Uno Stato giusto deve raggiungere
chi realmente ne ha bisogno
Una società non cresce soltanto grazie a chi accumula grandi patrimoni. Cresce soprattutto grazie a milioni di famiglie che lavorano, risparmiano, investono nell’istruzione dei figli, aprono un’attività, acquistano una casa, accettano il rischio di migliorare la propria condizione. È questa energia diffusa, tipica del ceto medio, a sostenere la mobilità sociale e a dare continuità allo sviluppo. In Italia rischiamo di consumarla lentamente, senza neppure accorgercene.
Il problema non è aiutare chi ha bisogno. È farlo attraverso una stratificazione di bonus, esenzioni, soglie e agevolazioni che spesso non risponde a un disegno coerente. Ogni emergenza aggiunge una misura; ogni stagione politica promette di conservarla o ampliarla. Raramente si verifica se il beneficio raggiunga il destinatario, se incoraggi l’autonomia o se si sovrapponga ad altri interventi. Così la protezione sociale rischia di trasformarsi da strumento di riscatto in un sistema permanente di distribuzione di vantaggi.
I numeri impongono una riflessione. Secondo le elaborazioni di Itinerari Previdenziali, i trasferimenti statali alla gestione assistenziale dell’Inps sono passati da circa 74 miliardi nel 2008 a 180 nel 2024. Sono aggregati che comprendono prestazioni molto diverse e non coincidono con la sola spesa contro la povertà. Ma la loro crescita segnala quanto sia diventato esteso il ricorso all’intervento pubblico. Nello stesso arco di tempo, secondo l’Istat, le persone in povertà assoluta sono salite da circa 2,8 a 5,6 milioni. Non è la prova che i sostegni abbiano causato la povertà: è però un motivo sufficiente per interrogarsi sulla loro efficacia.
C’è poi una contraddizione che pesa sull’equità. Per accedere a molte prestazioni conta il reddito dichiarato, non necessariamente quello realmente disponibile. In un’economia attraversata dal lavoro irregolare e dalla sottodichiarazione, questa distanza può diventare decisiva. Chi rispetta le regole può risultare troppo ricco per ottenere un aiuto; chi nasconde una parte delle entrate può apparire bisognoso. Anche l’uso opportunistico delle residenze e delle composizioni familiari può alterare gli indicatori economici. Non significa che ogni beneficiario sia sospetto: significa che controlli insufficienti finiscono per colpire proprio chi dovrebbe essere tutelato.
Il danno è doppio. Le risorse assegnate ai falsi poveri vengono sottratte ai poveri veri, che hanno meno mezzi per difendersi e maggior bisogno di servizi affidabili. E il costo del sistema ricade in misura rilevante sui contribuenti che non possono occultare facilmente i propri redditi, a cominciare da dipendenti e pensionati. La progressività fiscale è un principio di giustizia; altra cosa è lasciare che l’evasione renda diseguale il sacrificio richiesto a cittadini con capacità economiche simili.
Il ceto medio subisce così una pressione che non si misura soltanto nell’imposta versata. Perde potere d’acquisto, incontra ostacoli nell’accesso alle agevolazioni e vede ridursi lo spazio per accantonare risparmi. Quando una promozione o un aumento di stipendio comportano la perdita improvvisa di più benefici, il miglioramento economico può produrre un vantaggio netto sorprendentemente modesto. È un messaggio sbagliato: impegnarsi di più non dovrebbe diventare una penalità.
La vera sfida è ricostruire un patto di fiducia: chi contribuisce deve vedere regole uguali per tutti, chi è fragile deve trovare aiuti certi e mirati.
La questione, dunque, non si risolve con un altro bonus né con un ritocco isolato delle aliquote. Servono una ricognizione trasparente delle prestazioni, criteri coordinati, controlli credibili sui redditi e sui patrimoni effettivi, soglie che non puniscano chi progredisce. Soprattutto, occorre distinguere l’assistenza indispensabile dagli incentivi che si perpetuano senza una valutazione dei risultati. La tutela dei fragili deve accompagnarsi a lavoro regolare, formazione, servizi e opportunità concrete.
Uno Stato giusto non è quello che moltiplica i beneficiari sulla carta. È quello che raggiunge chi è realmente in difficoltà, impedisce agli opportunisti di appropriarsi delle risorse comuni e lascia a chi lavora la possibilità di costruire un futuro migliore. Difendere il ceto medio non significa contrapporlo ai poveri: significa preservare la forza economica e civile senza la quale anche la solidarietà, prima o poi, diventa insostenibile.
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