Ricordo benissimo la prima volta che ho sentito nominare Dievole. Era quest’estate, a fine agosto, ed ero in spiaggia in Salento. Mi avevano appena raggiunto alcuni amici di passaggio in zona e, parlando come spesso inevitabilmente accade dei progetti per il rientro a settembre, mi avevano raccontato di un loro imminente viaggio a Dievole per scattare un progetto fotografico. Già all’epoca, cullata dal suono del mare, mi ero immaginata questa antica villa padronale, i cipressi iconici del Chianti che si stagliano contro il cielo azzurro e i vigneti ricamati su e giù per le colline. Quel nome dal suono quasi fiabesco, Dievole, mi era rimasto impresso nella memoria, tanto più che era da anni che con alcuni amici ci ripromettevamo di organizzare un weekend in quest’angolo di Toscana.
Così, quando appena un mese dopo mi è arrivata la proposta di partire per una due giorni proprio a Dievole, da un’altra amica che nulla poteva sapere delle mie chiacchiere vacanziere e della mia fascinazione per quel posto che fino ad allora esisteva solo nella mia mente, l’ho preso come un inequivocabile segno del destino: dovevo andarci. Detto, fatto. Sono bastate ventisei ore d’orologio in quest’angolo di paradiso per ricaricarmi completamente le pile e immergermi in un mondo fatto di amore viscerale per la terra. Quella terra che dona olio e vino da millenni, ma anche frutti, verdure ed erbe spontanee per la cucina, intrecciandosi con le tradizioni, la storia e una ricerca coerente di innovazione. Qui, a Dievole, si può fare tutto, anche se alla fine non si vorrebbe fare niente di più che starsene seduti su uno dei morbidi divani in giardino con un libro e un calice di vino, o rilassarsi in costume a bordo piscina, per riscaldarsi agli ultimi tiepidi raggi di questo ottobre insolitamente ancora caldo.
La valle divina: una storia lunga nove secoli
C’è una strada bianca, nel cuore del Chianti Classico, che si lascia attraversare lentamente, scandita ai lati dal ritmo solenne dei cipressi. È così che si arriva a Dievole. Siamo a Vagliagli, nel comune di Castelnuovo Berardenga, in provincia di Siena. La bellezza del borgo colpisce al primo sguardo, ma per comprenderne l’anima bisogna scavare nel passato. Il nome stesso, che in latino medievale significa “Dio vuole”, rivela quanto questa terra fosse percepita sin dalle origini come un luogo benedetto, fertile e generoso. Tutto ha inizio ufficialmente il 10 maggio 1090, quando il notaio Bellundo redige un atto con cui l’abate del monastero senese di Sant’Eugenio concede in affitto una vigna nella “valle divina” (da cui la radice Diulele) a due agricoltori. Il canone pattuito? Due capponi, tre pani e sei denari lucchesi d’argento. Da quel giorno, questa terra non ha mai smesso di essere coltivata
Nel Cinquecento, la tenuta passa nelle mani della nobile famiglia senese dei Malavolti, che per tre secoli ne espande i confini e trasforma l’insediamento in un vero e proprio centro direzionale agricolo. A loro si deve la costruzione dell’imponente Villa padronale del Settecento, con le sue arcate ispirate agli schemi architettonici peruzziani, e della vicina cappella gentilizia. Un altro capitolo fondamentale viene scritto nell’Ottocento, quando il Conte Giulio Terrosi-Vagnoli acquista la proprietà per donarla alla moglie Ildegonda Camaiori. A quest’ultima nobildonna si deve il prezioso Quaderno dei Saldi, un registro in cui annotava meticolosamente i nomi di tutte le famiglie contadine a cui erano affidati i poderi, tracciando un filo umano che arriva intatto fino ai giorni nostri.
I vigneti si interrompono ai margini del bosco, gli oliveti lasciano spazio ai campi e lo sguardo passa da una collina all’altra, seguendo le strade che collegano i poderi. Questa è la parte senese del Chianti Classico, il territorio storico del vino del Gallo Nero, fra Firenze e Siena. Il legame fra vino e geografia ha una lunga storia: nel 1716 un bando del granduca Cosimo III de’ Medici delimitava già l’area di produzione del Chianti. Ancora oggi i nomi dei paesi e quelli sulle etichette si richiamano di continuo, e una degustazione può diventare l’occasione per decidere la passeggiata successiva. E durante le camminate può capitare di incontrare oche e galline che razzolano libere lungo le strade sterrate. Non c’è da spaventarsi: si lascia loro il passo e si prosegue, senza esagerare con la confidenza, soprattutto con le oche.
La rinascita: rispetto, radici e Sangiovese
La Dievole di oggi è il frutto di un percorso di rinnovamento iniziato nel 2012 con l’acquisizione da parte del gruppo ABFE (Alejandro Bulgheroni Family Estates). L’ingegner Alejandro Pedro Bulgheroni, innamorato della Toscana, ha portato una filosofia chiara e intransigente: rispetto totale del suolo, viticoltura biologica e ricerca dell’eccellenza. Niente omologazione, ma l’esaltazione pura del terroir. Sotto la guida del Managing Director Enrico Viglierchio e del Direttore Tecnico Lorenzo Bernini, i 152 ettari di vigneti — incastonati tra boschi e uliveti a 400 metri di quota — sono stati studiati palmo a palmo. Le viti affondano le radici nel calcare dell’Alberese o nelle arenarie del Macigno del Chianti. Questa ricerca di profondità protegge le piante dalla siccità e dalle piogge improvvise, trasferendo al grappolo l’anima minerale della roccia
Camminare fra i vigneti aiuta anche a dare un significato a ciò che si assaggerà dopo. Sotto i filari si alternano terreni calcarei e arenarie, cambiano l’esposizione e la pendenza. Il lavoro diretto da Lorenzo Bernini, agronomo e direttore tecnico, parte dallo studio di queste differenze e dalla gestione dei suoli; la conduzione è biologica. Il Sangiovese occupa il centro della produzione, affiancato da varietà toscane come Canaiolo, Colorino e Trebbiano. In cantina, il cambiamento avviato nel 2013 si riconosce nei materiali e nei recipienti. Per la vinificazione si usano vasche di cemento a forma di tulipano; per l’affinamento del Sangiovese grandi botti di rovere francese non tostato, scelte per contenere l’impronta aromatica del legno. Il Campinovi, bianco da Trebbiano Toscano, matura invece in botti di rovere toscano e castagno: una scelta che recupera anche il lavoro artigianale dei bottai del territorio. Le degustazioni permettono di seguire due direzioni: si possono confrontare vini che nascono da vigneti diversi, come Casanova, Catignano e Petrignano, oppure tornare sullo stesso vino attraverso più vendemmie: è ciò che si intende per degustazione verticale. Il Novecento, Chianti Classico Riserva nato nel 1990 per celebrare i novecento anni della tenuta, si presta a questo viaggio fra le annate conservate nella cantina storica. Il Vigna Sessina Gran Selezione proviene invece da un singolo vigneto di quattro ettari. Dietro i nomi sulle etichette emergono appezzamenti, stagioni, scelte di coltivazione; la visita rende più facile orientarsi anche senza avere un vocabolario da sommelier.
L’olio, le erbe spontanee e la cucina del territorio
A Dievole, l’olio segue lo stesso principio del vino: nasce dalla terra e ne restituisce fedelmente il carattere. Le varietà Frantoio, Leccino e Moraiolo vengono frante in un mulino aziendale di ultima generazione a poche ore dalla raccolta, dando vita a eccellenze come il Chianti Classico DOP, che regala al palato sentori di carciofo, erba tagliata e mandorla, accarezzati dalla nota balsamica del Leccino. Questo prezioso oro verde non è un semplice condimento, ma il co-protagonista assoluto dei piatti del Ristorante Novecento, guidato dalla chef Monika Filipinska. Niente cucina gourmet fine a se stessa o “effetti speciali” per stupire. La sua è una narrazione costruita in simbiosi con il paesaggio. Dal 2010, Monika esplora i boschi della tenuta praticando il foraging: raccoglie tarassaco, silene, aglietti selvatici e finocchietto. Da qui nascono abbinamenti sorprendenti, come la parmigiana verde accompagnata da un gelato all’erborinato, o la panna cotta alla Coratina. E, ribaltando le regole classiche dell’abbinamento, qui non è il vino a inseguire il piatto, ma l’esatto contrario: “Noi siamo una casa del vino”, ripete la chef. Prima si pensa alla bottiglia, e solo di conseguenza al piatto che ne esalterà le sfumature. E per chi vuole, prepara pappa al pomodoro e panzanella in comodi barattoli monoporzione, mette tutto in un cestino da picnic con pane, salumi, formaggi, frutta e qualche cantuccino; così che si può prendere una coperta e andare a pranzare tra le vigne.
Il cuore di un ecosistema: tra l’Eroica e i borghi millenari
Dievole non è solo un borgo in cui soggiornare, ma una vera e propria base strategica per un’immersione totale nel Chianti Classico. Organizzare un weekend qui richiede solo un minimo di pianificazione logistica. La soluzione ideale è raggiungere la Toscana in aereo, atterrando agli scali di Firenze Peretola o Pisa Galileo Galilei, oppure optare per i treni ad alta velocità fino alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. Da lì, noleggiare un’auto diventa indispensabile per godersi la libertà di scollinare tra i tornanti panoramici e le dolci pendenze del territorio.
Le giornate in tenuta iniziano assecondando i ritmi della natura. Svegliarsi presto al mattino per una camminata lungo i due chilometri del Percorso Vita, immerso nei boschi e nei vigneti che circondano la villa, è un’esperienza rigenerante che riattiva il corpo respirando aria purissima. Fuori dal cancello, le strade si trasformano in lingue di polvere bianca che serpeggiano tra le vigne e le geometrie rigorose dei cipressi. Sono le leggendarie strade dell’Eroica, un paradiso per chi ama esplorare il territorio in bicicletta o in e-bike, pedalando a ritmo lento sulle orme di un ciclismo romantico per assaporare ogni scorcio. Un itinerario concreto parte da Vagliagli: circa trentuno chilometri ad anello verso Castellina in Chianti e la zona di Radda, con una deviazione per entrare nel centro di quest’ultima e il ritorno su un tratto dell’Eroica. A Castellina si può scendere di sella per percorrere Via delle Volte, il camminamento coperto legato alle antiche difese, e visitare il Museo Archeologico del Chianti nella Rocca; Radda invita a fermarsi fra le strade raccolte del centro, prima di affrontare il rientro.
Con una giornata intera dedicata alla bici e un itinerario più impegnativo si può allargare il giro a Vertine, Gaiole e al Castello di Brolio. Sono altri luoghi attraversati dal percorso permanente, da scegliere secondo allenamento e tempo disponibile. Un’altra destinazione nei dintorni è Pievasciata, con il Parco Sculture del Chianti, dove installazioni contemporanee sono state pensate per il bosco che le ospita. Qui la visita prosegue a piedi fra gli alberi e le opere.
A breve distanza, il profilo inconfondibile di Siena chiama a sé i viaggiatori: basta perdersi tra i vicoli stretti di mattoni rossi per sbucare all’improvviso nella meraviglia di Piazza del Campo, un catino di storia e bellezza mozzafiato. E se si ha voglia di spingersi leggermente oltre, la magia prosegue verso Arezzo, con le sue piazze inclinate e le storiche botteghe antiquarie, o verso l’affascinante Volterra. Arrampicata su un colle che domina la Val di Cecina, la città etrusca strega con il suo dedalo di stradine medievali, i luminosi laboratori di alabastro e quell’atmosfera sospesa nel tempo che sembra uscita dalle pagine di un romanzo. Verso la Valdelsa si incontrano poi Monteriggioni, raccolta nella cinta muraria con quattordici torri, e, proseguendo più a nord, San Gimignano. Qui vale la pena entrare nel Palazzo Comunale e salire sulla Torre Grossa: dall’alto si leggono insieme l’impianto urbano e la campagna circostante.
Custodi di una bellezza inestimabile
Tornare a Dievole dopo una giornata di esplorazioni restituisce il vero senso di questo luogo. C’è un dettaglio che si percepisce ancora prima di alzare un calice di Novecento, ed è la profonda dimensione umana. Le persone che lavorano qui da decenni non sono semplici dipendenti, ma fieri custodi di una storia che li precede. L’accoglienza, a Dievole, non è nata accanto alla cantina, ma è sgorgata in modo del tutto naturale dalla cantina stessa. Gli edifici storici non sono stati stravolti per creare un resort artificiale, ma sono stati restaurati per restituire la vita vera e pulsante del borgo agricolo. Tutto, dalle camere affacciate sulle vigne fino alla suggestiva sala esclusiva del D’Wine Club per collezionisti, trasmette un lusso discreto, fatto di cura maniacale dei dettagli e di un legame ininterrotto con la terra e con ritualità che arrivano direttamente dagli antichi romani. La crescita del marchio “Chianti” nel mondo non ha richiesto di reinventare l’identità del posto, perché la raffinatezza, qui, è semplicemente il modo in cui si è sempre lavorato. Non a caso arrivano visitatori da tutto il mondo e sono proprio gli stranieri la stragrande maggioranza degli ospiti che soggiornano nella tenuta. E c’è anche chi approfitta del terrazzino affacciato sulle vigne per inginocchiarsi e fare la proposta di matrimonio alla persona amata. Ecco perché, non appena arrivati, viene naturale voler restare. Ed ecco perché, una volta ripartiti, viene un’irresistibile voglia di tornare.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



