Afghanistan, la protesta di cui nessuno parla – alanews


Afghanistan – Il 9 giugno centinaia di giovani sono scesi in strada a Jibril, quartiere a maggioranza hazara nella provincia occidentale di Herat, per chiedere “lavoro, scuola, libertà“. È stata una delle più importanti manifestazioni contro i talebani dal loro ritorno al potere, nell’agosto del 2021, ed è stata repressa repressa nel sangue. Sono seguiti numerosi arresti e perquisizioni, della quale il regime avrebbe cercato di cancellare ogni traccia. A oltre un mese da quella protesta sono emersi nuovi particolari sulle vittime e sulle operazioni condotte successivamente dalle forze del regime. Secondo un reportage di Avvenire, il bilancio della mobilitazione del 9 giugno sarebbe di sei morti e venti feriti gravi. Circa 350 persone sarebbero state arrestate durante le perquisizioni effettuate casa per casa.

Afghanistan, la protesta dopo gli arresti delle donne

La mobilitazione è scoppiata dopo una serie di operazioni della polizia morale contro le donne accusate di non rispettare le rigide prescrizioni talebane sull’abbigliamento. La missione dell’Onu in Afghanistan ha confermato che almeno 30 donne erano state arrestate a Herat tra il 6 e il 7 giugno per la presunta inosservanza delle regole sul velo.

Le autorità locali hanno negato che le detenzioni fossero legate all’abbigliamento, sostenendo di aver svolto attività di orientamento e sensibilizzazione. Le Nazioni Unite hanno però definito arbitrari gli arresti e denunciato il clima di paura provocato tra le donne e le ragazze della città.

Secondo quanto ricostruito dal giornale, la stretta sarebbe proseguita anche dopo la protesta: dalla fine di giugno oltre 200 afghane sarebbero state incarcerate, una quindicina soltanto nell’ultima settimana. Le famiglie sarebbero state sottoposte a interrogatori e costrette a pagare una multa equivalente a circa 200 dollari per ottenere il rilascio delle detenute.

Afghanistan, lo slogan delle proteste: “Lavoro, scuola, libertà”

L’invito a manifestare era circolato attraverso migliaia di profili social. Il 9 giugno centinaia di ragazzi si sono ritrovati a Jibril scandendo lo slogan “khar, tahsil, azadi”, cioè “lavoro, scuola, libertà”. Avvenire parla di circa 300 partecipanti, mentre le prime ricostruzioni delle agenzie internazionali indicavano tra cento e 150 persone.

La protesta avrebbe dovuto raggiungere il palazzo del governatore di Herat, ma il dispiegamento delle forze di sicurezza l’ha confinata nel quartiere periferico di Jibril. Alla mobilitazione hanno preso parte ragazze e ragazzi, un elemento particolarmente significativo in un Paese dove le donne sono state progressivamente escluse dall’istruzione, dal lavoro e da gran parte della vita pubblica.

Human Rights Watch ha confermato che le forze talebane hanno picchiato i manifestanti e sparato verso la folla. Alcuni testimoni hanno raccontato che gli agenti hanno inizialmente esploso colpi in aria, per poi rivolgere le armi contro le persone che cercavano di fuggire.

La carica è stata immediata: li hanno colpiti con bastoni e taser, tutti, maschi e femmine. Dato che non indietreggiavano hanno sparato”, ha raccontato ad Avvenire un testimone indicato con il nome di fantasia Maruf.

Il caso del diciassettenne Morteza Karimi

Tra le presunte vittime figura Morteza Karimi, un meccanico di 17 anni. Secondo il reportage, il ragazzo sarebbe stato colpito alle gambe e sarebbe rimasto per circa sei ore in attesa di cure nell’ospedale governativo di Herat. È morto il 16 giugno, una settimana dopo la manifestazione.

Avvenire riferisce che la famiglia, per ottenere il corpo e poterlo seppellire, sarebbe stata costretta a firmare una dichiarazione nella quale attribuiva ai manifestanti la responsabilità della morte. Le forze di sicurezza avrebbero inoltre sorvegliato il funerale, impedendo la partecipazione del pubblico.

Morteza non sarebbe uscito di casa con l’intenzione di manifestare. Una volta incontrato il corteo, però, avrebbe deciso di fermarsi. “Non potevo lasciare che massacrassero le ragazze senza nemmeno provare a difenderle”, avrebbe detto prima di perdere conoscenza.

“Se mi avessero uccisa, chi avrebbe proseguito le lezioni clandestine?”

Accanto alla protesta nelle strade continua un’altra forma di resistenza: quella delle lezioni clandestine. Dopo il ritorno dei talebani al potere, alle ragazze è stato vietato di frequentare la scuola oltre il livello primario e le università sono state chiuse alle donne. Per aggirare il divieto, alcune insegnanti organizzano corsi segreti nelle abitazioni private, esponendosi al rischio di arresti e rappresaglie.

Tra loro c’è Aziza, nome di fantasia di una ragazza di 23 anni. La giovane aveva inizialmente deciso di partecipare alla manifestazione del 9 giugno e, temendo di essere uccisa, aveva scritto una lettera d’addio alla sorella. L’incontro con una sua alunna di 14 anni l’ha però convinta a non raggiungere il corteo.

“Se mi avessero uccisa, chi avrebbe proseguito le lezioni clandestine?”, ha raccontato. La scuola che porta avanti con alcune amiche, in aperta violazione del bando imposto dai talebani, rappresenta per molte adolescenti una delle poche possibilità di continuare a studiare. “È l’unica cosa importante ormai. Per il resto, non ho timore di morire. Pensi forse che sia viva? Respiro, è un’altra cosa“, ha aggiunto su Avvenire.

Bambine filmante dai talebani con il cartello: “Siamo felici”

La repressione non si limita a chi opera in clandestinità: le pressioni dei talebani avrebbero raggiunto anche le scuole elementari, le uniche che le bambine possono ancora frequentare. Una studentessa di 12 anni ha raccontato che le alunne sarebbero state messe in fila e filmate mentre mostravano un cartello con la scritta: “Siamo felici delle regole sull’abbigliamento”.

A Jibril le tracce visibili della repressione sono state rimosse, ma il checkpoint dei talebani è rimasto. La protesta non si è trasformata in una rivolta nazionale, tuttavia il dissenso non sembra completamente soffocato.




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 Giulia Camuffo

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