Caro Presidente Infantino, ne valeva la pena? – alanews


Caro Presidente Infantino,

alla fine, domenica sera, è toccato a Rodri. Non a lei.

Mentre il presidente degli Stati Uniti si attardava sul palco della premiazione giusto il tempo di entrare nelle prime foto della Spagna campione del mondo, il primo a muoversi è stato il capitano spagnolo, che lo ha accompagnato di lato con il volto parecchio infastidito. Solo dopo è arrivato lei, passando peraltro davanti ai campioni del mondo con il serio rischio, mentre provava vanamente a togliere Trump dall’inquadratura, di finirci dentro al posto suo.

Un calciatore 30enne che in quel momento avrebbe solamente dovuto celebrare il punto più alto della sua carriera, il sogno di ogni bambino, ha dovuto occuparsi di far “sloggiare” Donald Trump da un palcoscenico che non gli apparteneva.

La scena, del resto, l’avevamo già vista. Un anno fa esatto al Mondiale per Club: Trump non lasciò mai il palco nemmeno per le foto del Chelsea, e i suoi tentativi di farlo scendere furono al solito timidi e infruttuosi. James, capitano del Chelsea, esitò a sollevare la coppa perché non capiva se fosse il momento giusto. Un anno per correggere il tiro, un anno che lei ha invece sfruttato per avvalorare quella posizione ingiustificatamente dominante del presidente americano.

Ma la storia, purtroppo, parte da lontano, e i suoi inciampi a un certo punto abbiamo smesso di contarli. I cartellini regalati alla Casa Bianca nel 2018, che Trump usò per scherzo contro i giornalisti presenti mentre lei stava al gioco divertito; la copia del trofeo portata a Washington e mai più tornata indietro, con lei che spiegava che toccarla spetterebbe solo a pochi ma che per lui si poteva fare un’eccezione perché era “un vincente”; un ufficio FIFA aperto nella Trump Tower, benché ne esistesse già uno a Miami, con attività mai chiarite e un affitto – finito indovinate un po’ nelle casse di chi – di cui non è mai stata resa nota l’entità. E che dire di un Premio per la Pace inventato da zero (a compensazione di un Nobel finito ad altri), di cui nessuno dei 37 membri del Consiglio FIFA era stato informato: lo consegnò lei, dicendo che il mondo era diventato un posto più sicuro. Lecito chiedersi a quale Pace e a quale sicurezza faccia riferimento.

A febbraio, a Washington, si è presentato alla prima riunione del Board of Peace su Gaza – un tavolo senza rappresentanza palestinese, cui si accede su invito… – e si è fatto fotografare con in testa un cappellino rosso con la scritta USA e i numeri 45-47. Il Codice Etico della FIFA, a proposito, imporrebbe a chi ne è vincolato la neutralità politica.

Poi c’è l’Iran, e qui la lettera potrebbe anche finire.

“Ero pronto a mettermi personalmente alla guida del loro bus da Teheran per averli qui” disse lei. Bella frase. Peccato per quello che è successo dopo: visti negati a una quindicina di membri della delegazione, base costretta a Tijuana perché agli iraniani era permesso entrare negli Stati Uniti solo il giorno della partita, senza diritto di dormirci. Pronto a guidare un pullman da Teheran, ma incapace di ottenere una notte d’albergo a Los Angeles. Curioso, non trova?

Eppure quando invece le richieste arrivano dall’altra parte, le cose funzionano. Allo statunitense Balogun, espulso dal terreno di gioco, è stata congelata la squalifica dopo una telefonata che Trump stesso ha ammesso di aver fatto. L’inglese Quansah, per un rosso analogo, le sue due giornate le ha scontate tutte. La UEFA ha parlato di decisione incomprensibile e ingiustificabile. Il ricorso del Belgio è stato dichiarato inammissibile.

Si è giocato a Miami con quarantaquattro gradi percepiti, in una città che quel giorno invitava i residenti a non uscire di casa, mentre il sindacato dei calciatori chiedeva da settimane di fermare le partite sopra i ventotto: i protocolli sul caldo lei ha cominciato a discuterli a torneo quasi finito. I prezzi dei biglietti hanno fatto aprire indagini ai procuratori di New York e del New Jersey e arrivare alla Commissione Europea un reclamo per abuso di posizione dominante. Human Rights Watch le ha chiesto per iscritto cosa avrebbe fatto la FIFA se tifosi, giocatori o giornalisti fossero stati fermati arbitrariamente sul suolo americano: non ha ricevuto risposta. Nelle fan zone pattugliavano gli agenti dell’immigrazione.
Dopo lo scempio sui diritti umani visto nei cantieri di Qatar 2022 e l’eredità che questo Mondiale porterà con sé, nel 2034 si andrà in Arabia Saudita: candidature aperte a un solo continente e circa un mese di tempo per presentarle, motivo che ha costretto Australia e Indonesia a rinunciare.

A quasi 40 anni sono sufficientemente navigato per guardare a ciò che accade con spirito critico e disincantato, evitando facili illusioni o idealismi.
Lo sport, tuttavia, ai miei occhi non è mai stato soltanto un prodotto da vendere. Rimane l’unica cosa al mondo in cui un ragazzo di un centro profughi e uno di Manhattan competono con le stesse regole, in cui chi arbitra non guarda in tribuna prima di decidere, in cui a vincere non è chi conta di più fuori dal campo. Il calcio ha regole ormai secolari, la prima delle quali lo rende lo sport più importante del mondo: c’è un pallone che rotola, che sia di cuoio, gomma o carta, chiunque può giocarci ovunque con l’ambizione di fare goal. Amicizia tra i popoli, solidarietà, equità, competizione leale: sono parole che stanno scritte nei documenti della sua federazione, e che qualche generazione fa qualcuno ha creduto abbastanza da fondarci sopra un’istituzione.

Quelle parole, in questi due anni, lei le ha svendute una alla volta. Non per corruzione, che sarebbe perfino più semplice da raccontare. Per accondiscendenza. Per non sapere mai dire di no all’uomo più potente e arrogante. E la differenza tra un’istituzione e una corte è esattamente questa: la prima ha regole che valgono anche per chi le comanda, la seconda ha soltanto qualcuno da compiacere. Oggi, in questo day after, le chiedo: ne valeva la pena?

Domenica sera il calcio è stato difeso da chi lo gioca, non da chi lo governa. E finché sarà così, quelle parole resteranno vive nonostante lei, non grazie a lei.

Una nota a margine, che non prova nulla o che forse dice tutto: a quel Board of Peace, dove sventolava divertito un cappellino rosso, l’Argentina aderì subito. La Spagna no.

Con il rispetto che si deve alla carica.

Andrea Eusebio




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