Corruzione a Cisterna, la Corte di Cassazione si è pronunciata sui due ricorsi presentati da Renio e Domenico Monti
A giugno scorso, la Cassazione ha annullato senza rinvio le ordinanze del Riesame che avevano disposto per Renio Monti l’interdizione dal lavoro per 12 mesi e per Domenico Monti la misura degli obblighi di firma in caserma. Una decisione che arriva dopo che la Procura di Latina ha chiuso le indagini a carico delle persone coinvolte nella inchiesta su corruzione e malcostume che ha interessato il Comune di Cisterna. A febbraio scorso, gli indagati, per cui erano stati chiesti gli arresti, erano stati sottoposti all’interrogatorio preventivo come da riforma Nordio dinanzi all’allora giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Barbara Cortegiano.
Rischiano il processo, al netto di richieste di rito alternativo, otto indagati. Si tratta di Domenico e Renio Monti, Eleonora Boccacci, Gabriele Califano, David D’Ercole, Luca De Vincenti, Gisleno Moretti e Marco Pompili.
Erano stati due i componenti dell’amministrazione del sindaco di Cisterna, Valentino Mantini, coinvolti nell’inchiesta: il consigliere comunale di “Conosco Cisterna” e consigliere provinciale in quota Partito Democratico, Renio Monti (42 anni), in seguito dimessosi per via di questa indagine, e il dirigente a Lavori Pubblici e Urbanistica, Luca De Vincenti (59 anni). Per entrambi, il pubblico ministero Valentina Giammaria chiedeva gli arresti ai domiciliari, così come per i due imprenditori di Latina, David D’Ercole (55 anni) e Gabriele Calafano (79 anni), e per la professionista Eleonora Boccacci (48 anni) e il padre di Renio Monti, il noto imprenditore nel campo edile, nonché sodale e amico del sindaco Mantini, Domenico Monti (69 anni). Nessuna richiesta di misura cautelare era stata chiesta per i due funzionari comunali Gisleno Moretti (58 anni) e Marco Pompili (50 anni).
Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Angelo Farau, Domenico Volante, Aldo Pomponi, Massimo Caria, Francesco Caroleo Grimaldi, Renato Archidiacono, Enzo e Dino Lucchetti. Sarà la Procura a chiedere o meno il rinvio a giudizio. In quel caso, le difese decideranno se chiedere riti alternativi o patteggiare, oppure pensare di affrontare l’udienza preliminare e l’eventuale processo.
Le accuse sono gravi. Si parla di mazzette. Renio Monti e il padre Domenico Monti, in concorso con l’imprenditore della società 3Heads srl, David D’Ercole, e ai due co-indagati Gisleno Moretti e Marco Pompili, sono accusati per l’appunto di corruzione.
Il reato è contestato a Moretti e Pompili, entrambi funzionari presso lo Sportello Edilizia e Attività Produttive al Comune di Cisterna, a Renio Monti, in qualità di consigliere comunale e Presidente della Commissione Urbanistica, e a Domenico Monti, titolare dello studio di architettura associato “Monti” e padre del suddetto consigliere. I quattro avrebbero ricevuto indebitamente denaro per un atto contrario ai doveri d’ufficio. da D’Ercole, titolare della 3Heads srl.
Nei giorni scorsi sono state pubblicate le motivazioni della Cassazione che hanno revocato la misura degli obblighi di firma a Domenico Monti, difeso dagli avvocati Aldo Pomponi e Caterina Suppa.
Nell’ordinanza impugnata Domenico Monti è stato ritenuto gravemente indiziato della commissione del delitto di corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, commesso a Cisterna di Latina il 17 ottobre 2022, data della delibera di approvazione del progetto.
Secondo l’ipotesi di accusa, Gisleno Moretti e Marco Ponnpili, in qualità di funzionari presso lo Sportello Unico Edilizia e attività produttive del Comune di Cisterna di Latina, Renio Monti, in qualità di consigliere comunale di Cisterna di Latina e Presidente della Commissione urbanistica del Comune, e, dunque, pubblici ufficiali, in concorso con Domenico Monti, titolare dello studio di architettura associato Monti, nonché padre di Renio Monti, avrebbero indebitamente ricevuto denaro per un atto contrario ai doveri di ufficio da David D’Ercole, legale rappresentante della 3Heads.
In particolare, Gisleno Moretti e Marco Pompili avrebbero sollecitato D’Ercole a rivolgersi allo studio Monti per ottenere l’approvazione di un progetto relativo alla realizzazione di una struttura di vendita a Cisterna di Latina, Corso della Repubblica.
Renio Monti, Presidente della Commissione urbanistica, dopo aver accettato l’incarico per la realizzazione del progetto da parte di David D’Ercole, avrebbe fornito a quest’ultimo rassicurazioni circa l’approvazione dello stesso. Renio Monti, inoltre, dopo aver sottoscritto, in qualità di progettista, un
progetto sostanzialmente equivalente a quello già predisposto dall’architetto Raniero Grassucci, ma mai approvato, si sarebbe adoperato per far adottare la delibera di Giunta dal Comune n. 268 del 17 ottobre 2022, di approvazione del piano particolareggiato di esecuzione presentato dalla società 3Heads.
A fronte di tali prestazioni, Renio e Domenico Monti avrebbero accettato la promessa, come da contratto, di ricevere da David D’Ercole la somma di 75.000,00 euro, 20.000,00 dei quali sarebbero stati corrisposti e dissimulati in corrispettivo reso a vantaggio dei medesimi per la realizzazione del progetto, 2.500,00 euro a Renio Monti, 7.500,00 euro in favore di Ilaria Boccafogli, collaboratrice dello studio Monti e 10.000 euro a vantaggio di Domenico Monti, fratello di Renio Monti,
La Cassazione, però, ha specificato che il ricorso di Domenico Monti deve essere accolto, in quanto i motivi proposti sono fondati. Secondo gli ermellini “la motivazione dell’ordinanza impugnata (nda: quella del Riesame di Roma) è, infatti, confusa e obiettivamente carente nella selezione degli elementi indiziari relativi alla posizione del ricorrente e nella ascrizione della condotta del ricorrente alla fattispecie di reato contestata, sia pur nei limiti delibatori propri del sindacato cautelare. Risulta, infatti, assai poco chiaro il ruolo assunto nella vicenda corruttiva oggetto di contestazione dal ricorrente, privo di cariche pubbliche e pur tuttavia ritenuto corrotto”.
“Lacunosa” l’accusa di corruzione secondo la Cassazione in quanto per la “dazione di denaro o di altra utilità in favore del pubblico ufficiale”, anche laddove risulti contabilizzata e documentata, “è necessaria la prova del pactum sceleris intervenuto tra soggetto corruttore e pubblico ufficiale corrotto, nel senso che deve essere dimostrato che il compimento dell’atto, contrario ai doveri di ufficio, è stato la causa della prestazione dell’utilità e della sua accettazione da parte del pubblico ufficiale, non essendo quindi sufficiente a tali fini la mera circostanza della intervenuta dazione di utilità”.
Risulta, inoltre, “fondato anche il terzo motivo, relativo alla carenza e alla manifesta illogicità della motivazione relativa alla sussistenza delle esigenze cautelari”. Secondo i giudici della Suprema Corte “il Tribunale del riesame di Roma, tuttavia, limitando la propria disamina esclusivamente alle condotte poste in essere dal ricorrente all’epoca degli illeciti contestati (e, dunque, nel corso dell’anno 2022), ha omesso di chiarire se le esigenze cautelari permangano attualmente concrete e attuali, pur a fronte del significativo lasso di tempo decorso dalla commissione delle condotte contestate, e, in caso positivo, se il decorso del tempo non le abbia attenuante, imponendo l’applicazione di una misura cautelare meno afflittiva di quella in corso di esecuzione”.
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Bernardo Bassoli
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