Sicilia a rischio desertificazione: «Non come i Caraibi, ma come Dakar»


di
Salvo Fallica

Le soluzioni proposte nell’ambito del dibattito “Alberi, vino e filosofia” alla Favazza Etna Winery: piantare alberi, aumentarne la cura e utilizzare il legno per costruire. Il problema è in tutta Italia: a Palermo ci sono 20,1 abitanti per albero, 8,7 a Roma, 5,3 a Torino. A Milano appena 2,59

Uno studioso autorevole lancia l’allarme sul processo progressivo di desertificazione della Sicilia, un tema di rilievo nazionale ed europeo. Tommaso La Mantia, docente di Scienze forestali all’Università di Palermo afferma che «la Sicilia non si sta tropicalizzando; la Sicilia si sta desertificando». Lo studioso aggiunge: «Non diventeremo come i Caraibi, diventeremo come Dakar, come Riad. Ai tropici piove e c’è caldo, ma le proiezioni nostre dicono che avremo sempre meno pioggia e più caldo, quindi ci stiamo desertificando». Lo studioso lo ha affermato nel corso del dibattito “Alberi, vino e filosofia” che si è svolto alla Favazza Etna Winery nell’ambito della ViniMilo, moderato dal giornalista Turi Caggegi. Sono emersi studi, dati, problematiche e anche proposte concrete d’intervento interessanti. 

Il prezzo del cambiamento climatico

A mostrare il prezzo che stiamo pagando al cambiamento climatico sono gli alberi sostiene La Mantia e porta l’esempio di un albero scarnificato: una betulla dell’Etna attaccata da un fungo. Mette in evidenza che «a causa dei cambiamenti climatici è molto più virulento. E se qualcuno vi dice “ma in certi posti piove di più”, sappiate che questo non serve a nulla, l’albero ucciso da tre mesi di siccità non ne trarrà alcun beneficio, poiché gli alberi sono il risultato di centinaia di migliaia di anni di adattamento a certi regimi pluviometrici. Se piove di più ma poi fa caldo per molti più mesi, l’albero è destinato a soccombere». La proposta concreta: «Vanno piantati moltissimi alberi. E in ogni luogo vanno curati con più efficacia». La Mantia aggiunge: «Abbiamo un imperativo, piantare alberi e piantarne quanti più possibile. E dove gli alberi li abbiamo già, come succede ad esempio sull’Etna, dove per fortuna abbiamo tantissimi boschi, possiamo gestirli in maniera da migliorare la loro capacità di essere più utili nell’assorbimento di anidride carbonica, aumentando del 30 per cento questa possibilità». 
In questa direzione va considerato l’uso del legno: «Farlo», spiega, «non significa rinunciare ai boschi: un tavolo di legno è anidride carbonica immobilizzata per il suo ciclo di vita, mentre se l’avessimo fatto di plastica o di ferro avremmo consumato dell’energia. Al contrario di quello che si può pensare, utilizzare il legno dovrebbe essere anche questo un imperativo, come quello di piantare alberi, ovviamente in maniera sostenibile come si sta facendo con il tentativo di renderlo obbligatorio per la lavorazione dei formaggi dop siciliani e all’uso del castagno preso proprio qui sull’Etna». 




















































Alberi e città

Tiziano Fratus, cercatore di alberi secolari, autore di diversi libri e “filosofo degli alberi”, fornisce alcune stime sul rapporto tra popolazione urbana e alberi: «A Milano la popolazione è di 1.350.000 persone e la popolazione di alberi a oggi documentata equivale a 520.000, con un rapporto di 2,59 alberi per abitante mentre Torino con 855.000 vede una popolazione arborea di 160.000, con un rapporto di 5,3 per abitante. A Roma, che ha 2.752.000 abitanti, la popolazione arborea è di 315.000 alberi e il rapporto è 8,7. Poi ci sono altre stime che parlano addirittura di 1 milione di alberi a Roma, considerando tutti i parchi che ci sono intorno e allora il rapporto sarebbe più vicino a quello di Milano: 2.75. Palermo ha una popolazione di 625.000 persone e la popolazione di alberi è 31.000, con un rapporto di 20,1».          Fratus sostiene che in linea generale «gli alberi nelle nostre città sono sempre stati accolti con grande fiducia, ma nonostante questo gli spazi che hanno a disposizione sono ridotti». E ne muoiono sempre di più. «Si parla molto del fatto di dover piantare milioni di alberi nelle nostre città, ma mi chiedo sempre che sarebbe interessante anche capire che alberi sono e soprattutto che qualità di vita diamo noi a questi alberi».  

Far crescere un albero non è facile

Per La Mantia «è diventato veramente difficile far crescere un albero. Noi abbiamo una prova in corso nei monti di Palermo con cinque campi sperimentali: in un’estate come questa le piante andavano irrigate al modo degli ortaggi, cioè ogni settimana bisognava stare lì. Ne sono morte tantissime, ma abbiamo anche sperimentato alternative che possono funzionare». Come superare gli ostacoli? Nonostante tutte le difficoltà che permangono non vi sono ragioni valide per fermarsi dal piantare gli alberi. La Mantia sostiene: «Bisogna sforzarsi di pensare anche alle specie da piantare. Stiamo ragionando sulla possibilità di utilizzare piante non autoctone e non invasive perché selezionate naturalmente in condizioni che adesso sono quelle che ci sono invece da noi. Il fico d’india, ad esempio: il suo ruolo nell’agevolazione dell’insediamento delle querce è straordinario, incredibile sia nel migliorare sensibilmente le condizioni microclimatiche dei siti di crescita, sia nel fornire protezione dagli erbivori ai semenzali e ai giovani individui». Si tratta di un dibattito cruciale per il futuro del nostro Pianeta. Va aumentata la cura degli alberi, deve essere costante, attenta ad ogni dettaglio, come nella grande tradizione degli agrumicoltori siciliani, per cui ogni pianta è una vita, che va coltivata, aiutata a svilupparsi, va fatta riposare e non va messa sotto stress. O come i coltivatori dei vigneti nani di Pantelleria, vigneti che sopravvivono in un’isola con pochissima acqua, grazie all’arte dei potatori. Si tratta di un sistema unico di coltivazione dei vigneti nani dichiarato patrimonio immateriale dell’Unesco. Di esempi ve ne sono parecchi. Bisogna insistere anche con azioni pedagogico-sociali, far comprendere che anche ogni albero pubblico (non solo quelli curati dai privati) ha un valore nell’ecosistema, ed è un bene della collettività che va salvaguardato con spirito solidale.

15 settembre 2026 ( modifica il 15 settembre 2026 | 15:39)


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