Il cimitero delle promesse. Da Napoli inizia l’era della privatizzazione dell’acqua


Da Napoli inizia l’era della privatizzazione dell’acqua. L’incoerenza dei 5 stelle e di un PD sempre più lobbysta. 

Nasce la Società per Azioni che gestirà l’acqua e a “sfregio” dell’etica e della razionalità politica la si chiama “Acqua Bene Comune Napoli S.p.A.”. Una insopportabile presa in giro.

La politica italiana non muore mai. Marcisce.

E nel suo lento decomporsi produce il fertilizzante preferito del potere: l’oblio.

L’acqua era il vessillo. Il referendum era il sacramento civile. “L’acqua non si tocca”, gridavano. “Il popolo ha deciso”, giuravano. Bastava pronunciare la parola “privatizzazione” e si levavano indignazioni solenni, pugni alzati, conferenze stampa, cortei, fotografie con gli striscioni e dichiarazioni incendiarie.

Poi è arrivato il governo cittadino di una Napoli sempre più depredata da concetti e vessilli che l’hanno sempre contraddistinta. E, come per magia, le convinzioni sono diventate accessori stagionali.

Il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico, quella sinistra che per anni ha trasformato l’acqua pubblica in un’identità politica, oggi raccontano che il problema non esiste. Basta cambiare il vestito giuridico. Basta aggiungere un’etichetta rassicurante. Basta infilare la parola “benefit” nello statuto, come se una mano di vernice potesse trasformare una scelta controversa in una carezza istituzionale.

È il marketing dell’ipocrisia.

La politica contemporanea non governa più con le idee. Governa con il vocabolario.

Le parole servono a coprire le giravolte, a lucidare le retromarce, a rendere elegante ciò che ieri sarebbe stato definito uno scandalo.

Non è evoluzione. È acrobazia. Non è pragmatismo. È trasformismo. E il trasformismo, in Italia, è la vera religione di Stato.

I cittadini cambiano. I partiti cambiano. Le promesse cambiano. Solo le poltrone restano miracolosamente immobili, come reliquie da proteggere a ogni costo.

Poi arriva il capolavoro: il Comitato di partecipazione.

L’ennesimo salotto istituzionale dove si può parlare, discutere, verbalizzare, ascoltare… purché nessuno si illuda che tutto questo significhi davvero decidere. La partecipazione ridotta a soprammobile democratico. Una vetrina per dire che tutti sono coinvolti mentre le decisioni sono già state prese altrove.

È la politica che costruisce finestre finte su muri veri. E c’è qualcosa di profondamente offensivo in tutto questo.

Non il diritto di cambiare idea. Quello appartiene alla democrazia.

Offensiva è la pretesa che nessuno ricordi. Che gli elettori abbiano la memoria di un pesce rosso. Che basti una conferenza stampa per cancellare anni di battaglie. Che basti un comunicato per seppellire un referendum.

La politica italiana sembra ormai una compagnia teatrale che recita sempre la stessa commedia.

Quando è all’opposizione scopre la purezza. Quando arriva al governo scopre la convenienza. Quando perde consenso scopre il popolo. Quando conquista il potere scopre i consigli di amministrazione.

L’unica cosa che non scopre mai è il pudore.

E il dramma è che questa metamorfosi non scandalizza più nessuno. L’indignazione dura il tempo di un titolo. La coerenza viene trattata come un lusso. L’incoerenza come una competenza amministrativa. Forse il problema non è più questa o quella delibera.

Il problema è una classe politica che sembra aver smesso di considerare la parola data un vincolo morale. Le promesse sono diventate materiale usa e getta. Gli ideali, slogan da campagna elettorale. I referendum, cimeli da esibire quando convengono e da dimenticare quando intralciano.

La politica dovrebbe avere il coraggio di dire: abbiamo cambiato idea, ecco perché.

Invece preferisce fare una cosa molto più semplice. Far finta di non averla mai avuta. E ogni volta che accade, non è soltanto una promessa a morire.

È un altro pezzo di fiducia pubblica che viene trascinato via, goccia dopo goccia, fino a lasciare i cittadini con una domanda sempre più amara: se perfino le battaglie considerate sacre possono essere archiviate senza spiegazioni convincenti, allora cosa resta della parola politica?

Forse solo il rumore delle sedie che vengono spostate.

Quelle, almeno, non tradiscono mai chi le occupa.

In definitiva, la questione della trasformazione di ABC non riguarda soltanto la scelta tra due modelli organizzativi. Riguarda il significato stesso del bene comune e il rapporto tra democrazia, istituzioni e diritti fondamentali. Sostenere che la trasformazione in S.p.A. sia un esito inevitabile significa presentare come necessità giuridica quella che è, invece, una precisa opzione politica.

Il diritto offre margini interpretativi e strumenti differenti:

spetta alle istituzioni scegliere se utilizzarli per rafforzare la gestione pubblicistica dell’acqua o per ricondurla progressivamente entro la logica societaria.

L’acqua, tuttavia, non è una merce qualsiasi. È la condizione di esercizio di un diritto fondamentale e, come ricordava Stefano Rodotà, i beni comuni trovano il loro fondamento proprio nella sottrazione alla logica della scarsità e del mercato.

Per questo la forma giuridica non è un elemento neutrale:

essa determina il grado di partecipazione democratica, di controllo pubblico e di tutela dell’interesse collettivo.

La vera sfida non consiste nel sostituire un modello con un altro in nome dell’efficienza, ma nel rendere effettivo quel paradigma dei beni comuni che il referendum del 2011 aveva indicato con straordinaria chiarezza. Se l’azienda speciale presenta criticità, esse devono essere affrontate e corrette, non assunte come giustificazione per abbandonare un modello che, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta ancora oggi la più avanzata esperienza italiana di gestione pubblicistica dell’acqua.

La decisione assunta dal Comune di Napoli segna quindi un passaggio destinato ad avere effetti che vanno ben oltre i confini cittadini.

Essa costituisce un precedente sul modo in cui le istituzioni italiane intendono interpretare il rapporto tra beni comuni, servizi pubblici e mercato. Per questa ragione il confronto non può essere ridotto a una questione amministrativa: esso investe il modello costituzionale di tutela dei diritti, il ruolo delle autonomie territoriali e la capacità della democrazia di preservare spazi sottratti alle logiche della valorizzazione economica.

È su questo terreno che si misurerà la coerenza delle istituzioni rispetto all’esito referendario del 2011 e, più in generale, rispetto all’idea di acqua come bene comune appartenente alla collettività e alle generazioni future.

a cura di Maurizio Varriano


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