Paolo Maldini ha rotto il silenzio sul progetto naufragato per rifondare il calcio italiano e sulla mancata nomina di Andrea Pirlo, ricostruendo i passaggi che portarono alla scelta ufficiale annunciata il 28 luglio 2026 al Consiglio federale della FIGC. Nel racconto riportato al Corriere della Sera, l’ex dirigente descrive quando e come il confronto con il presidente federale abbia mutato il perimetro decisionale previsto all’inizio del mandato, incidendo sul ruolo di direttore tecnico che gli era stato affidato, affiancato da Leonardo Nascimento de Araújo come advisor.
La ricostruzione di Maldini sul caso Pirlo: “La società di scommesse russa? Un pretesto”
Secondo il racconto di Maldini, la vicenda che ha fatto saltare la nomina di Andrea Pirlo è stata usata come un “pretesto” e, nella sua versione, sarebbe stata amplificata dai media e dall’opinione pubblica in modo eccessivo. Al centro delle polemiche erano finiti i rapporti dell’ex centrocampista con una società russa di scommesse, elemento che aveva sollevato dubbi sulla compatibilità con un incarico alla guida della Nazionale.
Maldini, però, sostiene che Pirlo fosse disposto a risolvere la questione: “Era disposto a chiudere i rapporti con la Bet company russa. È una persona correttissima, non meritava questo clamore”.
Nel dibattito attorno ai rapporti di Pirlo con con Fonbet – questo il nome della società legata all’oligarca Sergey Lomakin- erano stati richiamati anche il codice etico e il decreto dignità, ma secondo Maldini nessuno di questi elementi avrebbe appresentato un ostacolo insormontabile: “Se ci fosse stata la reale volontà di farlo firmare come ct, non ci sarebbero stati ostacoli legali”.
Malagò ha fornito una ricostruzione diversa dello strappo: ha rivendicato la decisione di fermare l’iter per Pirlo per ragioni di “opportunità”, ma ha negato l’esistenza di uno scontro con Maldini e Leonardo, parlando di una separazione consensuale.
Pirlo sulle altre nomine: “De Rossi e Grosso esclusi”
Pirlo, inoltre, non era un nome scelto all’ultimo momento. Maldini e Leonardo Nascimento de Araújo, ex calciatore e dirigente del Milan che avrebbe lavorato al progetto come advisor, avevano inizialmente individuato tre possibili allenatori: Pirlo, Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Già in questa fase, però, Malagò era intervenuto sul perimetro della scelta. Maldini racconta che il presidente aveva spiegato che, in base agli accordi che lo avevano portato all’elezione, non sarebbe stato possibile sottrarre allenatori alle squadre di Serie A. De Rossi e Grosso erano quindi stati esclusi.
Maldini dice di aver compreso quella posizione: “A fine luglio le squadre sono già in ritiro, è difficile cambiare in corsa”. Lui e Leonardo erano così andati avanti con Pirlo. È proprio questo passaggio a rendere più netto, nella sua ricostruzione, quanto avvenuto successivamente: Maldini aveva accettato un primo limite sui nomi disponibili; dopo il caso Pirlo, invece, a cambiare sarebbe stato direttamente chi aveva il potere di scegliere il ct.
Lo scontro con Malagò: “Da oggi il ct lo decido io”
La questione centrale nella disputa, secondo Maldini, riguarda il rapporto con Giovanni Malagò e la modifica successiva del meccanismo decisionale: all’inizio, l’accordo prevedeva che il direttore tecnico scelto dalla presidenza avrebbe indicato il commissario tecnico e che il presidente lo avrebbe avallato. Questa ripartizione dei ruoli era stata esplicitata quando Maldini chiese chi avrebbe avuto l’ultima parola nella nomina e ricevette rassicurazioni sull’autonomia tecnica che gli era stata affidata.
La situazione precipitò dopo il caso legato a Pirlo, con Maldini che ricostruisce una telefonata in cui Malagò avrebbe espresso l’impossibilità di procedere con quel nome e, subito dopo, avrebbe dichiarato “Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate“. Per Maldini quella modifica rese incompatibile il ruolo e la responsabilità che gli erano stati affidati.
Altri nomi presi in considerazione e la scelta finale
Prima che Pirlo emergesse come candidato principale, Maldini racconta che la ricerca aveva toccato profili di grande richiamo internazionale, tra cui Pep Guardiola, che sarebbe stato contattato e incontrato a Barcellona con lunghi colloqui e persino la stesura di possibili formazioni su fogli durante il pranzo. Secondo Maldini la trattativa con Guardiola non ruotava attorno al compenso, e l’allenatore avrebbe detto di poter accettare anche percependo meno dell’ultimo ct, ma alla fine non accettò per ragioni personali legate a stanchezza e necessità di riposo dopo un intervento alla schiena.
Dopo l’uscita di Maldini e Leonardo, il 28 luglio 2026 Roberto Mancini è stato annunciato al Consiglio federale come nuovo commissario tecnico e contestualmente Claudio Ranieri è stato nominato direttore tecnico e presidente del Club Italia, assumendo funzioni simili a quelle inizialmente pensate per Maldini; questa scelta, spiega il diretto interessato, testimonia il cambiamento del rapporto decisionale che aveva segnato i giorni del confronto.
Il progetto per rifondare il sistema e le prospettive
La vicenda si inserisce nel più ampio disegno di Maldini di cambiare il sistema calcistico nazionale con un orizzonte di otto-dieci anni, un piano che mirava a coinvolgere tutte le componenti del movimento, dalla Serie A fino ai dilettanti, prevedendo investimenti obbligatori nei settori giovanili e una diversa impostazione didattica per la crescita dei talenti. Nel ragionamento di Maldini il problema non era limitato alla scelta del ct, ma riguardava la capacità del Paese di formare giocatori tecnici e creativi, ruolo che avrebbe richiesto interventi strutturali e temporali per essere realizzato.
Il fallimento nelle qualificazioni, ricordato con la mancata partecipazione ai Mondiali dopo i playoff persi ai rigori contro la Bosnia ed Erzegovina, e gli sviluppi delle dimissioni che seguirono, inclusi i passi indietro di Gennaro Gattuso e di Gabriele Gravina, sono elementi che nel racconto di Maldini hanno reso urgente la proposta di una trasformazione profonda. Le scelte successive, con l’arrivo di Mancini in panchina e Ranieri alla direzione tecnica, danno oggi continuità diversa al progetto, mentre l’intervista riporta al centro la questione su chi debba realmente decidere il futuro tecnico della Nazionale, secondo l’ex capitano il punto in cui tutto è cambiato.
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Giulia Camuffo
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