Casa Sollievo, il coraggio a tempo scaduto e il silenzio dei potenti


Ci sono luoghi che una comunità eredita e altri che una comunità costruisce. Poi esistono luoghi che diventano identità.

Casa Sollievo della Sofferenza appartiene a questa categoria. Non è soltanto un ospedale. Non è un bilancio da risanare, un consiglio di amministrazione da cambiare o una governance da ridisegnare. È la ragione per cui San Giovanni Rotondo ha smesso di essere un piccolo centro del Gargano per diventare un punto di riferimento mondiale della sanità, della ricerca e dell’accoglienza.

Eppure, proprio questa istituzione, così centrale nella vita della città, è stata troppo spesso lasciata sola.

Non oggi. Da decenni. Ogni volta che Casa Sollievo attraversava una difficoltà, la politica si limitava ad assistere. Ogni volta che emergevano tensioni, crisi, cambiamenti o segnali di sofferenza, si preferiva il silenzio. Un silenzio che non nasceva dalla prudenza.

Nasceva dalla convenienza. Perché Casa Sollievo è sempre stata considerata intoccabile.  Troppo importante per essere criticata. Troppo influente per essere disturbata. Troppo strategica per rischiare di perdere qualche consenso.

Così la politica ha rinunciato al suo ruolo più alto.

Non quello di comandare. Quello di rappresentare.

Oggi, improvvisamente, tutti parlano.

Comunicati. Appelli. Richieste di unità. Inviti a salvare l’ospedale. Persino chi, durante la campagna elettorale, aveva scelto accuratamente di non affrontare il tema, oggi riscopre il valore di Casa Sollievo.

È una conversione che arriva fuori tempo massimo.

Non perché sia sbagliato intervenire. Ma perché il coraggio ha un calendario diverso da quello dell’opportunità. Le battaglie non si scelgono quando diventano popolari. Si affrontano quando sono scomode.

Ed è proprio qui che emerge il vero problema.

Il problema non è un comunicato. Non è un candidato. Non è un partito. Il problema è una classe dirigente che, negli ultimi trent’anni, ha progressivamente smesso di pensare in grande. Ha amministrato. Ha gestito. Ha galleggiato. Ma ha raramente governato.

Mentre San Giovanni Rotondo cambiava, la politica continuava a parlare il linguaggio delle appartenenze.

Mentre il mondo della sanità evolveva, qui si continuava a ragionare in termini di equilibri elettorali. Mentre Casa Sollievo affrontava trasformazioni profonde, la politica locale sembrava preoccuparsi soprattutto di non disturbare gli assetti esistenti.

È mancata una visione.

È mancato il coraggio di costruire un rapporto istituzionale stabile con quella che rappresenta la più importante infrastruttura economica, sociale e sanitaria del territorio. Si è preferito rincorrere gli eventi. Mai anticiparli.

Naturalmente sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità all’esterno.

Anche Casa Sollievo deve interrogarsi. Negli anni non sono mancate critiche sulla gestione, sulle logiche interne, sulle scelte organizzative, sulla distanza crescente rispetto alla missione originaria immaginata da San Pio.

Questioni che non possono essere liquidate come fastidiose polemiche. Chi ama davvero un’istituzione non pretende che sia perfetta. Pretende che abbia il coraggio di migliorarsi. Ma proprio perché quei problemi erano conosciuti, risulta ancora più grave il comportamento della politica.

Dov’era quando bisognava costruire un tavolo permanente con Regione, Governo e Santa Sede?

Dov’era quando serviva difendere il ruolo strategico dell’ospedale? Dov’era quando la città chiedeva una visione e non una fotografia? Troppo spesso era altrove. Impegnata nelle geometrie delle maggioranze. Nelle alleanze di convenienza. Negli equilibri di palazzo. Nel piccolo cabotaggio amministrativo che ha impoverito il dibattito pubblico e mortificato le grandi questioni.

La storia, però, presenta sempre il conto.

E oggi quel conto arriva insieme alle preoccupazioni sulla governance, alle incertezze sul futuro e alle comprensibili paure di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Anche una parte del sindacato dovrebbe interrogarsi. Perché difendere il lavoro significa essere presenti quando i problemi nascono, non soltanto quando diventano inevitabili.

Il consenso costruito sull’emergenza dura quanto l’emergenza stessa.

La credibilità, invece, si costruisce nella quotidianità. Esiste un’immagine che descrive perfettamente ciò che sta accadendo. Quando un albero è rigoglioso, tutti cercano la sua ombra. Quando comincia a perdere i rami, tutti si scoprono giardinieri.

Casa Sollievo è stata quell’albero.

Per anni ha garantito economia, occupazione, prestigio, sviluppo e futuro. Molti hanno beneficiato della sua ombra. Pochi hanno davvero contribuito a proteggerne le radici. Ed è questa, forse, la più grande responsabilità collettiva.

Perché non riguarda soltanto un partito. Non riguarda soltanto un sindaco. Non riguarda soltanto un direttore. Riguarda un’intera classe dirigente che ha progressivamente sostituito il governo con la gestione, la visione con l’emergenza, la responsabilità con il consenso.

San Pio costruì Casa Sollievo senza chiedersi quale ritorno politico ne avrebbe tratto.

Pensava ai malati. Pensava alla dignità della persona. Pensava al futuro. È questo il punto che oggi dovrebbe interrogare tutti. Che cosa resterà della politica di questi decenni? Quale opera avrà lasciato? Quale visione? Quale eredità? Perché le campagne elettorali finiscono. Le alleanze cambiano. I comunicati vengono dimenticati. Le poltrone passano di mano. Le opere, invece, restano.

Ed è proprio davanti alle opere che si misura la statura di una classe dirigente.

Non davanti ai comunicati. Non davanti alle conferenze stampa. Non davanti alle dichiarazioni dell’ultima ora. La politica dovrebbe avere il coraggio di dire la verità, anche quando costa. Dovrebbe essere capace di prevenire anziché inseguire. Di costruire anziché occupare.Di servire anziché servirsi.

Perché Casa Sollievo della Sofferenza non ha bisogno di nuovi salvatori.

Ha bisogno, finalmente, di uomini e donne all’altezza della sua storia. E forse è proprio questa la domanda che San Giovanni Rotondo dovrebbe iniziare a porsi.  Non chi governerà domani.

Ma se esiste ancora una classe dirigente capace di meritare l’eredità che San Pio ha lasciato.

A cura di Maurizio Varriano.


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