Sal da Vinci torna in tour con la sua canzone vincitrice di Sanremo 2026 “Per sempre sì” la grande melodia popolare ricostruisce il dialogo tra generazioni
Prendi una grande arena in riva al mare, su uno dei due “lungomari dalle mille offerte” di una delle cittadine oggettivamente più belle del Sud. Metti su un palco il re della canzone pop-melodica italiana, fresco di quel «trionfo a Sanremo 2026 che ha fatto sobbalzare i puristi e commuovere le piazze», aggiungici una band di professionisti in una coreografia con un animato corpo di ballo sullo sfondo di immagini strepitose, anche per accompagnare un medley delle più grandi canzoni napoletane di tutti i tempi.volendo descrivere il tutto in poche parole, è questo lo straordinario spettacolo cui abbiamo assistito, rispettati come inviati e fotoreporter, venerdì scorso.
Un evento sold out da tempo e un pubblico fuori, pur di sentirlo soltanto, forse più numeroso di quello della ben organizzata ”Arena Levante” di Giovinazzo, non certo uno dei soliti concerti estivi, ma è quasi un rito di riconciliazione collettiva, sotto forma di spettacolo, quello che ha coinvolto tutti, entusiasmando perfino le autorità locali. Merito sicuramente di Sal Da Vinci — all’anagrafe Salvatore Michael Sorrentino — peraltro figlio d’arte del grande Mario, e dunque praticamente cresciuto a pane, scena e canzone partenopea. Una vittoria al Festival Italiano con «Vera» nel 1994 e un grande successo a Sanremo con «Non riesco a farti innamorare» (nel 2009) è però solo oggi che, andando per la sua strada e rimanendo fedele al suo stile, per Sal è arrivato il successo ormai planetario che sta riscuotendo.
Non saremmo qui a parlarne se con il suo brano capolavoro, «Per sempre sì», Sal da Vinci non avesse finito in realtà col compiere un’operazione socioculturale ben più complessa: vincendo il Festival, ha messo in moto una formidabile macchina del tempo che ha riportato la manifestazione canora più famosa d’Italia ai suoi albori. Restituendo, in pratica, alla musica leggera la sua funzione primordiale: quella di collante sociale, di specchio delle passioni popolari, di rifugio affettivo. Quasi un ritorno a quel tempo mitologico in cui intere famiglie si riunivano nella casa del fortunato possessore di un televisore in bianco e nero per seguire il Festival, e le canzoni vincenti si riversavano per strada, cantate a squarciagola dal garzone, dalla casalinga, o fischiettate persino dal professionista in giacca e cravatta.
Insomma, siamo di fronte a un vero e proprio riscatto della “canzone nazionalpopolare” con un brano capace di abbattere ogni barriera generazionale, costringendo di nuovo nonni, genitori e nipoti a sedersi insieme, condividendo la medesima emozione visiva e sonora, come avveniva con Domenico Modugno, Toto Cutugno… E questo grazie a un ritornello travolgente e immediato che non richiede complesse decodifiche concettuali perché la sua forza sta nell’impatto emotivo diretto che già al primo ascolto si fa canto collettivo, traducendo in voce non solo un’appassionata dichiarazione d’amore, ma anche quel profondo sentimento identitario, di matrice cristiana, fortemente radicato nella nostra cultura e presente nel nostro DNA di italiani.
Un ritorno al passato dalla TV o dai palchi alla vita di tutti i giorni, superando la dittatura dei social e delle hit parade esterofile che imperversano senza sosta, è questo il racconto finale di una canzone che, a cominciare dal suo titolo, più italiana e meridionale di così non si può. Un brano accattivante e subito orecchiabile che, straripato fuori dalla settimana sanremese, si è già fatto colonna sonora del quotidiano, risuonando nelle auto in viaggio, nelle feste patronali, nei matrimoni, nei bar della costa e persino in qualche chiesa come sound del “momento più bello della vita”.
Tornando alla cronaca e nessuno spazio per interviste, un unico rammarico a fronte delle tante emozioni donateci da lui: il non aver potuto avere quei cinque minuti con Sal Da Vinci per ricambiarle in nome di quella napoletanità che ci accomuna grazie alla viva componente caprese che fa parte di noi e che si presta, nell’occasione, pure a qualche riflessione utile. Un “amarcord” che va dall’intenso incontro con l’indimenticabile Peppino di Capri anche qui, al “Capri Hollywood” di Pascal Vicedomini inaugurato dalla grande Lina Wertmuller «cui non potevamo mancare», fino a giungere a un abbozzato gemellaggio tra ’l’isola più bella del mondo” e Giovinazzo, in virtù dei due «importantissimi simboli identitari a firma della stessa autorevole mano» che legano queste due diversamente famose, ma entrambe fantastiche realtà.
E non c’è nulla di utopico nemmeno in questa idea rimasta sospesa. Parliamo della “perla del nord barese” che, tra storia, arte e persino l’ipotesi di una grande Accademia del Cinema di Puglia e Basilicata, avrebbe davvero tutti gli elementi per proporsi come sito UNESCO. Anche perché non divenuta, ma solo per un soffio, il “Borgo dei Borghi” d’Italia nel 2015, Giovinazzo si trova a pochi chilometri da Bari e al centro esatto della gettonatissima «Puglia, una tra le 10 regioni al mondo, da visitare almeno una volta nella vita».
Madrina Napoli, una Giovinazzo che dunque si propone come la sponda perfetta con “l’isola azzurra” per mettere a reddito in sinergia, anche nel solco della grande storia del Regno delle due Sicilie, quell’enorme patrimonio di bellezza e cultura che attende solo una visione amministrativa illuminata. Cioè veramente capace di trasformare le tante, ricorrenti promesse sulla destagionalizzazione turistica in progetti concreti e realizzabili, perché fondati su basi ben solide e credibili. Quelle che crediamo, volendolo e in questo caso, ci sarebbero tutte. Inutile aggiungere altro.
Per un’informazione completa
Consulta anche gli articoli pubblicati su:
Visualizzazioni: 103
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Corriere PL
Source link


