Redazione- Ci sono premi che consegnano una targa. E ce ne sono altri che provano a fare qualcosa di più: fermare per un momento il rumore delle cose e dire a una persona: “Abbiamo visto quello che hai fatto. E pensiamo che valga la pena raccontarlo.”
“Le Onde del Destino – Premio alle Eccellenze Umbre”, ideato e diretto da Ilaria Solazzo, nasce esattamente da questa idea.
Non una gara. Non una classifica. Non la ricerca del personaggio più famoso. Piuttosto, un tentativo di mettere intorno allo stesso tavolo persone che hanno percorso strade diverse e che, proprio attraverso quelle strade, hanno contribuito a costruire il volto contemporaneo dell’Umbria.
La prima edizione, ospitata nelle Sale del Seicento di Palazzo Mauri a Spoleto, ha riunito 26 protagonisti. Ventisei storie che non hanno molto in comune, se non una parola che le attraversa tutte: impegno.
C’è chi ha scelto l’arte, chi l’architettura, chi l’editoria, chi la cultura, chi l’impresa, chi la comunicazione. Professioni diverse, caratteri diversi, esperienze diverse. Ma il punto non era uniformare queste differenze. Era metterle una accanto all’altra.
E forse è proprio questo il dato più interessante della manifestazione.
In foto la scrittrice Eleonora Benedetti, l’artista Luca Cisternino e il presentatore Massimo Zamponi
In una società nella quale siamo spesso abituati a conoscere soltanto il risultato finale, il Premio ha provato a riportare l’attenzione sul percorso. Perché dietro una professione c’è una vita. Dietro un successo ci sono spesso anni di lavoro. Dietro un applauso ci sono giornate in cui nessuno applaudiva.
Tra i protagonisti della giornata, gli architetti Giovanni e Maurizio Tonti, il Maestro David Pompili, il regista C. L. Grugher e l’editore Jean Luc Bertoni hanno ricevuto particolare attenzione e calorosi applausi. Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai singoli nomi.
Il senso dell’iniziativa è stato proprio quello di costruire un racconto collettivo.
Ventisei persone, dunque, ma anche ventisei modi differenti di intendere il proprio lavoro.
Ed è qui che entra in gioco Ilaria Solazzo.
La sua idea non sembra essere quella di aggiungere semplicemente un’altra manifestazione al calendario degli appuntamenti culturali. Il progetto nasce da una domanda molto più semplice: quante persone di valore conosciamo soltanto superficialmente?
Un premio può diventare allora uno strumento per approfondire, per ascoltare, per creare relazioni.
E la parola “ascolto” non è secondaria.
Durante la manifestazione non si è celebrato soltanto ciò che i premiati hanno raggiunto. Si è cercato di dare dignità anche alle loro storie. Perché l’eccellenza, quando è autentica, raramente arriva tutta insieme. Si costruisce lentamente, spesso lontano dai riflettori.
Spoleto ha così fatto da cornice a un pomeriggio nel quale il riconoscimento è diventato incontro.
E il nome scelto per il Premio non poteva essere più coerente.
Le onde si muovono. Partono da un punto e si propagano. Incontrano altre onde, cambiano intensità, raggiungono rive che sembravano lontane.
È una metafora semplice, ma efficace.
Anche le persone funzionano così.
Una scelta può generare un’altra scelta. Un incontro può cambiare una carriera. Un libro può raggiungere qualcuno a chilometri di distanza. Un gesto può diventare esempio. Una professionalità può lasciare un segno anche oltre il proprio settore.
Ecco perché il “destino” del Premio non sembra essere soltanto quello della singola persona premiata. È il destino di una comunità che prova a riconoscere i propri talenti.
L’Umbria, in questo senso, non viene raccontata come una cartolina.
Viene raccontata attraverso le persone.
Attraverso chi lavora, crea, insegna, progetta, scrive, dirige, inventa. Attraverso chi continua a credere che fare bene il proprio mestiere sia ancora una forma di responsabilità.
Alla fine della giornata, quando gli applausi si sono spenti, è rimasta una domanda: cosa resta davvero di un premio?
Resta una fotografia, certo. Resta una targa. Resta un ricordo.
Ma se il progetto funziona, resta soprattutto una storia raccontata a qualcuno che prima non la conosceva.
Ed è forse questa la vera scommessa de “Le Onde del Destino”.
Non premiare il successo.
Riconoscere il valore prima che il tempo lo faccia dimenticare.
Perché le onde non hanno fretta. Continuano il loro viaggio.
E questa prima edizione potrebbe essere soltanto la prima onda.

In foto il Cav. Roberta Testaguzza, la scrittrice Eleonora Benedetti, l’ideatrice e Direttrice Artistica del Premio la Dottoressa Ilaria Solazzo, la scrittrice Maria Rita Angelini mamma di Giacomo Innocenzi ed il conduttore della kermesse Massimo Zamponi
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“NON VOLEVO CREARE UNA SEMPLICE CERIMONIA. VOLEVO CREARE UN LUOGO DOVE LE PERSONE POTESSERO RICONOSCERSI”
Intervista a Ilaria Solazzo, ideatrice e direttrice artistica di “Le Onde del Destino – Premio alle Eccellenze Umbre”
Dottoressa Solazzo, partiamo dalla cosa più difficile: quando ha visto la sala piena, cosa ha pensato?
Ho pensato che un’idea, a quel punto, non era più soltanto mia. Era diventata qualcosa di condiviso. Ho visto i premiati, le persone presenti, gli applausi e ho capito che il progetto aveva trovato la sua dimensione naturale: quella dell’incontro.
Che cosa significa, per Lei, la parola “eccellenza”?
Non significa essere perfetti e neppure essere i primi. Significa fare bene qualcosa, con serietà, passione e continuità. E soprattutto significa lasciare una traccia. A volte anche piccola. Ma autentica.
Perché ha scelto di premiare persone provenienti da settori così diversi?
Perché l’Umbria non ha una sola identità. È arte, cultura, impresa, professioni, creatività, tradizione e innovazione. Sarebbe stato un errore raccontarla attraverso una sola categoria.
Quindi non cercava soltanto nomi importanti?
No. Cercavo persone importanti per quello che hanno fatto. È diverso. Un nome può essere conosciuto, ma una storia può essere molto più interessante della notorietà.
Durante la cerimonia ci sono stati momenti di grande emozione. Se ne aspettava così tanta?
Sinceramente no. Ogni persona ha reagito in modo diverso. C’è chi ha sorriso, chi si è commosso, chi ha parlato poco. Ma sono proprio queste differenze a rendere vere le emozioni.
Tra i protagonisti anche gli architetti Giovanni e Maurizio Tonti, il Cav. Olga Urbani, l’imprenditore Francesco Loreti Urbani, il Maestro David Pompili, il regista C. L. Grugher e l’editore Jean Luc Bertoni. Che cosa accomuna personalità così diverse?
La capacità di trasformare una competenza in qualcosa che rimane. Sono linguaggi differenti, ma alla fine l’arte, l’architettura, il cinema, l’editoria hanno una cosa in comune: parlano alle persone e costruiscono cultura.
Lei ha insistito molto sul concetto di “dare voce”. Perché?
Perché viviamo in un tempo nel quale spesso si parla molto e si ascolta poco. Io volevo invertire il meccanismo. Prima viene la persona, poi viene il premio. Prima viene la sua storia, poi viene la targa.
Ventisei premiati. Non è stato difficile scegliere?
È stata una grande responsabilità. Quando scegli di riconoscere qualcuno, devi sapere che dietro quel riconoscimento c’è una storia. Ho cercato di costruire un gruppo eterogeneo, proprio perché rappresentasse la complessità e la ricchezza dell’Umbria.
Nel nome del Premio ci sono due parole molto forti: “onde” e “destino”. Come le interpreta?
Il destino, per me, non è qualcosa che semplicemente subiamo. È anche quello che costruiamo con le nostre decisioni. Le onde rappresentano invece il movimento: gli incontri, le difficoltà, le opportunità, le ripartenze. Ognuno di noi attraversa le proprie onde. La differenza sta nel modo in cui decide di affrontarle.
Ha mai avuto paura che il progetto non funzionasse?
Certo. Chi dice di non avere paura probabilmente non sta dicendo tutta la verità. Quando costruisci qualcosa da zero ti chiedi continuamente se funzionerà. Ma la paura può essere anche una forma di attenzione.
E cosa ha imparato da questa prima edizione?
Che le persone hanno ancora voglia di incontrarsi. E che quando un progetto è costruito con sincerità, questa sincerità arriva.
C’è qualcosa che rifarebbe diversamente?
Sicuramente. Una prima edizione è sempre un laboratorio. Ci sono tempi, aspetti organizzativi e dettagli che possono essere migliorati. Ma non cambierei l’idea di fondo: mettere le persone al centro.
Che cosa vorrebbe diventasse “Le Onde del Destino”?
Vorrei diventasse un appuntamento capace di crescere senza perdere la propria anima. Non voglio un Premio autoreferenziale. Vorrei un progetto culturale che sappia guardare alla regione, raccontarla e, quando possibile, far dialogare persone che normalmente non avrebbero occasione di incontrarsi.
Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere i 26 premiati?
Direi: perseveranza.
Perché proprio questa?
Perché il talento da solo non basta. Bisogna continuare. Anche quando nessuno guarda. Anche quando arrivano le difficoltà. Anche quando il risultato tarda ad arrivare.
E cosa vorrebbe dire alle persone presenti in quella sala?
Grazie per aver ascoltato. Un applauso dura pochi secondi. L’ascolto, invece, può cambiare il modo in cui guardiamo una persona.
Che cosa resta dopo la fine di una manifestazione come questa?
Restano gli incontri. Restano le parole. Restano le emozioni. E restano soprattutto le storie che qualcuno, da quel momento, potrà raccontare a sua volta.
Allora il Premio non finisce quando termina la cerimonia?
No. Se finisse lì, sarebbe soltanto una cerimonia. Io penso che un Premio debba cominciare proprio quando si spengono i riflettori.

Il Cav. Roberta Testaguzza, l’ideatrice del premio la Dottoressa Ilaria Solazzo, la scrittrice Eleonora Benedetti e il conduttore della kermesse Massimo Zamponi
Un’ultima domanda. A chi vuole dire grazie?
A mio padre Francesco, innanzitutto. Per la presenza, per l’affetto e per quella fiducia che non ha bisogno di grandi discorsi.
Poi ai tre amici che ho voluto accanto a me nel team: la scrittrice Eleonora Benedetti, il Cavaliere Roberta Testaguzza e Massimo Zamponi, che ha condotto la kermesse con grande maestria.
Ringrazio il Sindaco di Spoleto, l’Assessore Danilo Chiodetti, il Presidente della Provincia di Perugia, la U.I.R., tutta l’Umbria e le testate giornalistiche che hanno scelto di raccontare e sostenere questo progetto.
E naturalmente ringrazio i 26 premiati. Perché un’idea può nascere nella mente di una persona, ma diventa realtà soltanto quando altre persone decidono di crederci.
E se dovesse lasciare alla fine dell’intervista una sola immagine?
Una persona che esce dalla sala con la propria targa sotto il braccio.
Non perché quella targa le abbia cambiato la vita.
Ma perché, per una volta, qualcuno le ha detto: “Il tuo lavoro è stato visto. La tua storia merita di essere raccontata.”
Forse è questa la vera onda.
Quella che non si vede.
Quella che parte da una persona, incontra un’altra persona e continua il suo viaggio.
E magari, un giorno, arriva molto più lontano di quanto avessimo immaginato.
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