Redazione- Ci sono percorsi personali e professionali che, oltrepassando i confini delle singole esperienze, finiscono per incontrare un patrimonio più ampio: quello dei valori, della responsabilità e dell’impegno civile. È in questa prospettiva che si inserisce la figura di Riccardo Scamarcio, tra i soci fondatori dell’Unione Insigniti OMRI (UIR), realtà nata con l’obiettivo di riunire gli insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e di valorizzarne il ruolo nella società.
L’UIR nasce nel 2024 con una missione precisa: tutelare e promuovere i valori fondanti della Repubblica e delle sue istituzioni, traducendoli in una presenza concreta nel tessuto sociale. Solidarietà, legalità, concordia, etica e responsabilità rappresentano alcuni dei principi sui quali l’associazione intende costruire la propria azione, secondo il motto latino “Omnia Praeclara Rara”, ovvero “tutte le cose eccellenti sono rare”.
In questo contesto, il ruolo di Scamarcio assume una particolare rilevanza. La sua presenza tra i soci fondatori testimonia infatti la volontà di mettere professionalità, esperienza e sensibilità personali al servizio di un progetto che guarda oltre il riconoscimento formale delle onorificenze, puntando sulla responsabilità che deriva dall’essere insigniti della Repubblica.
L’organigramma ufficiale dell’UIR indica inoltre Riccardo Scamarcio come Presidente della Sezione di Perugia, confermando il suo coinvolgimento diretto nella realtà territoriale umbra.
Un incarico che si inserisce in un percorso nel quale la dimensione istituzionale e quella umana possono incontrarsi. Essere parte di un’associazione dedicata agli insigniti OMRI significa, infatti, contribuire alla diffusione di una cultura della cittadinanza consapevole, nella quale il prestigio dell’onorificenza viene accompagnato dalla disponibilità a partecipare, costruire relazioni e sostenere iniziative rivolte alla collettività.
La storia professionale di Scamarcio è, d’altra parte, caratterizzata da una significativa capacità di evoluzione. Conosciuto dal grande pubblico attraverso il cinema, ha progressivamente ampliato il proprio percorso artistico, confrontandosi con generi, autori e ruoli differenti. Dal cinema d’autore ai film di grande successo, il suo curriculum comprende collaborazioni con registi come Marco Tullio Giordana, Michele Placido, Daniele Luchetti, Sergio Rubini e Costa-Gavras.
Il rapporto con la Puglia rimane uno degli elementi più riconoscibili della sua identità. Nato in Puglia e profondamente legato alla propria terra, Scamarcio ha spesso intrecciato il percorso professionale con luoghi, storie e suggestioni della regione. Nel 2026, RaiNews ha raccontato anche il suo coinvolgimento in un progetto dedicato a Federico II, figura storica alla quale l’attore si è avvicinato attraverso il cinema e il racconto del territorio.
Ed è proprio il rapporto tra radici e apertura verso il mondo a rappresentare una delle chiavi di lettura più interessanti della sua esperienza. Una dimensione che ben si accorda con lo spirito dell’UIR: custodire il valore delle istituzioni e delle proprie radici senza trasformarle in qualcosa di statico, ma renderle vive attraverso l’impegno quotidiano.
La presenza di Riccardo Scamarcio nella UIR restituisce dunque il ritratto di una personalità capace di muoversi tra cultura, professione e responsabilità sociale. Un ruolo che, soprattutto a livello territoriale, può diventare occasione di dialogo tra persone, esperienze e competenze diverse.
Perché un’onorificenza, quando viene vissuta con consapevolezza, non rappresenta soltanto un riconoscimento ricevuto: diventa una responsabilità da coltivare. E la vera eccellenza, forse, comincia proprio quando il prestigio personale si trasforma in servizio alla comunità.
In questa prospettiva, Riccardo Scamarcio rappresenta una presenza significativa nel percorso dell’UIR, chiamata a coniugare il valore delle esperienze individuali con quella dimensione collettiva nella quale i principi della Repubblica possono trovare una concreta e quotidiana espressione.
Intervista a Riccardo Scamarcio, Presidente della Sezione U.I.R. Umbria–Perugia
Presidente Scamarcio, essere alla guida della Sezione U.I.R. di Perugia significa rappresentare un mondo nel quale il riconoscimento istituzionale incontra la responsabilità personale. Che cosa significa, per Lei, essere un insignito della Repubblica?
Significa innanzitutto comprendere che un’onorificenza non può essere considerata un punto di arrivo. È piuttosto una chiamata alla responsabilità. Ricevere un riconoscimento significa essere stati individuati per un percorso, per un impegno, per una storia professionale o umana che ha prodotto qualcosa di significativo. Ma proprio per questo, dopo il riconoscimento, dovrebbe iniziare una nuova fase: quella della restituzione. Restituire alla comunità attraverso il proprio esempio, la propria esperienza, la propria disponibilità. Credo che il vero valore di un’onorificenza risieda nella capacità di trasformare un titolo in comportamento.
La U.I.R. pone al centro valori come legalità, solidarietà, impegno civico e rispetto delle istituzioni. In una società attraversata da profonde trasformazioni, quanto è difficile custodirli?
È difficile, ma proprio per questo è necessario farlo. I valori non sono parole da pronunciare nelle occasioni solenni: sono strumenti attraverso i quali una comunità riconosce sé stessa. La legalità, per esempio, non riguarda soltanto le grandi questioni giudiziarie; comincia dai piccoli comportamenti quotidiani. La solidarietà non è soltanto assistenza, ma capacità di riconoscere nell’altro una parte della nostra stessa comunità. E il rispetto delle istituzioni non significa rinunciare al pensiero critico: significa comprendere che senza istituzioni credibili e senza partecipazione responsabile la democrazia rischia di diventare soltanto una parola.
Lei presiede una sezione territoriale in una regione, l’Umbria, che custodisce una straordinaria eredità culturale e spirituale. Quale contributo può offrire la U.I.R. a questo territorio, anno dopo anno?
L’Umbria possiede una forza particolare: riesce a coniugare memoria e contemporaneità. È una terra nella quale la storia non appare come qualcosa di lontano, ma continua a parlare al presente. La U.I.R. può contribuire creando occasioni di incontro, confronto e divulgazione. Ritengo importante coinvolgere le nuove generazioni, perché non possiamo limitarci a custodire ciò che abbiamo ricevuto: dobbiamo consegnarlo a chi verrà dopo di noi. E per farlo occorre parlare ai giovani con un linguaggio autentico, non solo celebrativo.
Oggi viviamo nell’epoca dell’immagine, della comunicazione immediata e dei social network. Che rapporto dovrebbe avere un’associazione come la U.I.R. con la comunicazione contemporanea?
Un rapporto attento e consapevole. Comunicare oggi significa assumersi una responsabilità enorme, perché ogni parola può raggiungere migliaia di persone in pochi secondi. Non credo che il problema sia essere presenti sui nuovi mezzi di comunicazione; il vero problema è cosa si decide di comunicare. Dobbiamo recuperare una comunicazione che non insegua soltanto la visibilità, ma che sappia generare consapevolezza. Una buona comunicazione non è quella che fa più rumore: è quella che lascia una domanda nella mente di chi ascolta.
Lei ritiene che le nuove generazioni siano ancora sensibili ai concetti di merito, impegno e servizio?
Assolutamente sì, ma dobbiamo avere il coraggio di ascoltarle. Spesso diciamo che i giovani non hanno valori, quando forse siamo noi adulti ad aver smesso di raccontare loro il valore delle cose. Il merito non deve essere presentato come una gara contro gli altri, ma come la capacità di diventare la migliore versione possibile di sé stessi. L’impegno è ciò che trasforma un desiderio in un risultato. Il servizio, invece, ci ricorda che la nostra vita acquista un significato più profondo quando ciò che sappiamo fare può essere utile anche agli altri.
Qual è, secondo Lei, la differenza tra prestigio e autorevolezza?
Il prestigio può essere attribuito; l’autorevolezza deve essere conquistata ogni giorno. Il prestigio appartiene spesso al ruolo, al titolo, alla posizione che una persona occupa. L’autorevolezza appartiene invece al comportamento. Una persona autorevole non ha bisogno di ricordare continuamente agli altri chi è: sono le sue azioni a parlare. E credo che per un insignito questo principio debba essere ancora più forte. Il titolo può aprire una porta, ma è ciò che siamo a decidere se quella porta resterà aperta.
In un tempo nel quale prevale spesso la ricerca del consenso immediato, quanto conta saper essere coerenti?
La coerenza è una forma silenziosa di coraggio. Significa rimanere fedeli ai propri principi anche quando sarebbe più conveniente cambiarli. Naturalmente nessuno possiede verità assolute e tutti abbiamo il diritto di modificare le nostre opinioni quando incontriamo nuove esperienze. Ma cambiare idea è diverso dal cambiare valori per convenienza. La coerenza non significa rigidità: significa avere una bussola.
C’è un valore della Costituzione italiana che sente particolarmente vicino?
Il principio secondo cui la Repubblica riconosce e garantisce i diritti, ma richiama anche ai doveri di solidarietà. È un equilibrio fondamentale. Abbiamo bisogno di ricordare che i diritti sono inseparabili dalla responsabilità. Una comunità non può vivere soltanto chiedendo; deve anche essere capace di dare. È proprio nella relazione tra diritti e doveri che, a mio avviso, si misura la maturità di una società.
Se dovesse spiegare ad un liceale perché vale ancora la pena impegnarsi per la propria comunità, quale sarebbe la Sua risposta?
Gli direi di non aspettare che siano sempre gli altri a cambiare le cose. Ogni comunità è fatta di persone e ogni persona, nel proprio piccolo, può lasciare un segno. Non dobbiamo necessariamente compiere imprese straordinarie. Possiamo essere corretti nel nostro lavoro, rispettosi degli altri, disponibili verso chi ha bisogno, attenti all’ambiente, rispettosi delle regole. Sono gesti apparentemente semplici, ma è dalla somma di questi gesti che nasce una società migliore.
Quale futuro immagina per la Sezione U.I.R. di Perugia?
Immagino una realtà sempre più aperta al territorio, capace di costruire ponti tra istituzioni, cultura, professioni, associazionismo e mondo giovanile. Vorrei che la Sezione fosse percepita non soltanto come un luogo nel quale si riuniscono persone insignite, ma come una comunità di persone disponibili a mettere competenze ed energie al servizio della collettività. Il futuro, per me, significa soprattutto questo: trasformare l’esperienza individuale in patrimonio condiviso.
E infine, Presidente, che cosa significa per Lei lasciare una traccia?
Lasciare una traccia non significa necessariamente essere ricordati. A volte una traccia è una persona che abbiamo aiutato, un giovane che abbiamo incoraggiato, un progetto che abbiamo fatto nascere, una parola pronunciata nel momento giusto. La memoria personale è fragile, mentre le conseguenze delle nostre azioni possono continuare a vivere negli altri. Se dovessi scegliere, preferirei dunque non essere ricordato per un titolo, ma per qualcosa di buono che quel titolo mi ha permesso di realizzare.
L’intervista a Riccardo Scamarcio lascia emergere una concezione dell’onorificenza lontana dalla semplice dimensione celebrativa. Al centro vi è l’idea di servizio, inteso non come imposizione ma come scelta consapevole.
Perché un titolo può essere inciso su una pergamena, appuntato su una giacca, pronunciato durante una cerimonia. Ma il suo significato più autentico non vive nella medaglia: vive nelle azioni che vengono dopo.
E forse è proprio questa la domanda che ogni riconoscimento dovrebbe consegnarci: non quanto siamo stati applauditi, ma quanto siamo stati capaci di essere utili agli altri.
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Ilaria Solazzo
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