«Noi Tarantini nazzichiamo». È una frase che Fabrizio Iurlano, operatore culturale molto conosciuto a Taranto – una iniziativa su tutte: il Taranto Grand Tour – usa quasi sorridendo, ma che finisce per diventare la chiave di lettura di una conversazione molto più seria sul futuro di Taranto.
Nazzicare è il passo lento dei Perdoni durante i riti della Settimana Santa, quell’incedere misurato e quasi sospeso che è diventato uno dei tratti più riconoscibili della tradizione culturale e religiosa della città. Un movimento lento, rituale, carico di significati.
Ma oggi Taranto deve imparare a fare l’esatto contrario: passare dalla nazzicata all’acceleratore.
E l’acceleratore, nella sua lettura, sono stati i Giochi del Mediterraneo. Non un punto di arrivo, ma un’occasione capace di dimostrare che la città, quando è chiamata a misurarsi con una scadenza concreta, sa mobilitare energie, competenze e comunità.
I Giochi del Mediterraneo hanno rappresentato una visione collettiva per Taranto. Cosa dobbiamo portare con noi da quell’esperienza?
«Considero i Giochi un’occasione e soprattutto un acceleratore di processi. Non possono essere il punto di arrivo di un percorso che parte da lontano. Taranto e la sua provincia sapevano dal 2018 di avere davanti questo appuntamento. Siamo arrivati in ritardo, ma, nonostante complessità e disagi, la comunità ha retto.
Il merito non va attribuito soltanto alle singole persone, ma ai Tarantini. Ci siamo lamentati, abbiamo protestato, ma alla fine siamo stati all’altezza. Significa che dentro di noi esiste ancora il desiderio di una città diversa e che quello spirito accogliente della Magna Grecia non lo abbiamo perso».
Dalla visione ora sarebbe il caso di passare alla concretezza.
«Già nel corso dei Giochi abbiamo realizzato qualcosa di concreto con il progetto “Destinazione Mediterraneo – Villaggio dell’Accoglienza”, dimostrando che 18 Comuni della provincia possono avere un’unica visione.
È stato un progetto costato circa 825 euro e frutto anche della mia esperienza all’interno del Tavolo del Turismo del Comune.
Per dodici giorni, nelle casette bianche di via Mignogna, abbiamo chiesto ai Comuni partecipanti non semplicemente di promuoversi, ma di portare esperienze: laboratori, tradizioni, prodotti enogastronomici, rievocazioni, danze, degustazioni e attività rivolte anche alle fasce fragili. L’idea era far vivere ai visitatori i territori, non assistere a una semplice vetrina istituzionale.
Complessivamente, quasi 600 persone hanno partecipato alle attività del villaggio. È anche un modo per far innamorare le persone di un territorio: mettere insieme realtà diverse e raccontarle come una destinazione unica.
Non servono necessariamente grandi risorse: servono idee, competenze e la capacità di trasformarle rapidamente in azioni».

Il Tavolo del Turismo, quindi, funziona? Mi perdoni la domanda un po’ velenosa…
«Il Tavolo è consultivo e mette insieme professionalità, competenze e visioni. Può fare ancora molto. Da parte dell’amministrazione c’è stato ascolto, anche rispetto ad alcune proposte concrete.
Ma tra l’ascolto e la realizzazione c’è di mezzo la velocità. Serve molta più concretezza. Se vogliamo costruire una strategia turistica seria, le competenze devono diventare strutturali».
A Taranto non sarebbe servito proprio prima, durante e dopo i Giochi un assessore al Turismo e alla Cultura?
«Secondo me sì. Cultura, turismo e sport non possono essere compartimenti separati. Devono essere parti della stessa strategia.
La scelta dell’amministrazione comunale è stata quella di creare tavoli con dei coordinatori. Può produrre risultati, ma la questione centrale resta mettere a sistema le competenze e trasformare le proposte in azioni.
Il rischio è che le idee restino dentro i tavoli. Taranto ha bisogno che diventino progetti, tempi, responsabilità e risultati».
Al di là dei numeri dei Giochi, cosa dovremmo misurare adesso?
«La vera domanda non è soltanto quanti visitatori siano arrivati durante i Giochi, ma quanti abbiamo convinto a tornare a Taranto. Quanti parleranno della città e quanti sceglieranno di tornare durante l’anno.
Il Taranto Grand Tour dimostra che una domanda esiste. Da giugno a oggi abbiamo accolto migliaia di persone attraverso attività a pagamento. Recentemente abbiamo portato 170 persone da Caserta, arrivate con quattro pullman, a vivere l’esperienza della Città Vecchia, accompagnandole poi nel Borgo.
Il 75-80% dei nostri visitatori nelle attività organizzate arriva da fuori. Ma anche i Tarantini stanno tornando a scoprire la propria città, soprattutto attraverso gli eventi».
Quanto servono figure specifiche, come il Destination Manager, che aiutino una città a diventare destinazione turistica?
«Servono competenze e responsabilità chiare. Questa figura può essere uno degli strumenti per coordinare questo percorso.
Dobbiamo smettere di pensare al turismo come alla somma di singoli eventi. La destinazione Taranto è l’esperienza complessiva che una persona vive prima, durante e dopo il viaggio.
Se mettiamo insieme patrimonio archeologico, mare, enogastronomia, cultura, eventi, accoglienza e imprese, costruiamo un’identità forte.
Noi non dobbiamo inventare una destinazione turistica: abbiamo già tutto. Il Museo Archeologico, la Città Vecchia, il Castello, due mari, la cucina, il teatro, gli ipogei. Quello che ci manca è un racconto unico».

A tal proposito, perché è importante mettere in rete la Città Vecchia con quella nuova?
«Io immagino un unico grande distretto culturale, commerciale e turistico. Porta Napoli è un ingresso alla città, la Città Vecchia rappresenta il patrimonio storico-archeologico e il Borgo deve tornare a essere centrale.
Non dobbiamo semplicemente spostare l’attenzione da una zona all’altra. Il Borgo non è soltanto via d’Aquino e via Di Palma: comprende via Anfiteatro, via Principe Amedeo, corso Umberto, via Nitti, via De Cesare e molto altro.
E possiede un patrimonio straordinario: la Tomba degli Atleti, il Museo Archeologico, l’Arsenale, palazzi storici e chiese. Dobbiamo raccontarlo nella sua complessità e tornare a considerarlo un pezzo fondamentale della città».
E questo significa anche superare la vecchia idea di Taranto legata solo alla siderurgia?
«Taranto non può far finta che la siderurgia non abbia condizionato la città per decenni. Ma oggi dobbiamo costruire alternative economiche concrete.
Cultura e impresa non sono due cose separate: sono componenti dello stesso ecosistema.
Il turismo non deve diventare una gara a chi porta più persone. Dobbiamo lavorare sulla qualità e sulla durata dell’esperienza. Una persona deve arrivare a Taranto per un motivo e scoprire che ce ne sono altri dieci per restare o tornare.
E dobbiamo fare in modo che le imprese locali siano protagoniste e custodi del patrimonio».
Ha lavorato per anni sul territorio. Cosa è cambiato e cosa occorre ancora cambiare?
«È cambiato molto, soprattutto sulla Città Vecchia. Ma abbiamo perso troppo tempo. Abbiamo perso decenni.
Io uso spesso una parola: “nazzicare”. Noi Tarantini nazzichiamo. È quasi un tratto identitario, ma dal punto di vista dello sviluppo non possiamo più permettercelo.
Se i Giochi sono stati un acceleratore, adesso dobbiamo mettere la quinta, la sesta. Dobbiamo correre».

Se dovesse sintetizzare la sua idea futura di Taranto in una frase o in un concetto?
«Una città che smetta di considerare cultura, turismo e impresa come mondi separati e che metta a sistema ciò che già possiede.
Penso, ad esempio, all’acquedotto romano lungo la strada verso Statte: da una parte un patrimonio archeologico straordinario, dall’altra il paesaggio industriale. Perché non valorizzarlo con un progetto contemporaneo, con luci, installazioni, narrazione?
Non basta dire che vogliamo cambiare. Dobbiamo avere il coraggio di dare le spalle alla monocultura industriale nei fatti, costruendo concretamente un’altra economia e un altro racconto della città.
La visione non basta più: è arrivato il momento di trasformarla in futuro».
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