Ci sono uomini che vincono le elezioni. E poi ci sono uomini che, anche quando sembrano perderle, continuano a vincere il racconto della politica.
È questa la differenza tra un amministratore e uno statista locale. Tra chi attraversa una stagione e chi, invece, finisce per identificarla.
Nel Sannio, da quasi mezzo secolo, quel protagonista porta il nome di Clemente Mastella.
Lo si può stimare o contestare. Lo si può considerare l’ultimo interprete della grande scuola democristiana oppure il simbolo di una politica che avrebbe dovuto lasciare il passo a una nuova classe dirigente. Si può condividere il suo modo di fare politica o respingerlo.
Ma una cosa è certa. Nessuno riesce a prescindere da lui.
Ed è proprio questo il dato politico più significativo.
Domenica il Sannio eleggerà il presidente della Provincia. Ufficialmente la competizione è tra Claudio Cataudo e Nino Lombardi. Una sfida amministrativa che, in un sistema politico normale, dovrebbe misurare programmi, idee e prospettive per un territorio che continua a fare i conti con lo spopolamento, la fuga dei giovani, la crisi delle aree interne e una crescente marginalità istituzionale. E invece no.
Ancora una volta la discussione pubblica si è trasformata nell’ennesimo referendum su Mastella.
È questo il paradosso.
Più i suoi avversari ne proclamano il tramonto, più finiscono per riconoscerne, sia pure involontariamente, la centralità. Perché la politica sannita sembra avere smarrito il proprio baricentro. Non si organizza più attorno a un’idea di futuro. Si organizza attorno a un uomo.
Nasce così un fenomeno che meriterebbe di essere studiato più che celebrato o demonizzato.
L’antimastellismo.
Che non è una cultura di governo. Non è una proposta amministrativa. Non è una visione del territorio. È, piuttosto, una categoria politica fondata sulla negazione.
L’idea che, eliminato Mastella, il resto si ricomporrà spontaneamente.
La storia, tuttavia, insegna altro. Le comunità politiche non crescono abbattendo un leader. Crescono costruendone un altro.
Ed è proprio qui che emerge il limite di chi, negli ultimi anni, ha provato a fare dell’antimastellismo la propria unica identità.
L’esperienza di Civico 22 ne è forse l’esempio più evidente.
Nata come laboratorio civico, come promessa di un’alternativa moderna e trasversale, si è progressivamente consumata nelle proprie contraddizioni, fino a disperdere gran parte della forza iniziale.
Oggi, di quella stagione, restano soprattutto le macerie politiche.
E dalle macerie ciascuno cerca una strada.
Angelo Moretti sceglie di sostenere Claudio Cataudo, rivendicando una svolta politica che segna un’evidente discontinuità rispetto al passato.
Una scelta legittima. Come ogni scelta democratica.
Ma che inevitabilmente apre interrogativi sul significato delle appartenenze politiche in una stagione in cui i confini sembrano sempre più mobili.
Anche il Partito Democratico appare attraversato da una contraddizione non secondaria.
L’obiettivo di rompere definitivamente con Mastella sembra, per alcuni, prevalere sulla necessità di preservare gli equilibri di un’area politica già profondamente indebolita.
È una strategia possibile. Ma non è detto che sia una strategia vincente.
Perché esistono domande che continuano a restare senza risposta. Quale progetto politico esiste oltre l’antimastellismo? Quale classe dirigente? Quale idea di governo del territorio?
Le ultime elezioni provinciali per il rinnovo del Consiglio hanno restituito un dato difficilmente contestabile.
Le liste riconducibili a Mastella hanno ottenuto uno dei risultati più rilevanti dell’intero panorama provinciale, confermando un radicamento amministrativo che pochi possono vantare. Un consenso che ha contribuito anche agli equilibri del centrosinistra campano.
Ignorarlo significherebbe negare la realtà. Riconoscerlo non significa aderirvi. Significa semplicemente prendere atto dei fatti.
Naturalmente sarebbe ingenuo trasformare Mastella in un sovrano infallibile.
Ha commesso errori. Ha cambiato alleanze. Ha suscitato critiche anche severe. Ha attraversato stagioni politiche molto diverse tra loro, pagando talvolta il prezzo delle proprie scelte.
Ma il giudizio storico non coincide con il giudizio morale. La storia misura l’incidenza.
E l’incidenza di un dirigente politico si valuta dalla capacità di influenzare il proprio tempo.
Sotto questo profilo, è difficile individuare, negli ultimi quarant’anni, una figura che abbia inciso sulla politica sannita quanto Clemente Mastella.
Forse perché è rimasto l’ultimo vero interprete di una scuola politica ormai quasi estinta.
Quella della Democrazia Cristiana. La politica dell’ascolto. Della mediazione. Delle relazioni personali. Della presenza costante nei territori.
Una politica certamente criticabile, ma fondata sull’organizzazione e sul rapporto diretto con gli amministratori, più che sulla comunicazione istantanea dei social network.
Mentre intere classi dirigenti nascevano e scomparivano nel giro di una stagione, Mastella attraversava la fine della Prima Repubblica, il bipolarismo, il berlusconismo, il renzismo, il grillismo e la frammentazione dell’attuale sistema politico, restando, nel bene e nel male, un punto di riferimento inevitabile.
Ed è forse questa continuità a spiegare il nervosismo dei suoi avversari.
Perché quando una leadership dura così a lungo, il rischio è che gli oppositori finiscano per definirsi non per ciò che sono, ma per ciò che combattono.
Ed è qui che si consuma il vero paradosso della politica sannita. Si parla continuamente di futuro. Ma lo si racconta usando sempre Mastella come unità di misura del presente.
La politica, però, insegna una lezione semplice.
Nessuna stagione finisce perché qualcuno la dichiara conclusa. Finisce quando nasce una stagione più forte. Quando emerge una leadership capace di rendere superflua quella precedente. Quando il consenso cambia spontaneamente direzione.
Fino ad allora, ogni dichiarazione di fine rischia di trasformarsi in un inconsapevole riconoscimento di centralità.
Domenica si conteranno i voti.
Lunedì si conteranno i vincitori e gli sconfitti. Ma il giorno dopo resterà una domanda che accompagna da anni la politica del Sannio.
Esiste davvero un’alternativa costruita su un progetto, oppure continua a esistere soltanto un’alternativa costruita contro un uomo?
Perché la politica sannita continua a inseguire l’uomo che vorrebbe archiviare.
È il paradosso di tutte le grandi stagioni politiche: finiscono davvero soltanto quando nasce qualcuno capace di renderle inutili.
Finché quel qualcuno non arriverà, il mastellismo continuerà a vivere. Anche nei suoi avversari.
A cura di Maurizio Varriano.
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