Nella notte del ventesimo Festival Internazionale del Folklore, Baselice ha fatto dell’alba un confine da attraversare insieme. Dal Perù agli Stati Uniti, dalla Georgia al Brasile, fino all’Italia, lingue, costumi, ritmi e memorie diverse si sono incontrati nella stessa piazza. E per qualche ora il mondo, quello vero, è sembrato possibile: senza muri, senza eserciti, senza distanze. Solo uomini e donne capaci di riconoscersi nella musica, nella danza e nella propria storia.

Ci sono notti nelle quali un paese smette di essere soltanto un paese. Succede quando una piazza si riempie di uomini arrivati da lontano, quando le lingue si confondono, quando un tamburo comincia a battere e nessuno domanda più da dove venga chi sta danzando. Succede quando la tradizione, invece di chiudersi nella nostalgia, spalanca le porte al mondo.

A Baselice è accaduto questo. La ventesima edizione del Festival Internazionale del Folklore ha avuto il respiro delle grandi occasioni e, insieme, qualcosa di profondamente antico: il bisogno degli uomini di ritrovarsi intorno a un fuoco, reale o simbolico, per raccontarsi chi sono. La festa ha attraversato la notte fino all’alba, lasciando nella piazza l’impressione di un sogno collettivo. Un sogno nel quale il Perù, gli Stati Uniti, la Georgia, il Brasile e l’Italia non erano più punti lontani su una carta geografica, ma frammenti di un’unica, gigantesca geografia umana.

Baselice, terra dell’Alto Sannio affacciata sul Fortore, porta nella propria storia il peso e il fascino delle stratificazioni: il territorio è legato alla memoria dell’antica Murgantia, città sannitica che la tradizione storica colloca nei pressi dell’attuale paese e che Tito Livio ricorda come una valida urbs. È quasi come se quella terra, abituata da secoli a custodire le tracce di popoli e passaggi, avesse deciso ancora una volta di trasformare il proprio passato in un luogo d’incontro.

E allora la piazza si è fatta ponte. Un ponte di Pace costruito non con pietre, ma con passi di danza, abiti colorati, voci, tamburi, fisarmoniche, sorrisi. Un ponte fragile e potentissimo, perché costruito dagli uomini e non dalle diplomazie. Perché il folklore, quando non viene imbalsamato e trasformato in cartolina, è una forma di resistenza alla solitudine dei popoli.
È memoria che cammina. È identità che incontra un’altra identità senza sentirsi minacciata. È diversità che non chiede di essere cancellata, ma ascoltata.

La serata ha preso avvio con la Marcia della Pace, con i rappresentanti dei gruppi a portare simbolicamente nella grande piazza un messaggio che appartiene a tutti. E mentre il mondo continua a parlare il linguaggio delle guerre, delle contrapposizioni e delle frontiere, Baselice ha scelto una grammatica diversa: quella dell’aggregazione.

Non una Pace pronunciata soltanto nei discorsi, dunque, ma una Pace fatta di presenza.
Di persone che si stringono. Di popoli che si guardano negli occhi. Di culture che salgono sullo stesso palco.

Il paradosso è magnifico: proprio mentre in molte parti del pianeta le differenze diventano motivo di conflitto, a Baselice le differenze sono diventate spettacolo, bellezza, conoscenza. Quello che altrove divide, qui ha unito.

E non è la prima volta che il Festival Murgantia affida al folklore questo compito. Già la XIX edizione aveva portato in piazza gruppi provenienti da Messico, Armenia e Martinica, accompagnati dalla musica di Lino Rufo e dal progetto dedicato allo scrittore e poeta molisano Giose Rimanelli. Una continuità che dice molto della vocazione della manifestazione: fare di Baselice una finestra spalancata sul mondo.

Ad aprire lo spettacolo, in questa notte sospesa, è stato prprio Lino Rufo, con le ballate dedicate a Giose Rimanelli, scrittore, poeta e saggista molisano. Una scelta che sembrava cucita addosso al senso della serata: parlare della partenza, della lontananza, del rapporto mai reciso con la propria terra. Perché chi parte non smette necessariamente di appartenere. A volte, anzi, porta con sé un paese intero.

E in quelle canzoni c’era proprio questo: la nostalgia non come debolezza, ma come filo invisibile capace di unire chi è rimasto a chi è andato via. Poi la piazza ha cominciato a vivere di altri ritmi.

I gruppi sono entrati nel cuore della notte con i loro canti e le loro danze, trascinando sul palco la forza delle rispettive tradizioni. A raccontarli, con la consueta capacità evocativa, Maurizio Varriano, che ha accompagnato il pubblico dentro un viaggio nel quale ogni costume diventava una storia, ogni movimento una lingua, ogni ritmo un pezzo di mondo.

C’è stata la goliardia, certo. Ci sono stati gli applausi. La felicità semplice e contagiosa dello stare insieme. Ma soprattutto c’è stata la sensazione che, per una notte almeno, le distanze geografiche avessero smesso di esistere.

Migliaia di persone hanno occupato la piazza, resa ancora più suggestiva dalla nuova facciata del municipio, diventata lo sfondo di un palcoscenico che sembrava affacciarsi direttamente sul mondo. E mentre la musica attraversava la notte, il pubblico ha restituito agli artisti quella che forse è la forma più autentica di riconoscimento: l’applauso.

Un applauso che non era soltanto per una danza ben eseguita. Era per il diritto di ogni popolo a custodire la propria memoria. Era per la possibilità di incontrare l’altro senza paura. Era, in qualche modo, un applauso alla Pace.

La Federazione Italiana Tradizioni Popolari nasce dentro questa idea di tutela, trasmissione e valorizzazione del patrimonio immateriale. Ma oggi quella missione appare ancora più attuale: conservare le tradizioni non significa soltanto guardare indietro. Significa consegnare alle nuove generazioni strumenti per stare nel mondo senza perdere le proprie radici. E forse è proprio qui che il folklore smette definitivamente di essere soltanto folklore. Diventa educazione alla convivenza. Diventa diplomazia popolare. Diventa memoria condivisa. Diventa una possibilità. Perché un costume tradizionale può raccontare la storia di un popolo, ma quando quel popolo lo indossa davanti a un altro popolo e insieme si mette a danzare, allora la tradizione diventa futuro.

La notte di Baselice ha avuto anche un altro significato, più intimo e più doloroso. Quello della propria identità paesana da ritrovare. Nelle parole del sindaco Massimo Maddalena, accompagnato dall’amministrazione comunale nelle premiazioni, e in quelle intense di Enzo Cocca, presidente dell’associazione Murgantia, è emersa la volontà di riaccendere l’attenzione sul gruppo folklorico locale, oggi fermo, e sulla necessità di restituirgli una nuova vita. È un passaggio tutt’altro che marginale.

Perché non si può chiedere al mondo di incontrarsi se prima non si è capaci di riconoscersi nella propria casa. Il folklore internazionale diventa così anche uno specchio nel quale Baselice può tornare a guardarsi. E in quello specchio non c’è soltanto ciò che è stato. C’è ciò che può ancora essere.

Tra gli ospiti anche il sindaco di San Marco dei Cavoti, Angelo Marino, che ha partecipato con simpatia e calore a una serata nella quale le istituzioni hanno avuto finalmente il volto più semplice della festa: quello di chi applaude, si emoziona, si lascia coinvolgere. Poi, lentamente, la notte ha cominciato a cedere. Le luci hanno continuato a illuminare il palco mentre il cielo cambiava colore. E forse è proprio nell’ora dell’alba che questa ventesima edizione ha trovato il suo significato più profondo.

Perché l’alba è sempre una promessa. Arriva dopo il buio, senza domandare quanto sia stato lungo. E Baselice, quella notte, l’ha aspettata cantando. L’ha aspettata ballando. L’ha aspettata insieme. Come se il mondo intero fosse stato convocato in quella piazza per ricordare una cosa elementare che troppo spesso dimentichiamo: nessun popolo vive davvero da solo. Le radici non servono a separarci. Servono a darci la forza per incontrare gli altri. E forse il vero miracolo del folklore è proprio questo: non cancellare le differenze, ma farle danzare insieme. Così il Perù ha incontrato l’Italia, gli Stati Uniti la Georgia, il Brasile il cuore del Sannio. E ognuno ha portato qualcosa, lasciando qualcosa. Un gesto, una musica, un colore, una parola, un ritmo.

Alla fine, ciò che resta non è la classifica di uno spettacolo. Non è il gruppo più applaudito. Non è neppure la fotografia di una serata riuscita. Resta il ponte. Quello costruito ostinatamente da uomini che hanno scelto di camminare verso altri uomini. E resta una piazza di Baselice che, per una notte, è sembrata non avere confini. Forse è questo il vero concetto del folklore. Non rappresentare il mondo. Ricucirlo. Non raccontare soltanto da dove veniamo. Ricordarci dove possiamo ancora andare. Insieme.




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