Dario Patruno
Nei giorni scorsi il CIPO (Centro Interculturale Ponte ad Oriente) ha assunto l’iniziativa di organizzare una visita guidata ai tre rotoli dell’Exultet conservati a Bari nel Museo Diocesano. Questi rotoli appartenenti ad un passato remoto diventano testimonianza di una memoria che rimette in moto la consapevolezza del presente. Riproporre alla cittadinanza barese questo gesto diventa esercizio di un ecumenismo contemporaneo intrinsecamente legato all’origine dell’identità cristiana pervenuto a noi in un modo luminoso e al tempo stesso misterioso. Gli Exultet, tra le opere più preziose in mostra permanente nel museo diocesano di Bari-Bitonto, rappresentano un elemento distintivo della storia e della cultura della città di Bari.
Si tratta di rotoli liturgici che annunciano il mistero della Risurrezione del Cristo e la redenzione dell’intera umanità. Le pergamene venivano srotolate, durante il canto dell’annuncio della Pasqua, dall’alto dell’ambone, dando la possibilità ai fedeli di seguire il significato delle parole del canto liturgico attraverso le immagini.
A quattro testimoni d’eccezione, ho posto alcune domande che danno ragione di questa full immersion e spero siano utili ad attrarre a questa visita che tra tante proposte culturali che in una estate assolata come non mai, val la pena non perdere.
Il primo testimone è stato Domenico Lassandro, – già ordinario di Letteratura latina, presso il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Tardoantico dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nonché Direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca di “Studi sulla Tradizione”.
Qual è la particolarità dei tre rotoli conservati a Bari rispetto agli altri ventisette conservati nel mondo. Cosa questo rappresenta per l’identità barese e pugliese?
Gli Exultet, redatti e scritti a Bari nel secolo XI su rotoli pergamenacei di mirabile fattura (e custoditi da sempre in cattedrale), presentano aspetti originali – e dunque identitari per Bari e la Puglia – sia per il loro discostarsi in varie parti dalla versione canonica, romana e ambrosiana, sia per la scelta di una scrittura beneventana (la scrittura prevalente allora nell’Italia meridionale) di tipo però ‘barese’ (Bari type). Sia ancora per aver inserito le immagini adornanti il testo liturgico in posizione rovesciata rispetto alle linee della scrittura, al fine di consentire al popolo di comprendere, man mano che il diacono avrebbe svolto il rotolo per cantare il preconio pasquale, di comprendere, attraverso le immagini, quanto cantato in una lingua (il latino) non comprensibile dagli indotti fedeli.
Questo patrimonio culturale in chiave ecumenica perché è così contemporaneo alla vita del nostro tempo?
Perché nei rotoli baresi e nel coevo Benedizionale, scritti in una città ricca e fiorente come la Bari di quel tempo (vedi le significative testimonianze del poeta Cielo d’Alcamo sulla grande ricchezza della città e soprattutto di Dante, che menziona Bari come ‘borgo’ posto a segnare il confine orientale dell’Italia del Sud), appare la compresenza, ‘ecumenica’, di elementi tanto occidentali quanto orientali bizantini, segno indubbio di unità tra le due parti (Oriente e Occidente) della Cristianità. E dunque i rotoli baresi dell’Exultet rappresentano una testimonianza della vocazione ecumenica di Bari, sottolineata ogni volta dai papi giunti in visita alla basilica di San Nicola, luogo ove storicamente e idealmente si congiungono la Chiesa cattolica e ortodossa.
Donatella Di Modugno, architetto, è docente di Arte e Immagine nella scuola secondaria di primo grado da oltre vent’anni. Arteterapeuta e ricercatrice nell’ambito della pedagogia artistica, si è specializzata in pratiche didattiche all’avanguardia tra cui il Metodo Caviardage® e il Diario Visivo, di cui è formatrice esperta. Autrice e saggista, ha recentemente pubblicato un contributo nel volume Condivisioni. Didattiche e pratiche dell’arte nei processi formativi (Quorum Edizioni, 2025). La sua ricerca pedagogica è orientata alla trasformazione dell’esperienza scolastica in un percorso di benessere e consapevolezza attraverso il linguaggio visivo e la valorizzazione del territorio.
Alla prof.ssa Di Modugno ho posto le seguenti domande.
L’Exultet a cosa ci educa nel vivere il nostro presente?
L’Exultet ci educa alla pazienza della scoperta, contrapponendosi alla frammentazione dei messaggi digitali moderni. Il lento srotolarsi della pergamena, che rivela le immagini solo seguendo il ritmo del canto, insegna che la bellezza non è un consumo istantaneo, ma un percorso che richiede cura. È un invito a rallentare per ritrovare profondità, trasformando lo sguardo dei ragazzi in un atto consapevole, capace di dare senso a una realtà che spesso corre troppo veloce per essere compresa.
Come questi documenti medievali fanno rivivere la ricchezza religiosa, ecumenica e culturale?
L’Exultet rappresenta un autentico crocevia di civiltà, dove l’estetica bizantina e la sensibilità longobarda si fondono in un linguaggio mediterraneo universale. Attraverso simboli e colori, queste immagini superano ogni barriera linguistica, mostrando ai ragazzi che la nostra identità non è un blocco isolato, ma un dinamico mosaico di influenze. Studiare questi documenti significa educare alla bellezza come ponte tra culture diverse, definendo le radici plurali della nostra storia.
Quanto il potere dell’immagine influenza la nostra percezione del sacro e l’essere cristiani laici oggi?
Questa è la sfida centrale per chi insegna Arte oggi. Passiamo da un’era di “analfabetismo testuale” (il Medioevo, dove l’immagine era la Biblia Pauperum) a un’era di “analfabetismo visivo” paradossale, dove siamo sommersi da immagini ma non sappiamo più leggerle.
Oggi l’immagine è spesso un “riflesso” dell’ego (il selfie). L’immagine sacra medievale era invece una “finestra” verso l’Oltre. Insegnare a un ragazzo a leggere un Exultet significa educarlo a cercare il sacro non solo nelle chiese, ma nella bellezza che genera senso.
Terzo testimone Mariagraziella Belloli, cultrice appassionata di ogni forma di arte, studia il bello in tutte le sue accezioni, specialmente nelle arti figurative e letterarie. laureata presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli in Lingua e Letteratura Francese, studiosa di Orientalismo, , si occupa di temi correlati all’Oriente e alla trasmigrazione dei simboli artistici e culturali dal Levante nella civiltà europea. Oltre che scrittrice di numerosi libri. Presidente del Centro Interculturale Ponte ad Oriente.
Qual è la particolarità dei tre rotoli dell’Exultet conservati a Bari rispetto agli altri ventisette conservati nel mondo e quindi cosa questi documenti rappresentano per l’identità barese e pugliese?
I tre rotoli dell’Exultet conservati a Bari presentano una particolarità unica: sono tra i rari esemplari che combinano testo latino con immagini anche di scene profane e simboliche di straordinaria ricchezza, realizzate con tecniche e stili che fondono elementi bizantini, romanici e medievali. In particolare le loro raffigurazioni, capovolte rispetto al testo in modo che il popolo potesse partecipare attivamente alle funzioni anche senza conoscere la lingua liturgica, riflettono la vita, la spiritualità e la cultura del Mediterraneo nel X-XI secolo.
… cosa questi documenti rappresentano per l’identità barese e pugliese?
Per l’identità barese e pugliese, questi rotoli rappresentano un simbolo profondo di appartenenza e di memoria storica. Bari, crocevia tra Euro a e Oriente, trova in questi manufatti la conferma del suo ruolo storico di ponte culturale e religioso. Gli Exultet sono quindi non solo opere d’arte e fede, ma anche emblemi di un’identità regionale aperta, multiculturale e radicata nella tradizione.
Dulcis in fundo la Prof.ssa Maria Angelastri, titolare della cattedra di Stile, Storia dell’Arte e del Costume presso Accademia di Belle Arti di Bari. Suoi gli insegnamenti di Storia dell’arte Moderna, Fenomenologia delle arti contemporanee, Museologia, e Fenomenologia delle arti contemporanee.
A cosa ci educa l’Exultet nel vivere il nostro presente?
Ci educa a recuperare, nel tempo presente, l’ordine simbolico del tempo stesso, il senso dell’esperienza ordinaria e l’importanza della relazione tra micro e macrostoria. Non a caso la “E” che giganteggia nella sua valenza decorativa come capolettera non è rilevante solo per la preziosità e la ricchezza delle invenzioni miniate, ma soprattutto perché connette la parola alle immagini, elevandosi a simbolo di tutta la narrazione testuale e visiva.
Quella “E” va intesa nel suo valore letterale di congiunzione, oltreché di capolettera: congiunzione tra cielo e terra, tra liturgia alta ed esperienza quotidiana del popolo (si veda, ad esempio, l’elogio del lavoro delle api e della cera). È un messaggio che ci ricorda come la dimensione umana, nonostante la sua intrinseca fragilità, contenga sempre una possibilità di rigenerazione, magnificamente riassunta nella formula paradossale della Felix Culpa.
Come i documenti medievali fanno rivivere la ricchezza religiosa, ecumenica e culturale delle immagini?
I rotoli dell’Exultet integravano il testo latino e miniature d’influsso bizantino, creando un vero e proprio ponte ecumenico tra Oriente e Occidente. Mostrando le immagini capovolte verso il popolo mentre il diacono cantava dal pulpito, questi manufatti superavano le barriere dell’analfabetismo, includendo l’intera assemblea in un’unica, ricca esperienza culturale e di fede.
Oggi l’immagine rischia spesso di banalizzare il sacro, riducendolo a estetica superficiale. Tuttavia, per il laicato moderno essa può offrirsi ancora come uno strumento per rintracciare nella realtà quel “germe di bellezza” capace di trasfigurare la percezione ordinaria: un sacro che non si colloca al di là del reale, ma che si manifesta proprio attraverso la sua materialità. In tal senso, l’Exultet può essere riconsiderato come una potente interfaccia grafica capace di riattivare il passato nel nostro presente.
Questo patrimonio culturale in chiave ecumenica perché è così contemporaneo alla vita del nostro tempo?
In chiave ecumenica, questo patrimonio culturale è straordinariamente contemporaneo perché incarna un dialogo già vissuto tra cristianesimo latino e orientale, anticipando i temi del confronto, della condivisione e della riconciliazione ora più che mai attuali. La loro lettura e valorizzazione oggi promuove un’ecumenicità vissuta, non solo teorica, rendendoli vivi testimoni di un passato che parla al presente.
Aver vissuto la memoria di un passato rappresenta un unicum dell’età medievale, che caratterizzò la cultura latina dal X al XIII secolo nell’area beneventana, illumina il presente, il nostro presente, il mio presente perché la fede si nutre di memoria. Papa Francesco ce lo ricordava il 7 giugno 2018 nella MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE La memoria cristiana è il sale della vita Citando la lettera paolina a Timoteo affermava: “Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo”. E questo diventi una consegna per ciascuno di noi.
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Redazione Corriere PL
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