Concluso il processo che vede alla sbarra per omicidio volontario, Antonello Lovato, il 39enne di Latina accusato di aver ucciso il bracciante indiano
Antonello Lovato è stato condannato per il reato di omicidio volontario con dolo eventuale alla pena di 16 anni di reclusione con le attenuanti generiche. Applicata l’interdizione perpetua dei pubblici uffici e una provvisionale per 120mila euro a Soni Soni. Provvisionali anche per i famigliari di Satnam, ma rigettate quelle per sindacati e enti partici civli.
Così ha deciso la Corte d’Assise del Tribunale di Latina composta dal presidente Mario La Rosa, dal giudice Francesca Ribotta e dalla giuria popolare, all’esito di una camera di consiglio durata cinque ore.
“Navi”, come era chiamato Satnam da amici e conoscenti, era venuto in Italia nel 2016. Dopo aver ottenuto il primo permesso di soggiorno, era diventato, a scadenza del lasciapassare, un vero e proprio invisibile come tanti extracomunitari sfruttati nei campi dell’agro pontino e oltre. Feritosi il 17 giugno 2024, con la macchina avvolgi-plastica per i meloni nell’azienda della ditta individuale di Antonello Lovato a Borgo Santa Maria, il 31enne lavoratore in nero è stato caricato su un furgone dal medesimo Lovato, suo datore di lavoro, e trasportato con la moglie via dall’azienda.
Dopo sette chilometri, senza essere portato in ospedale, “Navi” è stato abbandonato con la moglie in Via Genova, a Castelverde (già comune di Cisterna) davanti alla casa dove era ospitato da una coppia di italiani. Copiosa la perdita di sangue dal braccio mutilato e dalle gambe in condizioni gravissime, Navi è morto due giorni dopo in un letto dell’ospedale San Camillo di Roma dove era stato elitrasportato.
Lovato era imputato per i reati di omicidio con dolo eventuale e per diverse violazioni del decreto legislativo 81/2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Secondo il sostituto procuratore di Latina, Marina Marra – che ha chiesto la misura cautelare in carcere al Gip Giuseppe Molfese che l’ha condivisa – Lovato, “con plurime condotte”, ha causato con colpa, violando le norme di sicurezza sul lavoro, il ferimento di Satnam Singh, 31enne indiano irregolare e privo di permesso di soggiorno.
La Corte d’Assise, a inizio processo, ha ammesso la costituzione di parte civile di dodici dei richiedenti. Si tratta, innanzitutto, dei quattro famigliari di Satnam Singh e della compagna convivente more uxorio, Soni Soni. Accolte anche le parti civili di Inail, Comuni di Cisterna (presente in aula, come nella scorsa udienza, il sindaco Valentino Mantini) e Latina, Regione Lazio, Flai Cgil, Cgil Latina Frosinone e Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro). Escluse, invece, le associazioni di Libera, “Antonino Caponnetto”, Ona e Lavoratori Stranieri. Esclusa anche la richiesta della difesa di Lovato di chiamare come responsabile civile l’assicurazione Axa, ossia la compagnia che aveva assicurato il trattore che trainava l’avvolgi-plastica. In aula, il processo si è aperto il 1 aprile 2025 e sin da subito è stata battaglia tra la difesa di Lovato, rappresentata dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, e la Corte d’Assise.
È arrivato oggi, 8 luglio, all’ultimo “step” il processo. La prima udienza è stata, come detto, il 1 aprile 2025 e a distanza di poco più di un anno oggi, 8 luglio, si è concluso il processo.
Il 31enne indiano, deceduto il 19 giugno 2024, è diventato simbolo del malcostume del caporalato e il suo nome, dopo la sua morte, è finito all’attenzione di tutti i giornali e telegiornali nazionali e internazionali. Si può parlare, almeno per la provincia di Latina, di un pre e un post Satnam.
A distanza di due anni dalla morte, il 23 giugno scorso, è stato il pubblico ministero Luigia Spinelli, a iniziare la requisitoria durata un’ora e quaranta minuti, non senza tradire la sua commozione per parlare di quello che lei stessa definisce “un invisibile senza permesso di soggiorno, il caso di un uomo la cui morte poteva essere evitata”. Alla fine, insieme alla sua collega Marina Marra, sono stati chiesti 22 anni di reclusione per Antonello Lovato, ritenuto responsabile dell’omicidio doloso del 31enne bracciante indiano Satnam Singh detto “Navi”.
Oggi, 8 luglio, prima delle arringhe difensive, Antonello Lovato ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee. Dopodiché sono iniziate la arringhe difensive.
Il primo a parlare è stato l’avvocato Stefano Perotti. “La morte è sempre orribile – ha iniziato così il legale di Lovalo -, niente potrà restituire la vita. Siamo qui per un’unica cosa, per quel fatto così come si è verificato. Configura la fattispecie di reato che è alla base del capo d’imputazione? La risposta è no. L’assoluzione dall’omicidio volontario sarà un dovere”.
Il legale parte dalle domande e dalle risposte chieste e date dalla Procura, compresi gli esiti della consulenza medica. “Nelle discussioni delle altri parti – ha detto l’avvocato Perotti – si è detto molto all’omicidio con dolo eventuale, con il rimando alla Thyssen Krupp”. Eppure, “il punto di partenza non è il dolo eventuale, ma è il nesso causale, ossia i due eventi che uniscono due eventi fenomenici: il secondo è casualmente derivato dal primo”.
Secondo la consulenza medica l’omicidio di Satnam è stato causato da uno choc emorragico dovuto al distacco del braccio. Secondo la tesi difensiva, considerato che dal sinistro fatale alla chiamata del 118 sono passati tra i 15 e i 17 minuti, la morte non è stata dovuta esclusivamente dall’amputazione del braccio. “La fuoriuscita del sangue dall’arto era lenta e contenuta. Al momento dell’intervento del 118, la dottoressa applica il tourniquet per ridurre la fuoriuscita di sangue: risolta con questo passaggio. Se la lesione del braccio è stata controllata, perché l’esito clinico di Satnam è stato negativo? Se l’amputazione è stata risolta, perché è morto Satnam? Lo è stato perché è conseguenza diretta dell’incidente, mentre le altre lesioni di Satnam non sono state trattate perché non era possibile. Nulla si sarebbe modificato se la chiamata fosse arrivata prima dei 15-17 minuti”. In sostanza, tutte le altre lesioni di Satnam non sono state trattate, così come i vari sanguinamenti: “Non è l’arto che ha causato il decesso, ma il sanguinamento era in vari organi dal pancreas al fegato. Era lacerato in più parti”. Per la difesa è stato un inevitabile decorso sfavorevole per Satnam: le lesioni multiorgano non erano trattabili o sono state trattate in maniera conservativa che hanno avuto un esito negativo.
L’avvocato Perotti ha mostrato alla Corte d’Assise le immagini delle lesioni di Satnam che non sarebbero state trattate. “Sono lesioni con valenza causale autonoma. Satnam Singh è stato trasportato al San Camillo alle 18.27 perché il nosocomio regionale di competenza, dure ore dopo la chiamata al 118. Come avrebbe potuto una chiamata antecedente ai 15-17 minuti dall’infortunio salvare la vita di Satnam?”. L’arringa viene interrotta dal pianto della madre di Satnam scoppiato in lacrime mentre parla l’avvocato Perotti.
Il paziente – ricorda l’avvocato Perotti, citando uno degli operatori sanitari ascoltati in udienza – era in stato comatoso, non reagiva agli impulsi. “Gli viene applicato in ospedale lo strumento per evitare il soffocamento della lingua”. A corroborare la tesi, secondo la difesa, è la consulenza realizzata dal professor Costantino Ciallella (già professore in pensione dell’Università Sapienza di Roma) e consulente medico della difesa nel processo per la morte di Satnam Singh.
Per la difesa l’omissione di soccorso non è stata compiuta da Lovato perché non vi è certezza “prossima al 100%” che una chiamata prima dei 15-17 minuti che intercorrono dall’incidente sul campo a Borgo Santa Maria e la telefonata al 118. “Antonello ha spiegato che non ha chiamato. L’omissione di Lovato non è legata alla morte di Satnam. L’esito sarebbe stato diverso? La scienza dice di no. Satnam sarebbe morto lo stesso”.
Il legale chiede di immedesimarsi e fa l’esempio di un sinistro stradale: “Se siete indagati per omicidio stradale, ma si scopre che il vostro passeggero è morto per un infarto, non c’è collegamento con il vostro comportamento. Non c’è nesso”. Infine un appello alla Corte d’Assise e alla giuria popolare: “Decidete in nome del popolo italiano e non per il popolo italiano”. Una prece a decidere secondo il codice penale e non con l’emotività di un processo che, sin da subito, è diventato altamente mediatico.
La seconda arringa difensiva è quella dell’avvocato Mario Antinucci che critica da subito la requisitoria della pubblica accusa: “A pagine 29 si legge che Lovato organizza per nascondere e lui si preoccupa di andare a casa di lavare i vestiti, farsi una doccia, andare sul campo e spostare il trattore, fino a spostare i telefoni. Si reca in Questura solo quando ha gestito la situazione per la sua difesa”. Il legale mette in dubbio la tesi dell’accusa rispetto alla lucidità di Lovato e cita il caso Ciontoli-Vannini: “In quel caso un militare dei servizi segreti spara a poca distanza contro il fidanzato della figlia e poi va ad alterare la scena del crimine. Un colpo d’arma da fuoco sparato a 50 centimetri dalla vittima per cui Ciontoli è statop condannato a 14 anni di reclusione.
Altro esempio mosso dall’avvocato è il caso di Paola Clemente, il cui caso ha portato alla legge sul caporalato. La morte è avvenuta la mattina del 13 luglio 2015 ad Andria mentre la donna era al lavoro come bracciante in un vigneto. La sua morte è una tra le vicende che hanno portato, nel corso della XVII legislatura, all’approvazione della Legge 29 ottobre 2016, n. 199 per il contrasto al fenomeno del lavoro nero e del caporalato. Al termine del processo in cui era vittima Clemente, che per lavorare faceva chilometri per guadagnare 3 euro l’ora, l’amministratore unico dell’azienda agricola è stato assolto perché il fatto non sussiste.
Il legale menziona anche l’altro processo in cui sono imputati per caporalato Antonello e Renzo Lovato, ricordando di come ci sia ancora il sequestro dell’azienda “in realtà cessata ed inesistente”. Per l’omicidio doloso occorre, secondo la difesa, una volontà di uccidere una persona. Circostanza che, secondo la tesi difensiva, è esclusa nel caso di Lovato. “Abbiamo scelto consapevolmente di fare un processo col giudizio immediato perché dagli atti formati in indagine sono emerse posizioni opposte tra ciò che dice Soni Soni e l’altra dipendente dell’azienda Lovato”.
Antonello Lovato, nell’arringa dell’avvocato Antinucci, va in Questura, prima si fa la doccia, chiama i suoi avvocati e chiarisce la sua posizione dicendo tutto quello che ha fatto. Per la difesa, ci sarebbero ulteriori discrasie tra l’omissione di soccorso contestata a Lovato e quella non contestata all’altro bracciante di nazionalità indiana presente al momento dell’incidente. Né viene indagata l’altra dipendente dell’azienda.
“Lovato ha ammesso di aver compiuto un omicidio colposo e oggi, in quest’aula, non si è dimenticato di chi gli ha dato la possibilità di lavorare in carcere. Nessun Paese del mondo ha questa normativa, Antonello non ha tradito la fiducia che gli è stata data. Il carcere gli ha dato il lavoro”, dice l’avvocato Antonucci nel corso della sua arringa. “Lo ha detto, Antonello ha perso la testa e invece gli viene attribuita una lucidità selettiva. Non c’è nesso causale, né dolo eventuale”.
Secondo l’avvocato Antinucci, ci sono tutti gli elementi per riqualificare il reato imputato a Lovato da omicidio volontario con dolo eventuale a omicidio colposo: “Lovato merita tutte le sanzioni per aver violato le norme di sicurezza e merita di essere punito perché una persona è morta dentro la sua azienda. Antonello è responsabile dell’omicidio colposo nella formula dell’incidente sul lavoro in cui è maturata la morte di Satnam”. Il legale ha chiesto anche i benefici di legge e le attenuanti generiche.
A conclusione delle arringhe difensive, il pubblico ministero Luigia Spinelli, nelle sue repliche, ha ribadito che Satnam non è morto per incidente sul lavoro, ma c’è stata una gravissima omissione di soccorso. “Nessuno – spiega il pubblico ministero – doveva sapere che Satnam si era fatto male sul luogo di lavoro. Lovato è uscito fuori da Via Genova, dicendo agli altri di fare silenzio”. Stigmatizzato il passaggio dell’arringa difensiva rispetto alla locuzione “chiacchiere di una telefonata: “Era una telefonata per salvare la vita di un uomo”, ribadisce il pm.
“Se fossero stati chiamati i soccorsi, sarebbero aumentate le possibilità per Satnam di rimanere in vita?”, si chiede il pm. A riprova che ci sarebbe stata possibilità, ci sarebbero le testimonianze dei sanitari del 118 e del San Camillo. Per il pubblico ministero la consulenza di parte del professore Ciallella non smentisce la consulenza della Procura, realizzata dal medico legale Setacci. “Il punto è ciò che succede prima dell’accesso in ospedale di Satnam”.
Il pm Spinelli conclude affermando che “è un omicidio volontario con dolo eventuale. Non sono state chiacchiere dal telefono, ma una chiamata per cercare di salvare la vita di una persona”. A replicare anche gli avvocati di parte civile, tra cui il legale Gianni Lauretti difensore della compagna di Satnam, Soni Soni. L’avvocato ha parlato di vere e proprie illazioni formulate dalla difesa nel menzionare la testimonianza della giovane compagna del bracciante morto.
LA REQUISITORIA DEL 23 GIUGNO – Il caso della vita di un uomo che poteva essere salvato è il punto più carico di significati della requisitoria del pm Spinelli, la quale, dopo aver inquadrato la vicenda da un punto di vista sociale e culturale, ha iniziato a ricostruire i fatti più tecnicamente: dall’abbandono di Satnam all’artigianalità del macchinario che ha amputato il braccio di Satnam, fino a tutte le indagini messe in campo dai Carabinieri di Latina.
“Satnam – ha detto il pubblico ministero – era un lavoratore invisibile perché era privo di permesso di soggiorno. Era invisibile agli occhi di chiunque. Satnam è stato inserito in un sistema di lavoro dove le regole non erano rispettate, in cui vi erano macroscopiche violazioni della sicurezza sul lavoro”. Il delitto prima del delitto è stato quello di metterlo a maneggiare un macchinario pericolosissimo: in sostanza, Satnam era vivo e poteva essere salvato, invece è stato abbandonato.
La sua marginalità e la sua invisibilità l’ha fatto considerare una vita che poteva anche non essere salvata: “Un problema di cui liberarsi”. Il bracciante, lo sottolinea il pm, è morto per choc emorragica e dopo essere stato lasciato nella sua abitazione a Castelverde, in Via Genova, nel comune di Cisterna, con il braccio amputato lanciato in una cassetta della frutta, Lovato ha portato il a casa sua, a Latina, il furgone e lo ha lavato.
Il pubblico ministero ha evidenziato, anche attraverso la visione di alcune immagini che sono state fatte scorrere negli schermi dell’aula, i particolari della vicenda con uomo, che “è stato buttato contro uno spigolo per poi lasciarlo morire”. Di particolare impatto la cassetta della frutta sporca di sangue dove era stato lanciato il braccio amputato di Satnam e il trattore dove era stato agganciato il macchinario con la lama che ha mozzato il braccio dell’indiano di 31 anni. Entrambi – sia Satnam che la moglie – non erano stati assunti regolarmente: Nel momento dell’incidente era presente Soni, il datore di lavoro, un altro collega bracciante indiano e una donna dipendnte dei Lovato.
In aula è stato ricostruito il percorso di immigrazione di Satnam e Soni, entrati in Italia e passati anche dalla provincia dell’estremo nord est italiano fino all’area del napoletano dove lavoravano con le mozzarelle di bufala, pagati una miseria. Solo successivamente sono arrivati a Latina.
Il braccio mozzato dalla macchina è stato preceduto da un urlo di Satnam: “E cosa fa Lovato? Carica Satnam sul furgone mentre Soni era disperata e piangeva”. Il pensiero di Lovato era solo “di scaricare Satnam e lo scarica con un tale durezza da farlo ferire alla testa da cui è uscito sangue. È Soni a testimoniarlo”
Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, è probabile che sul furgone siano saliti in cinque e che, poi, solo Lovato, guidando il furgone, abbia trasportato Satnam e Soni a Castelverde. “Soni non è testimone oculare, ma era vicina al luogo dell’incidente avvenuto sui campi. Lei dice che Satnam stava lavorando su indicazione di Lovato”. La testimonianza di Soni è riscontrata da un altro bracciante presente nelle fasi concitate del post-incidente. Quest’ultimo chiama a un connazionale: “Dice sentito in aula che nella telefonata disse che Satnam poteva essere salvato”. È qui che secondo il pm arriva il momento più orrendo dell’intera vicenda: “Lovato chiede all’indiano al telefono dove buttare Satnam e i connazionali gli dicono di chiamare l’ambulanza”. Non c’è stato niente da fare, Lovato partì via con il furgone. Il resto di questa parte della storia è nota.
“Immedesimiamoci: vedere un uomo col braccio mozzato non può che farti chiamare i soccorsi. Ma non c’è stato niente da fare: per Lovato, Satnam non è un essere umano, ma qualcosa di cui disfarsi. Ha in testa un disegno ben preciso”.
Una volta che Satnam è stato portato di fronte alla sua abitazione viene descritta dal padrone di casa che vide Soni disperata. Il bracciante era già moribondo: “Si è tagliato, ha detto Lovato al padrone di casa il quale gli risponde “che lo porti qui?”. E Lovato: “non ce l’ho in regola”.
Nella requisitoria sono ricostruite anche tutta la sequenza delle telefonate che si sono susseguite nelle fasi dell’incidente. La prima telefonata è alle 16.28 indirizzata al centralino del pronto soccorso: “Si è tagliato di netto, ha proprio il braccio amputato”. E ancora altre conversazioni in cui emerge il trattamento riservato a Satnam. Di certo c’è che prima delle 16.28 del 17 giugno nessuno aveva chiamato il pronto soccorso, un lasso di tempo che la pubblica accusa considera dirimente per la fine che ha fatto la vittima.
Il pomeriggio del 17 giugno, Satnam rimaneva coinvolto in un infortunio grave e nonostante la situazione, Lovato caricava la vittima sul furgone e lo lasciava a casa, senza aspettare i soccorsi. Chi ha chiamato il 118 sono stati il padron di casa e un connazionale, ignorando cosa era successo. È stato un abbandono della vittima e il pubblico ministero ha puntato sul nesso causale, ossia il legame tra l’omissione di soccorso di Lovato, che era in grado farlo, e la morte di Satnam. La causalità sussiste quando la condotta avrebbe aumentato le chance di sopravvivenza della vittima. Dirimenti sono le consulenze medico legali della dottoressa Maria Cristina Setacci, nominata dalla Procura, e le dichiarazioni dei sanitari che hanno accolto Satnam quando è stato elitrasportato al pronto intervento del San Camillo di Roma dove è arivato alle ore 18.16 del 17 giugno. “Se Lovato avesse chiamato e detto che era stato amputato un braccio, si sarebbe azionata tutta la macchina dei soccorsi”, scandisce il pubblico ministero.
È vero che il paziente era poli-traumatizzato ma “cosa sarebbe accaduto se Lovato avesse chiamato subito i soccorsi”. La risposta per la pubblica accusa è chiara: “c’è la possibilità di salvare Lovato. Il suo choc non è stato trattato in tempo”. Il nesso causale, per il pubblico ministero, è dimostrato: “20 minuti senza un braccio e senza che nessuno abbia chiamato i soccorsi è tantissimo tempo”.
Il dolo eventuale di Lovato va capito secondo i suoi comportamenti: “Lui ha tenuto una condotta ostinata e consepvole inerzia nel non attivare i soccorsi. Dice che non aveva il telefono, crediamogli. C’era però il telefono di Soni, di Satnam e dell’altro connazionale. Aveva la possibilità di chiamare i soccorsi e aveva la perfetta percezione della gravità dell’infortunio. Si trova davanti ad un scena di un uomo incastrato con un braccio in un macchinario: non bisogna essere medici per capire che bisogna chiamare i soccorsi. Egli stesso ammette di non non aver visto mai tanto sangue”.
La necessità di chiamare il 118 “era una reazione immediata, ma Lovato non si lascia convincere dalle persone intorno lui. È ostinato e resiste alle sollecitazioni delle persone intorno a lui. Vede una persona mutilata e lo carica su un furgone, per poi abbandonarlo davanti casa e non aspetta i soccorsi. Non ha la decenza di aspettare. Dopo si organizza per nascondere le tracce di quanto successo: lui si preoccupa di farsi la doccia, lavare il furgone, tornare sul campo e spostare il macchinario e i telefoni cellulari spariscono. Solo dopo va in Questura con i suoi legali, successivamente ad aver messo a posto le cose. Non è lucido nell’aiutara Satnam, ma lo diventa quando deve salvaguardare se stesso. È la più chiara dimostrazione dell’accettazione del rischio dell’evento, ecco perché c’è il dolo eventuale”.
A parlare dopo la procuratrice aggiunta Spinelli, il pubblico ministero Marina Marra, titolare dell’indagine iniziata a giugno di due anni fa, che ha puntualizzato sulla condotta omissiva di Lovato e sulla mancata presenza dei dispositivi di sicurezza sul luogo di lavoro. Tutti i sanitari hanno confermato che il tempo e il trattamento dello choc emorragico sono strettamente connessi: “Il tempo è decisivo per una ferita del genere”. Parlando di Lovato, il pm Marra utilizza il termine di “occultare” gli elementi indiziari.
A chiedere la condanna di Lovato, dopo poco meno di due ore e mezza di requisitoria totale, è la procuratrice aggiunta Luigia Spinelli che si è detta infastidita dal tentativo dell’imputato di dare la colpa a Soni: “Lui dice che sarebbe stata lei a dire di accompagnare a casa Satnam. Ci vuole un bel coraggio”. Anche la testimonianza della quinta persona presente al momento dell’incidente è fortemente influenzata dall’essere dipendente dei Lovato, secondo la pubblica accusa.
“È la storia spezzata di una vita semplici. Satnam e Soni erano due ragazzi che volevano costruirsi il suo futuro: hanno trovato precariato e lavoravano senza sicurezza. Solo questo è un fatto drammatico e ingiusto”, spiega il pm Spinelli nelle sue conclusioni. “Quel giorno, Satnam era rimasto a lavorare perché aveva bisogno di soldi e non aveva alternative. Viene esposto a quel macchinario, senza sicurezza e formazione”. Quando il corpo viene mutilato: “si spezza il valore di quella vita. Lo capiamo dal modo in cui viene vista e nominata quella vita. In quelle parole “dove lo butto”, c’è il punto più basso della vicenda: Satnam diventa qualcosa di cui Lovato si deve disfare”. La distanza diventa abissale tra il lavoratore e il datore: “Satnam poteva essere salvato con una semplice telefonata. Oggi, sua moglie è sola e non risarcibile questo danno perché si è distrutto il progetto di vita. Questa morte è tragica perché nasce in un contesto di marginalità, perché avviene quando un uomo lavorava e perché non c’è il gesto di umanità nell’aiutare la vittima. Satnam è morto perché non poteva essere salvato o perché qualcuno ha deciso di non salvarlo? Chi lavora non può essere trattato come una cosa e l’indifferenza cinica non può essere lasciata senza conseguenze”.
Secondo il pubblico ministero, Lovato non merita le attenuanti generiche, neppure tenendo conto del suo stato di incensuratezza. “C’è distanza siderale tra Lovato e le condizioni della vittima in condizioni di inferiorità. Satnam era un soggetto vulnerabile e Lovato è in una posizione di supremazia”. Quello di Lovato è “un comportamento imprenditoriale deviato rispetto alle regole”. Lovato è colpevole e deve essere condannato a 22 anni.
A seguire gli interventi degli avvocati di parte civile per un processo che ha già vissuto il momento più carico di tensioni emotive. A iniziare l’avvocato Gianni Lauretti, difensore di Soni. Il legale ha sostenuto la tesi del dolo eventuale nell’infortunio occorso a Satnam, facendo riferimento al processo Thissen Krupp. Secondo l’avvocato di Soni, sa parte di Lovato vi è stata assoluta indifferenza e pervicacia nel non chiamare i soccorsi. “Chiedo di dare giustizia a Soni – ha detto il legale -. Sono passati due anni ma nei suoi pensieri c’è sempre Navi e il sogno spezzato. C’è anche speranza che l’episodio abbia contribuito a salvare qualche altra vita”. Dopo l’intervento dell’avvocato, Soni è scoppiata a piangere consolata dai sindacalisti che cercavano di rincuorarla.
A intervenire anche l’avvocato Maria Concetta Belli per il Comune di Cisterna che ha citato “Se questo è un uomo” di Primo Levi: ““Voi che vivete sicuri. Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera. Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo”. Tutte le parti civili hanno puntato sul dolo eventuale: “Cosa sarebbe successo se fossero stati chiamati i soccorsi? È il tempo che è stato decisivo nella morte di Satnam”.
L’avvocato dell’Anmil Massimiliano Gabrielli ha spiegato nettamente che non ci sarà risarcimento che potrò colmare il danno subito, chiedendo però una condanna giusta. Il legale ha citato la morte dell’operaio di Sonnino, Umberto Musilli: anche in quel caso, quel lavoratore si sarebbe potuto salvare. È una specularità assoluta con il processo Satnam. Gli avvocati della Cgil hanno puntato il dito sull’assoluta illegalità in cui lavoravano Satnam e gli altri braccianti nell’azienda Lovato.
L’arresto di Lovato, tuttora detenuto nel carcere di Frosinone, è stato disposto il 2 luglio 2024, dopo la richiesta pervenuta dal sostituto procuratore di Latina, Marina Marra, il 25 giugno dello stesso anno.
Sono otto le persone offese tra cui la madre di Satnam, Jasveer Kaur, il padre, i fratelli di Satnam Singh, il padre, Gurmukh Singh, tutti difesi dall’avvocato del foro di Santa Maria Capua Vetere, Giuseppe Versaci. Le altre persone offese sono i sindacalisti Giovanni Mininni della Flai Cgil e Giuseppe Massafra della Cgil di Latina. I sindacalisti sono difesi dagli avvocati Simone Sabbattini, Antonio Valori e Andrea Ronchi. Indicata, naturalmente, come persona offesa, anche la moglie del bracciante, Soni Soni, la 27enne difesa dall’avvocato del foro di Latina, Gianni Lauretti. Parti civili anche i Comuni di Latina e Cisterna, rispettivamente assistiti dagli avvocati Cinzia Mentullo e Maria Concetta Belli, e l’Anmil (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), assistita dall’avvocato Massimiliano Gabrielli
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Bernardo Bassoli
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