oppure le azioni degli animali, delle piante, dei funghi, ma anche delle rocce e delle creature del cosiddetto “piccolo popolo” (elfi, fate, gnomi…)
Tornare a sentire la realtà di tutto questo è un invito che faccio da decenni alle persone, quando entriamo in contatto con antichi siti celto-liguri. Sia le piante hanno un’anima e una coscienza, sia le grandi rocce simbolo del megalitismo (cromlech, dolmen, menhir…) sia soprattutto noi esseri umani, camminando con infinito rispetto e in punta di piedi nei luoghi sacri, potremmo ricevere intuizioni, visioni, guarigioni e canalizzazioni.
Si tratta di capire che, con l’approccio della geografia sacra e della connessione col genius loci, potremmo ricevere iniziazioni, vale a dire può accadere questo: dopo esperienze di meditazioni, preghiere e offerte in luoghi di natura o siti sacri, potremmo sentirci completamente diversi. In altre parole, l’iniziazione permette di riconoscere l’esistenza di un prima, un durante e un dopo ciascuna delle esperienze che l’iniziato decide di affrontare e grazie alle quali non sarà possibile essere più gli stessi.
I luoghi e i genius loci sono tra le creature più potenti e iniziatiche che possiamo incontrare e contattare.
L’archetipo del Graal e il ritorno al Femminino Sacro
Nelle sue ricerche tende a unire la ricerca del Femminino Sacro con la religione druidica. Il tutto è da lei nominato come un’attività che la condurrebbe a indagare il Graal. Ma, in un percorso di alchimia interiore e di lavoro su di sé, che cos’è davvero il Graal e cosa i suoi gruppi cercano di recuperare attraverso le meditazioni e il contatto con l’antico?
Il Graal è un archetipo e simbolo di origine celtica, ma, in realtà, ancor prima dei Celti c’era il druidismo. Questa spiritualità fu donata all’Irlanda dai cosiddetti Tuatha Dé Danann nella notte dei tempi. Quattro druidi portarono 4 oggetti “magici”, o tesori d’Irlanda, da quattro città “celesti”. Si tratta degli antesignani dei Tarocchi, gli Arcani minori che diventano il mazzo di carte che conosciamo. Mi sto occupando tantissimo di questo tema ultimamente e ho pubblicato un libro (https://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__geografia-sacra-portali-dimensionali-gianluca-lamberti-libro), un mazzo “Druidic tarot” (https://www.amazon.it/Druidic-Tarot-Andrea-Cogerino) e un Corso online. Il seme di coppe deriva dal Calderone del Dagda. Si dice che chiunque interagisse con esso divenisse poi completamente felice e soddisfatto. Significa che era nutrito fino al profondo, in base alle proprie prerogative e ai desideri dell’anima chrétien de Troyes. Il Graal affiora poi migliaia di anni dopo, forse 11 mila, nella saga del Parsifal del 1180 circa, scritto sempre da Chrétien de Troyes. I Templari furono un tentativo in seno al Cattolicesimo, incentrato sui soli valori maschili, di reintrodurre il femminino sacro, anche usufruendo di una specifica simbologia, come la rappresentazione degli elementi femminili attraverso le Coppe oppure le Pietre. Nacquero così le cattedrali gotiche, chiamate spesso “notre dame”, il gioco dei Tarocchi e il genere romanzo. Tutti tentativi di reintrodurre nel Medioevo i valori femminili dell’intuito, della cura, dell’immaginazione creativa, dei misteri e del contatto con gli elementi di Mater materia. In poche parole, i Templari cercarono di reintrodurre nella cultura e spiritualità medievale il Femminino sacro. Ad esempio, l’ultimo canto del Paradiso di Dante, a ben intendere, ci parla proprio di questo; uno dei protagonisti di questo processo fu Bernardo di Chiaravalle, ossia colui che organizzò il movimento dei Templari e ne scrisse la Regola.
I Templari per certi versi furono dei “druidi” moderni, e il loro fondatore, san Bernardo di Chiaravalle, un devoto della Dea che cercò, tramite loro, di onorarla e celebrarla. Il Graal va inserito in questo ordine di idee. È stato cristianizzato, ma è il simbolo vivente delle radici druidiche “al femminile”. È la coppa della Gnosi e della Conoscenza profonda della realtà delle cose su tutti i piani; in altre parole, esattamente ciò che può donare a tutti la felicità (odiata dalla cultura moderna).
Dallo Zen alla fisica quantistica: “le tappe di una folgorazione spirituale”
Delle scoperte da lei fino ad ora affrontate, quale tra queste l’ha portata a scardinare il suo “vecchio” modo di ragionare e di vedere le cose, conducendola al raggiungimento di una pienezza spirituale?
Il mio primo momento iniziatico di grande cambiamento avvenne a diciannove anni, nel 1992. Ero iscritto al primo anno di università, facoltà di Filosofia. Era inverno, avevo i piedi sulla stufa. Lo ricordo come se fosse ora. Chiudendo il libricino Lo zen e il tiro con l’arco (https://www.amazon.it/zen-tiro-larco-Eugen-Herrigel) capii improvvisamente che avrei dovuto dedicare la mia vita alla ricerca spirituale. E che il processo “occidentale” filosofico era solamente “mentale”. Sentii letteralmente scendere dall’alto lo Spirito in me e consacrai la mia vita alla Ricerca. Mi sono accadute nei decenni mille piccole o grandi esperienze iniziatiche e spirituali, magiche o mistiche, molte delle quali così profonde e segrete che non ne parlo mai. Sicuramente oggi so per certo che quello che qui in Occidente e nella modernità crediamo reale è solamente il 5% del reale. Fortunatamente la fisica quantistica sta cominciando a rivelare la stessa cosa. La mia pienezza spirituale, in realtà, non potrà mai avverarsi, perché considero il regno del non conosciuto infinitamente superiore a quello del conosciuto. La mia sete di conoscenza, di abbeverarmi alle fonti segrete del Graal e della Gnosi, non potrà mai essere appagata del tutto. Soprattutto una cosa, molto profonda, che i filosofi “occidentali” antichi ci hanno trasmesso è quella di “Sapere di non sapere”, che è per me una profonda verità.
La mia sete non potrà, quindi, mai essere placata. Vero anche che quando mi accadono fenomeni straordinari oppure accompagno persone in ricerca e riesco a trasmettere loro il senso del meraviglioso e dello stra-ordinario, mi sento completamente – anche se momentaneamente – appagato e felice.
Il futuro della Via del Cuore e l’eredità per le nuove generazioni
Il suo sogno è, quindi, quello di recuperare i frammenti di un’antica tradizione spirituale e lasciarlo in eredità alle prossime generazioni, anche attraverso gli insegnamenti e gli esercizi strutturati all’interno dei suoi laboratori. Se dovessi, però, chiederle come vede l’evoluzione del suo lavoro di custode della Geografia Sacra negli anni a venire, che cosa mi risponderebbe? Grazie.
Io spero, desidero, auspico che alcuni giovani possano procedere nel cammino spirituale “druidico” o come custodi di geografia sacra, come me, ma ci tengo a precisare una cosa: a mio modo di vedere e sentire, il druidismo non può più essere né un cammino né una religione né una scuola. O almeno: scordiamoci che possiamo comprendere veramente qualcosa dei druidi e delle druidesse di tremila, quattromila, ventimila anni fa. Io considero l’epoca attuale l’apice non dell’evoluzione, ma il contrario. Fortunatamente, mi capita di incontrare – di rado, ma mi capita – dei giovani che sono infinitamente più “avanti” di me alla loro età, e questo mi fa ben sperare. Ognuno proceda secondo il proprio sentire. Non ho altro da consigliare. Desidero che tutti possano diventare esattamente ciò che sono. Coltivare i propri talenti. Seguire la propria vocazione profonda. Non desidero altro. Che tutti possano scoprire chi sono veramente, che cosa son venuti a fare in questa incarnazione, e agire di conseguenza – e di conseguenza essere felici e realizzati. Io ho 53 anni e sento di non essere arrivato da nessuna parte, perché da nessuna parte voglio fermarmi. La Via (il Tao) è la Vita. E si procede giorno per giorno, seguendo la via del Cuore, dell’Entusiasmo – cioè essere abitati dalle creature invisibili, gli “dèi” – e provando ogni giorno a fare lavori su di sé per esser più puri e cristallini, ma allo stesso tempo più spietati e lucidi nel comprendere e vedere le proprie ombre a parti occulte nei recessi segreti dentro di sé. Il lavoro su di sé non potrà avere mai fine secondo me. O meglio: avrà fine quando diventeremo Lui. Anzi: Lei.
Un grande abbraccio a tutti, grazie dell’intervista e l’ultimo consiglio: la connessione con la Natura e le sue creature è una Via antica per ricevere doni, guarigioni e iniziazioni. La vita moderna è molto incentrata sull’essere scollegati da Lei. Lei è vecchia come il mondo, la modernità solo un esile alito di vento, impaurito e sperduto nell’immensità. I valori arcaici più sublimi possano risvegliarsi in noi, le corde dell’anima farci danzare, fino a consumare le punte delle scarpette fatate. Se stiamo leggendo questa intervista, dentro di noi, segretamente, esiste forse una parte elfica, una principessa addormentata, antichissima, che brama destarsi, desidera ricevere il bacio del risveglio. E questo principe azzurro – cerchiamo di comprenderlo bene – siamo noi stessi, il divino in noi, non qualcuno fuori di noi. Il maschile divino e il femminino sacro possano tornare in noi, e fuori di noi, a danzare per mano. Donando un campo infinito di bellezza, gioia e amore.
Buona Vita e buona Via a tutte e tutti!
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Viviana Ricci
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