Franco Baresi, il ritratto di Mario Vespasiani: addio al Capitano


Roma – Nel tormentato e stratificato panorama della lirica contemporanea e della saggistica indipendente, l’indagine estetica incentrata sulla scomposizione dei codici della memoria e sul recupero delle matrici filosofiche dell’esistenza si configura come un fondamentale presidio di resistenza intellettuale. La produzione letteraria e poetica firmata dall’autore Luca Cipolla si inserisce con autorevolezza in questo filone di ricerca, tracciando un’articolata traiettoria verbale in grado di connettere la fragilità dell’esperienza biologica quotidiana alla trascendenza delle categorie assolute dello spirito. La sua opera rifiuta categoricamente le lusinghe del formalismo vuoto e della decostruzione nichilista fine a se stessa, per riaffermare l’onestà intellettuale del verso inteso come hardware e architettura della coscienza, capace di superare l’isolamento e l’appiattimento culturale della società post-moderna.

La deostruzione del diario e la resistenza del segno nella pagina scritta

L’ordito compositivo di Cipolla si apre con una potente riflessione metatestuale sulla natura stessa del libro e sul ruolo civile e formativo del dicitore all’interno dei mutamenti civili contemporanei. La parola cessa di essere un mero ornamento ornamentale o decorativo per tramutarsi in una testimonianza tangibile, un’impronta indelebile che esige la partecipazione sensoriale e attiva del lettore. Il testo si fa carne, materia da plasmare foglio dopo foglio, superando le barriere del silenzio e dell’incomprensione per aprirsi al confronto e alla condivisione empatica con il dolore del prossimo. La scrittura analitica dell’autore mappa con precisione scientifica i traumi della crescita e i labirinti della memoria collettiva, consegnando alla cittadinanza un prezioso laboratorio di igiene intellettuale e conforto filosofico attraverso la suite intitolata significativamente “Il libro”:

Io sono il segno

e lascerò che mi sfiorino

le tue dita curiose.

Non mi riconoscesti all’istante

ed ora dentro ogni verbo

o aggettivo,

dentro ogni tinta

o sfumatura

scorgerai il dolore

del tuo prossimo

in un vecchio

che ti racconterà

la storia che vivrai

la strada che attraverserai

in una sorgente

di divinazione

e dopo avre lasciato alle spalle

la verde valle del silenzio

e della comprensione

ne reggerai il confronto.

Io sono il segno

e tu la materia

da plasmare ad ogni pagina..

L’istituto dell’oblio e le ombre della roccia di Agouin

Un asse portante della saggistica in versi di Luca Cipolla investe la dialettica dello smantellamento dei ricordi attraverso la metafora del diario lacerato e disperso nei flussi delle correnti marine. Nella lirica “Oblio”, il poeta indaga con rigore antropologico il bisogno umano di spezzare le catene del passato prossimo per proiettare la coscienza verso una dimensione atemporale, slegata dai vincoli rigidi delle metriche tradizionali. I sentieri della memoria si inerpicano lungo scenari aspri e suggestivi, dove le rifrazioni argentee sulla roccia di Agouin evocano la transizione traumatica di un flash distante, un indicatore visivo che accentua il senso di solitudine biologica e di parziale abbandono dell’individuo di fronte alle fredde rime dell’alba metropolitana:

Stracciai

le pagine del mio diario

e le gettai

in mare..

Una sera senza luna

raccontai

ai miei posteri

come l’oblio

spezzi le catene

del passato prossimo

ed una poesia

resti slegata

dai propri versi.

Cavalcai lungo i sentieri

che declamano il passato

e le ombre argentee

sulla roccia

di Agouin

rimandavano ad un flash

distante.

Solo,

sentirsi differente

e abbandonato

da non poter

recitare a memoria

le rime tese dell’alba.

Il superamento del conflitto interiore e l’omaggio a Emily Dickinson

La transizione verso una maturità esistenziale e gnoseologica si compie attraverso la scomposizione delle dinamiche dell’antagonismo individuale. Nella composizione “Il bicchiere mezzo pieno”, l’autore opera una profonda inversione di rotta spirituale, abbandonando l’autocritica distruttiva per inchinarsi con umiltà e spirito di servizio di fronte alle aurore serpeggianti della natura. Il richiamo filologico all’acqua purificatrice del fiume Giordano si converte in un welfare emotivo che alleggerisce il peso dei ricordi dolorosi, trasformando la percezione della piccolezza umana di fronte al mistero della storia in una dinamo di rinnovamento lessicale. Il cassetto ammuffito che nascondeva il diario di una rassegnata Emily Dickinson viene scardinato, liberando le parole dal confinamento del dissenso per immetterle nella luce diffusa della rinascita civile:

Sgualcite luci,

aurore serpeggianti

m’inchino a voi

como dianzi a cime innevate..

non sono più l’antagonista

di me stesso

e ora bevo dall’acqua del Giordano

il bicchiere mezzo pieno

e mi lascio portare

dai ricordi,

anche se fanno male,

sono leggeri.

L’onta

mi ricorda quanto siamo piccoli

di fronte alla storia

ed al mistero

che m’instilla vivaci parole,

non più mesti versi

relegati

ad un cassetto ammuffito

che nasconde il diario

di una rassegnata Emily.

La danza crepuscolare tra le nebbie mitologiche di Caronte e Plutone

Il registro stilistico di Cipolla acquisisce tonalità squisitamente teatrali e performative nell’affresco visionario intitolato “Danza crepuscolare”. In questo testo, lo scenario urbano e antropologico viene invaso dalle brume della nebbia metropolitana, all’interno della quale si muovono figure allegoriche e personaggi storici della letteratura universale, da Lucifero a un vecchio storpio alla ricerca del tempo perduto. La rievocazione della data tagliola del 20 maggio si intreccia alla danza macabra orchestrata da Caronte intorno al pianeta Plutone, delineando un poema notturno terrestre in cui l’innocenza dell’infanzia, simboleggiata dal gioco con le biglie di cristallo della giovane Miriam, custodisce il desiderio intatto di intonare un canto di amore filiale ed emancipazione intergenerazionale:

Spenta è la luce

una pagina di diario strappata

anche Lucifero si è lasciata andare

pare un fumetto nascosto

nella nebbia

dove cammina un vecchio storpio

alla ricerca di quel 20 maggio

quando Caronte immaginava

la sua danza

intorno a Plutone

e recitava il poema

della notte terrestre,

Miriam giocava con

biglie di cristallo

sognando di cantare

al padre

una canzone per il ballo.

La coscienza non locale e la scomposizione della natura botanica

Un nucleo di forte spessore filosofico e accademico si identifica nella lirica “Io ho già vissuto”, saggio in versi in cui Cipolla definisce la propria identità artistica attraverso la categoria della “coscienza non locale”, un’entità metafisica nZEB che vibra in dimensioni trascendenti per offrire supporto e orientamento etico al cammino della comunità. Il contatto simbiotico con la terra e con la biodiversità agraria si manifesta mediante una mappatura cromatica e botanica di straordinaria soavità: l’attraversamento dei campi di papaveri, la raccolta terapeutica della camomilla e il nutrimento tratto dalle tonalità lilla dei glicini primaverili e dal profumo dei gelsomini delineano il profilo di un’anima schiva, che rifiuta la parcellizzazione e l’asfissia dei consumi di massa per farsi custode del progresso spirituale:

Io ho già vissuto

ed ho attraversato

campi di papaveri,

raccolto camomilla,

mi son nutrito

del lilla dei glicini

a metà primavera,

i gelsomini da contorno,

sono un’anima schiva,

coscienza non locale

che vibra dentro un’altra dimensione

e ti supporto,

ti suggerisco

la strada da percorrere.

La selva equatoriale tra mantra primordiali e passi felini

L’esplorazione della topografia interiore registra una transizione di genere verso l’esotismo astratto con la lirica “Selva”. Le coordinate geografiche dello scritto proiettano il lettore all’interno di un ecosistema primordiale, dominato dalla bruma lucida del mattino e dalle evoluzioni di eteree scimmie tra i monumentali alberi di kapok. I versi degli animali si convertono in mantra mai uditi, codici sonori capaci di ridefinire il concetto stesso di dimora e cittadinanza attiva: il tappeto verde di foglie e radici cela la seconda casa dello spirito. La comparsa dei passi felini, che svaniscono inquieti nei flussi idrici, apre una fessura nell’equilibrio emotivo del poeta, il cui cuore risulta ferito da incubi sottesi che tagliano il cammino, indirizzando il destino umano verso le tonalità di un canto lontano, mentre le rane assopite sigillano il silenzio della palude:

Eteree scimmie

saltavano

tra alberi di kapok

nella bruma lucida

di primo mattino

e i loro versi

somigliavano a mantra

mai uditi..

lontana la strada di casa

ma se ci penso

proprio quel tappeto

verde di foglie e radici

celava la mia seconda

casa..

passi felini

facevano da breccia

ed inquieti svanivano

nell’acqua.

Tradito il mio cuore

da sottesi incubi

che tagliavano

il cammino,

a un canto lontano

rivolgeva il suo destino..

le rane assopite

più non gracidavano.

I falò del rituale indigeno e la separazione della pula dal grano

Un asse di primaria rilevanza civile e antropologica viene strutturato nel componimento “Rituale”, messinscena comunitaria e corale allestita sotto un cielo plumbeo carico di nuvole gonfie. I falò accesi dai nativi fanno da sponda all’esecuzione di canti tradizionali e tristi arie che si tramutano istantaneamente in nostalgia, un sentimento protettivo che unifica il capitale umano di fronte alle asprezze del reale. Il passaggio della poiana, che taglia l’orizzonte lasciando lacrime di fuoco, spinge il dicitore a sollevare le mani in un gesto di profonda connessione ecologica e sussidiarietà circolare. Il ritmo ancestrale del tamburo stringe la collettività in un abbraccio protettivo, stabilendo che al sorgere della luna si compia la definitiva transizione e separazione della pula dal grano, formula che sancisce il trionfo del merito, della legalità e della purezza etica:

Falò accesi

sotto un cielo basso

di nuvole gonfie,

i nativi declamano versi

d’una triste aria

che si trasforma in nostalgia,

una poiana taglia

l’orizzonte

che ora piange lacrime di fuoco

  • ne scorgo l’essenza

    e sollevo le mie mani –

    il tamburo ci lega

    in un abbraccio

    e quando la luna appare

    la pula più dal grano non si separa.

La personificazione del ricordo materno e l’officina del tempo

La disamina della materia e delle volumetrie fisiche si arricchisce di una profonda e toccante sponda affettiva nella lirica “Dentro la materia”. Cipolla opera una vera e propria personificazione del ricordo, materializzandolo nell’immagine di un viale alberato percorso mano nella mano con la propria figura materna. La presenza di una vecchia officina artigianale, la cui ombra fissa un limite alla luce zenitale del sole, si offre come un ritratto d’epoca, una fotografia sbiadita dall’accelerazione del tempo macroeconomico e industriale. I giorni e le ore perdono il proprio valore nominale per convertirsi in polvere e siccitosa foschia di una stagione passata che l’autore rimpiange con commossa onestà intellettuale, deostruendo la freddezza della modernità per riaffermare la sacralità delle radici:

Dentro la materia

l’immagine personificata del ricordo,

un viale alberato,

mano nella mano

con mia madre,

una vecchia officina

che fa ombra

alla luce del sole,

pare un ritratto,

una foto sbiadita,

il tempo allontanato

che più non ha nome

né il giorno né l’ora,

solo polvere,

siccitosa foschia

d’una stagione

che già fu

ed ora rimpiango.

L’ulivo del Getsemani e la memoria drammatica del treno

Il radicamento agrario e la memoria religiosa si fondono in modo lineare nel testo intitolato “L’ulivo”. Seduto sulla struttura monumentale delle proprie radici lignee, il poeta accoglie il peso leggero del pensiero altrui durante le ore del tramonto collinare. Il ricordo del burrascoso passato aziendale o familiare si manifesta attraverso l’asprezza materica della sansa, assaporata dalle maestranze come se fosse l’essenza stessa della casa e della preghiera laica. L’evocazione dell’urlo drammatico del Getsemani introduce la dimensione del sacro e della sofferenza ed evoluzione dello spirito, ricollegando le ferite esistenziali alla memoria indelebile di un treno che ha segnato la biografia del dicitore, trasformando il trauma in un hardware di testimonianza civile e di difesa dello stato di diritto:

Seduto

sulla mia radice

sento il tuo peso

leggero

al pensiero,

scoraggiato al tramonto..

ricordo di ieri

burrascoso passato,

è sansa

e la assapori

como se fosse casa

come se fosse preghiera,

l’urlo del Getsemani

ancora ti spaventa

e quel treno non l’hai dimenticato.

La ricerca della non-parola e l’omaggio storiografico a Nichita Stănescu

La raccolta di Luca Cipolla sigilla il proprio percorso critico ed editoriale attraverso il manifesto programmatico intitolato “Nella ricerca”. Il poeta setaccia le oscurità della notte metropolitana alla ricerca dei versi più puri, rari e insoliti, all’interno di un’arena in cui la linea dell’orizzonte risulta completamente cancellata, azzerando i confini convenzionali che separano la terra dal cielo. Di fronte al plauso degli astanti vuoti e immaginari della società dello spettacolo, Cipolla evoca la figura monumentale e la saggistica del grande poeta rumeno Nichita Stănescu, mutuandone l’estetica delle “non-parole” e la capacità di sorridere di fronte alle asfissie della realtà. L’odore della legna bruciata che pervade l’aria, le montagne dell’est sullo sfondo e l’immagine di una radura incantata restituiscono alla parola scritta la sua funzione primaria di presidio di civiltà e di diletto dell’anima, indicando la rotta per un futuro consapevole e libero dalle schiavitù del presente:

Setaccio la notte

alla ricerca

dei versi più puri

ma insoliti

dove l’orizzonte

ha cancellato

la sua linea di demarcazione,

confine

tra la terra e il cielo.

Plaudono gli astanti

vuoti e immaginari

Nichita teso

delle sue non-parole

come fai a non sorridere,

fuori odore di legna bruciata,

le montagne dell’est,

una radura incantata.


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