Guglionesi, 10 agosto 2026. Ci sono serate che finiscono quando si spengono le luci. E ce ne sono altre che, proprio quando cala il silenzio, cominciano a parlare.
La Notte Bianca della Cultura, vissuta in Largo Santa Chiara a Guglionesi, appartiene a questa seconda categoria. Non alla politica, quella che non ascolta, ma alla gente comune che al di là delle ideologie apre le porte al dialogo dell’incontro.
Oltre cento persone hanno scelto di esserci. Non semplicemente per assistere a un incontro, ma per cercare qualcosa: una parola capace di raccontare un sentimento, una poesia capace di custodire una memoria, un’esperienza capace di diventare pensiero, un pensiero capace di trasformarsi in relazione.
Il filo conduttore era l’amore, ma non quello raccontato soltanto attraverso le emozioni.
Era l’amore come categoria umana, sociale e culturale: amore per le persone, per i luoghi, per la conoscenza, per la memoria, per i giovani, per la comunità.
E forse proprio per questo il titolo “Parole d’amore” ha assunto durante la serata un significato più ampio. Perché le parole, quando sono vere, non servono soltanto a dire ciò che proviamo: servono a comprendere ciò che siamo.
A guidare questo viaggio, con la sensibilità del giornalista, è stato Maurizio Varriano, moderatore capace di tenere insieme registri diversi, passando dalla cultura all’economia civile, dalla memoria alla scuola, dalla poesia alla condizione dei giovani. Le sue domande hanno avuto il merito di non cercare risposte di circostanza, ma di aprire spazi di riflessione.
Ad aprire l’incontro è stato Riccardo Terriaca, presidente di Confcooperative Molise.
La sua presenza ha dato immediatamente alla serata una precisa direzione: quella di una cultura che non vuole rimanere contemplazione, ma diventare azione, responsabilità, cooperazione e costruzione di comunità.
Terriaca ha mostrato, ancora una volta, la sua professionalità attraverso una lettura capace di coniugare istituzione e territorio, economia e persona, cooperazione e cultura. Una professionalità che non si esaurisce nel ruolo ricoperto, ma si misura nella capacità di riconoscere nelle relazioni umane il vero capitale di una comunità.
Perché cooperare significa, prima di tutto, riconoscere nell’altro una parte possibile del proprio futuro.
Da qui il passaggio naturale alle parole di Sabrina Lallitto, sindaka di Casacalenda, che ha raccontato attraverso la propria esperienza amministrativa il valore della rigenerazione culturale dei luoghi.
Rigenerare non significa semplicemente recuperare un edificio, una piazza, uno spazio. Significa restituire a quel luogo una possibilità. Fare in modo che torni a essere abitato dai pensieri, dalle relazioni, dalla memoria e dalla creatività delle persone.
Un luogo rinasce davvero quando qualcuno torna a sentirlo proprio.
E proprio il rapporto tra persona, comunità e territorio ha trovato una delle sue riflessioni più profonde nell’intervento di Antonio D’Ambrosio, uomo di cultura, sollecitato dalle domande sul tema dell’economia civile e della bellezza.
Due parole che sembrano appartenere a mondi diversi e che invece si sono incontrate nella stessa visione: quella di un’economia che non abbia come unico parametro il profitto, ma sappia misurarsi anche attraverso il benessere, la reciprocità, la dignità e la capacità di prendersi cura.
La bellezza, allora, non è un ornamento. È una responsabilità.
E l’economia civile può diventare uno degli strumenti attraverso i quali quella responsabilità si traduce in vita concreta.
Giorgio Gagliardi ha portato questa riflessione sul terreno dell’esperienza, raccontando percorsi condivisi e realtà come le sartorie sociali, dove il lavoro diventa inclusione, la manualità diventa dignità e la collaborazione diventa possibilità.
Un pensiero che ha trovato concretezza anche nell’esperienza della Cooperativa di Comunità Scolastica presso il CPIA di Termoli, alla quale ha dato impulso e sostanza la professionalità di Rosamaria Ricciardi, coordinatrice del Polo Culturale di Guglionesi.
Con Ricciardi e con Sabah, presidentessa della cooperativa scolastica, la scuola è apparsa per quello che dovrebbe essere sempre: non soltanto il luogo dove si trasmettono conoscenze, ma uno spazio nel quale le persone imparano a stare insieme, a riconoscersi e a costruire futuro.
Le loro letture hanno portato nella piazza parole di speranza.
E la speranza, quella sera, non è stata una parola astratta. Ha avuto volti. Ha avuto storie. Ha avuto memoria.
Particolarmente intenso il momento affidato a Patrizia Romaniello, professoressa del Tiberio Boccardi, che ha attraversato il tema del sapore della felicità condivisa, prendendo spunto da una riflessione di Luciano Floridi.
Accanto a lei, la signora Maria, esule istriana, ha consegnato al pubblico una poesia, portando con sé il peso e la dignità di una memoria che appartiene alla sua storia personale, ma anche alla storia di molti.
La donazione di libri e di un quadro raffigurante una bambina esule ha trasformato quel momento in qualcosa di ancora più significativo.
Un libro può essere un dono. Un quadro può essere un ricordo.
Ma quando memoria e cultura si incontrano, diventano responsabilità verso il futuro.
Poi la voce di Paola Pace, con quella teatralità capace di trasformare la parola in presenza, ha riportato il discorso sui giovani.
Giovani che chiedono sostegno. Giovani che cercano ascolto. Giovani che hanno bisogno di dialogo. Giovani che, spesso, non chiedono soluzioni preconfezionate, ma qualcuno disposto a camminare con loro mentre cercano le proprie.
È qui che la cultura smette di essere una lezione e diventa relazione educativa.
Antonio Scardocchia, del Polo Culturale, e Rossana Caruso hanno contribuito a rafforzare il senso di questo percorso, riportando al centro l’arte del pensiero, la capacità di interrogarsi, di non accontentarsi delle risposte immediate, di coltivare il dubbio come strumento di conoscenza.
Perché una comunità che non pensa rischia di diventare una comunità che semplicemente consuma. Una comunità che pensa, invece, può ancora scegliere. E poi sono arrivate le parole più difficili: quelle dei sentimenti.
Nicola Ciarallo e la sua consorte hanno dato voce ai giovani che partono, a quelle valigie che raccontano necessità, ambizioni, sacrifici e speranze. Partire non è sempre una scelta libera. A volte è una condizione. Ma dentro ogni partenza può vivere il desiderio di un ritorno.
È il tema di una generazione e, forse, di interi territori: come costruire condizioni perché andare via non significhi necessariamente perdere il proprio luogo d’origine?
La cultura può contribuire anche a questo: a mantenere vivo il legame.
Da Rotterdam, Mariangela Lavagna, professoressa dell’Università olandese, ha aggiunto un’altra tessera a questo mosaico, collegando il proprio intervento alla necessità di un consumo consapevole, ma anche umano, responsabile, emotivo. Perché anche ciò che scegliamo di consumare racconta ciò che siamo.
E ogni scelta economica può diventare, in qualche misura, una scelta culturale.
A dare ulteriore profondità alla serata è stata la presenza dello scrittore Giorgio Senese, insieme agli altri contributi che hanno trasformato Largo Santa Chiara in un laboratorio aperto di parole, idee e ascolto.
Infine Riccardo Vaccaro, con uno sguardo già rivolto oltre quella notte, ha raccolto il senso di ciò che era accaduto: la consapevolezza che un appuntamento culturale non può essere soltanto un evento.
Deve diventare un processo. Deve lasciare una domanda. Deve generare un’altra iniziativa. Deve produrre un incontro che prima non esisteva. Deve, soprattutto, lasciare qualcosa nelle persone.
Ed è forse questa la vera misura della serata.
Non il numero dei presenti, pur significativo. Non la quantità degli interventi. Non la scenografia di una notte d’estate. La misura vera è ciò che ciascuno ha portato a casa. Una parola. Un’emozione. Un ricordo. Una domanda. Un’idea. Un volto. Un impegno.
Perché la cultura non è soltanto ciò che sappiamo. È ciò che siamo capaci di fare con ciò che sappiamo. E quella notte, a Guglionesi, la cultura ha dimostrato di poter essere contemporaneamente pensiero e sentimento, memoria e futuro, economia e bellezza, scuola e comunità, parola e silenzio.
Come nelle “Parole d’amore” che hanno fatto da filo ideale alla serata: alcune parole vengono pronunciate, altre rimangono nel cuore. Ma le parole più importanti sono quelle che, una volta ascoltate, ci cambiano il modo di guardare il mondo.
Quella sera sono state dette molte parole. Ma soprattutto sono state ascoltate.
E forse è proprio questo il primo gesto d’amore verso una comunità: avere ancora voglia di ascoltarsi.
La Notte Bianca della Cultura, dunque, non si chiude con il 10 agosto. Continua nelle scuole, nelle cooperative, nelle associazioni, nei luoghi da rigenerare, nelle storie da raccontare, nei giovani da ascoltare e nelle persone che hanno scoperto di avere ancora qualcosa da dire.
Perché Largo Santa Chiara, per una notte, non è stato soltanto un luogo. È diventato una piazza del pensiero. E quando una piazza torna a pensare, a emozionarsi e a parlare insieme, la comunità ricomincia a vivere.
Non è stata soltanto una notte bianca. È stata una notte piena di parole.
E alcune di quelle parole, siamo certi, continueranno a fare luce anche domani.


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