Cos’è il “manuale Cencelli”: storia, origine e significato dell’espressione – alanews


Quando si parla di formazione di un governo, di nomine politiche o di equilibri tra partiti e correnti, prima o poi torna quasi inevitabilmente un’espressione entrata da decenni nel linguaggio politico italiano: “manuale Cencelli”. Il termine viene utilizzato per indicare la distribuzione degli incarichi sulla base del peso delle diverse forze politiche, ma dietro questa definizione c’è una storia che affonda le radici nella Prima Repubblica e nella Democrazia Cristiana. A ideare il metodo fu Massimiliano Cencelli, storico funzionario democristiano morto a Roma il 9 agosto 2026, all’età di 90 anni.

Chi era Massimiliano Cencelli

Nato a Roma nel 1936, Cencelli si avvicinò molto presto alla Democrazia Cristiana, all’interno della quale svolse soprattutto il ruolo di funzionario e collaboratore politico, senza costruire la propria carriera principalmente attraverso incarichi elettivi. Fu segretario particolare di Adolfo Sarti e lavorò in seguito anche con Nicola Mancino. Ebbe inoltre un’esperienza amministrativa come sindaco di Caldarola, nelle Marche.

La sua notorietà, tuttavia, è legata soprattutto al metodo che porta il suo nome. Cencelli è morto domenica 9 agosto 2026 a Roma, lasciando dietro di sé un’espressione che, a distanza di decenni, continua a comparire sui giornali ogni volta che si discute della distribuzione del potere politico.

Il “manuale Cencelli” non era un vero manuale

Il primo elemento da chiarire riguarda proprio il nome. Il “manuale Cencelli” non era infatti un vero libro di testo pubblicato e consultabile come un normale volume. L’espressione è diventata il modo giornalistico per descrivere un sistema di assegnazione degli incarichi politici e governativi basato sul peso dei partiti e delle correnti.

Secondo la ricostruzione tramandata negli anni, il metodo consisteva nel rapportare la quantità e l’importanza degli incarichi alla forza delle diverse componenti politiche. Il principio poteva essere applicato sia alla formazione dei governi sia alla distribuzione delle responsabilità all’interno dei partiti. Proprio per questo il termine è rimasto nel linguaggio politico e viene ancora utilizzato quando si parla di ministeri, sottosegretari, presidenze e altre nomine.

Non è però mai stato chiarito del tutto se il “manuale” sia realmente esistito in una forma organica. Non venne pubblicato ufficialmente e, secondo una delle versioni più diffuse, circolava tra i dirigenti politici dell’epoca sotto forma di pamphlet. Alcuni lo descrivevano come una raccolta di appunti e modelli di calcolo, mentre altri ritenevano che fosse un testo strutturato e codificato. All’inizio degli anni Ottanta il giornalista Renato Venditti dedicò alla sua storia e alle sue applicazioni pratiche un libro pubblicato da Editori Riuniti.

L’origine del metodo nella Dc

La nascita del “manuale” Cencelli viene fatta risalire al 1967, in occasione del congresso di Milano della Democrazia Cristiana e della formazione della corrente dei “pontieri”, fondata da Adolfo Sarti insieme a Francesco Cossiga e Paolo Emilio Taviani. Il gruppo aveva l’obiettivo di svolgere una funzione di collegamento tra la maggioranza del partito e la sua componente di sinistra.

Cencelli raccontò in seguito l’origine del metodo in un’intervista ad Avvenire del 2003. La corrente aveva ottenuto il 12% e si trovava quindi davanti alla necessità di stabilire come distribuire gli incarichi nella direzione del partito. Da qui nacque la proposta di applicare alla politica un criterio simile a quello utilizzato nei consigli di amministrazione delle società: se una componente possiede una determinata percentuale, dovrebbe ottenere una quota corrispondente degli incarichi.

Il principio venne quindi applicato anche alla distribuzione delle responsabilità di partito e di governo, utilizzando come riferimento il peso delle diverse componenti. In quella fase Taviani mantenne il ministero dell’Interno, Gaspari divenne sottosegretario alle Poste, Cossiga ottenne la Difesa e Sarti il ministero del Turismo e dello spettacolo.

Come il “manuale Cencelli” divenne famoso

Il sistema uscì progressivamente dai circuiti interni della Democrazia Cristiana e divenne di pubblico dominio anche grazie allo stesso Sarti. Durante le crisi di governo, quando i giornalisti cercavano di ottenere anticipazioni sulle possibili nomine, il dirigente democristiano rispondeva scherzosamente di rivolgersi a Cencelli.

Da quel momento il nome del funzionario finì associato sempre più strettamente alla logica di distribuzione delle cariche. L’espressione “manuale Cencelli” cominciò così a essere utilizzata per descrivere un meccanismo apparentemente preciso attraverso il quale ogni incarico aveva un determinato peso e veniva assegnato tenendo conto della forza delle singole componenti.

Un calcolo basato sul peso degli incarichi

Il metodo non si limitava a stabilire quanti incarichi spettassero a ciascun partito. La loro importanza veniva infatti valutata in termini qualitativi, attribuendo un peso diverso alle varie posizioni. Un ministero considerato particolarmente rilevante non poteva quindi essere equiparato a un dicastero di minore peso politico.

Secondo le ricostruzioni sul funzionamento del sistema, i ministeri erano suddivisi in diverse categorie di importanza: dai “grossissimi” ai “grossi”, fino ai “piccoli” e a quelli senza portafoglio. Tra i dicasteri di maggiore peso figuravano tradizionalmente Interno, Esteri, Difesa e Tesoro. La distribuzione diventava quindi una sorta di problema matematico: una corrente che avesse ottenuto un ministero di primissima categoria poteva ricevere meno sottosegretari, mentre un’altra componente, assegnataria di un dicastero meno importante, poteva essere compensata con un numero maggiore di incarichi.

Il sistema prevedeva inoltre che i posti di sottosegretario fossero valutati in rapporto ai ministeri, secondo il principio secondo cui un ministro equivaleva a due sottosegretari e mezzo. Nella ripartizione doveva essere considerato anche l’equilibrio geografico della rappresentanza.

Il peso elettorale e quello delle correnti

Alla base del metodo c’era dunque una doppia proporzione. Da una parte contava la percentuale di voti ottenuta dai diversi partiti; dall’altra, all’interno della Democrazia Cristiana, le correnti si dividevano gli incarichi spettanti al partito in rapporto alla propria forza. Per determinare quest’ultima venivano considerati soprattutto il numero degli iscritti riconducibili ai diversi leader di corrente e i risultati dei congressi. Le percentuali potevano inoltre essere aggiornate periodicamente, così da riflettere i nuovi rapporti di forza.

Una ricostruzione pubblicata dalla Stampa nel 1974 descriveva proprio questo meccanismo: Cencelli avrebbe calcolato la consistenza delle correnti sulla base dei risultati congressuali e successivamente suddiviso gli incarichi più ambiti in categorie di importanza decrescente. I ministeri di maggior peso erano generalmente considerati l’Interno, gli Esteri, la Difesa e il Tesoro, tradizionalmente affidati nell’ambito delle coalizioni dell’epoca a determinate forze politiche.

La logica della compensazione permetteva così di mantenere un equilibrio complessivo. Se due correnti avevano una forza simile, quella che otteneva un ministero di categoria superiore poteva ricevere soltanto pochi altri incarichi, mentre quella assegnataria di un dicastero meno prestigioso poteva essere compensata con un numero maggiore di sottosegretari, anche all’interno dei ministeri più importanti.

Perché si parla ancora oggi di “manuale Cencelli”

Il metodo è strettamente legato alla Prima Repubblica, quando i governi di coalizione e la complessa articolazione interna della Democrazia Cristiana rendevano particolarmente importante la gestione degli equilibri tra partiti e correnti. In quel contesto, una ripartizione proporzionale degli incarichi poteva essere utilizzata per evitare che una componente accumulasse un potere eccessivo rispetto alla propria forza. Con la trasformazione del sistema politico italiano negli anni Novanta, il metodo perse il contesto nel quale era nato. Il suo nome, però, è rimasto nel vocabolario politico e giornalistico.

Un’espressione oggi usata soprattutto in senso critico

Nel linguaggio contemporaneo “manuale Cencelli” viene quasi sempre utilizzato con una sfumatura ironica o polemica. Quando una nomina viene descritta come frutto del “manuale Cencelli”, si suggerisce che la scelta sia stata determinata soprattutto dalla necessità di rispettare gli equilibri tra partiti, correnti o gruppi di potere, più che dalle competenze della persona individuata.

L’espressione può quindi assumere un significato apertamente negativo. Evoca infatti la lottizzazione degli incarichi, la spartizione del potere e una concezione della rappresentanza nella quale la proporzionalità politica prevale sulla professionalità, sull’esperienza e sul merito.

È proprio questa evoluzione a spiegare perché il nome di Cencelli continui a comparire sui giornali anche molti decenni dopo la Prima Repubblica. Ogni volta che la formazione di un governo, la scelta dei ministri o una serie di nomine riapre il confronto sugli equilibri tra le forze politiche, il vecchio “manuale” torna così a essere evocato come simbolo della distribuzione del potere secondo i rapporti di forza.




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 Alessandro Bolzani

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