La scelta di lavorare e di accogliere la sofferenza psicologica di una persona richiede competenze rigorose, ma anche grande sensibilità e capacità di ascolto altrui. Colui che, infatti, sceglie di rivolgersi a un professionista della salute mentale, lo fa principalmente per essere correttamente guidato dentro il proprio “inferno” e potervi ricavare risorse utili per poterne uscire in autonomia e con efficacia. Insomma, sviluppare una relazione di cura impone un’attenzione particolareggiata all’individuo, alla sua storia di vita e ai suoi reali bisogni.
La Dottoressa Rosamaria Lombardo, stimata psicologa e attiva sul territorio calabrese, ha fatto dell’approccio personalizzato il proprio marchio di fabbrica. Il suo curriculum vitae è straordinariamente eclettico: spazia dalla psicomotricità infantile alla diagnosi delle difficoltà del neurosviluppo, quali l’ADHD e i disturbi BES, fino alla profonda sensibilità maturata nel reparto di Geriatria a contatto con le fragilità della terza età. Il suo impegno lavorativo e di cura, tuttavia, va oltre lo studio e i colloqui online di consulenza psicologica ed educativa, in quanto è una delle responsabili regionali dell’associazione Professione & Solidarietà, un ente che si batte quotidianamente per una psicologia che sappia fare rete sul territorio e supportare attivamente la comunità.
In questa intervista, valorizzeremo attraverso le parole della professionista l’importanza del corpo nello sviluppo del bambino, la delicatezza del supporto geriatrico e lo scopo audace e complesso di aiutare quante più persone possibile a costruire una vita che sia davvero “degna di essere vissuta”.
L’approccio personalizzato e la discesa nell’«inferno» del malessere
Gentilissima Dottoressa Lombardo, lei crede fermamente in un interventoad personamper ciascuno dei suoi pazienti e in alcune delle sue pubblicazioni cita una frase molto forte di Marsha Linehan, ossia “per scendere nell’inferno basta un attimo, per uscirne devi crederci, ma anche avere il supporto adeguato.” Nella sua pratica clinica, in che modo un percorso personalizzato diventa la chiave di volta determinante per aiutare una persona a ritrovare l’equilibrio quando si sente avvolta da un malessere di cui non riesce a rintracciare la causa?
Grazie per questa domanda, che tocca il cuore pulsante del mio modo di intendere la clinica e la relazione di cura. La citazione di Marsha Linehan che ho spesso richiamato non è solo un monito teorico, ma una realtà quotidiana. Quando una persona vive un malessere profondo e apparentemente senza nome, si trova in una condizione di disorientamento assoluto: l’«inferno» è proprio quell’angoscia che paralizza, accentuata dal non sapere da dove essa provenga. In questi casi, un approccio standardizzato o un protocollo rigido applicato indistintamente non solo è inefficace, ma rischia di far sentire il paziente ancora più solo e non compreso. Un percorso personalizzato diventa la chiave di volta per tre motivi fondamentali e che vengo ora a riassumerle, ossia l’atto di decodificare il sintomo attraverso la storia unica del paziente, in quanto il malessere “senza causa” apparente ha sempre una sua grammatica segreta, scritta nella storia di vita dell’individuo. L’approccioad personam, che permette di non guardare al sintomo come a un’etichetta, ma come a un messaggio cifrato. Il costruire un’alleanza terapeutica solida, dal momento che per scendere nell’inferno di una persona e aiutarla a uscirne, è necessario che il paziente si fidi ciecamente della guida concessagli dal professionista. Questa fiducia non nasce da un camice o da un titolo, ma dalla sensazione profonda di essere visti e accolti nella propria interezza e unicità. La personalizzazione del percorso si traduce in un ascolto autentico e flessibile, capace di adattarsi ai tempi, alle resistenze e ai bisogni reali di chi si ha davanti. E in ultimo, riattivare le risorse interne specifiche; dal mio punto di vista posso affermare che l’obiettivo finale della terapia non è la dipendenza dal terapeuta, ma l’autonomia del paziente. Ognuno possiede risorse latenti diverse: c’è chi ha bisogno di ridefinire i propri confini corporei (e qui la mia esperienza nella psicomotricità mi guida molto), chi ha bisogno di strategie cognitive specifiche o chi necessita di una validazione emotiva profonda. Trovare la chiave d’accesso personalizzata significa fornire alla persona esattamente gli strumenti che lei è in grado di usare per ritrovare il proprio equilibrio e camminare di nuovo con le proprie gambe. L’intervento personalizzato è l’unico modo per trasformare la terapia da un processo astratto a un’esperienza trasformativa concreta. Significa dire al paziente:“Non so ancora dove ci porterà questo viaggio, ma lo faremo al tuo passo, guardando il panorama attraverso i tuoi occhi.”
Il corpo e il movimento che garantisce di superare la “parola parlata” nell’età evolutiva
Il suo percorso formativo e curriculare vanta una solida base nella psicomotricità infantile e una formazione specifica presso il Centro Skinner sulla diagnosi di ADHD, BES e motricità fine. Quanto influisce la sua esperienza corporea ed educativa alla motricità nel modo in cui oggi si approccia al trattamento psicologico dei bambini e degli adolescenti?
La formazione in psicomotricità infantile e lo studio approfondito della motricità fine e dei disturbi del neurosviluppo influenzano profondamente il mio modo di fare clinica. Nei bambini e negli adolescenti, infatti, il corpo non è semplicemente un involucro, ma il canale d’elezione attraverso cui si manifesta il mondo interno: le emozioni, le ansie, i traumi e le fatiche relazionali passano prima dal corpo e dal movimento che dalle parole. Nella mia pratica considero, infatti, il corpo come via d’accesso al dialogo emotivo; si pensi, ad esempio, a un bambino piccolo che non ha ancora la capacità di verbalizzare un’ansia profonda o una frustrazione. La esprime attraverso l’iperattività (come spesso accade nell’ADHD), la disattenzione, l’oppositività o la somatizzazione (il classico mal di pancia o mal di testa senza cause organiche). La psicomotricità mi offre gli strumenti per decodificare questi comportamenti non come “capricci” o “disubbidienza”, ma come segnali corporei di un disagio emotivo. La motricità fine è anche un termometro della regolazione, ossia le difficoltà legate alla motricità fine e alla coordinazione spesso non sono solo un problema pratico (come la fatica a scrivere o ad allacciarsi le scarpe), ma si legano a doppio filo alla regolazione emotiva e all’autostima. Lavorare in modo integrato sulla mente e sul corpo permette di rinforzare nel bambino il senso di efficacia e di competenza. Aiutarlo a padroneggiare il proprio corpo nello spazio e nei micro-movimenti significa, indirettamente, aiutarlo a sentirsi più sicuro di sé nel mondo.
Tutto questo, però, mi aiuta anche a superare il bisogno di condurre una terapia basata solo sulla “parola parlata” con gli adolescenti. Spesso pensiamo alla psicoterapia come a un setting in cui ci si siede e si parla. Ma proviamo a mettere un adolescente – magari chiuso nel suo guscio, arrabbiato o bloccato da un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) o da bisogni educativi speciali (BES) – su una poltrona a descrivere i propri vissuti e le personali fatiche. Il rischio di un blocco è altissimo. Integrare la dimensiona corporea significa saper leggere la sua postura, le sue micro-tensioni, il suo stare nello spazio, e utilizzare canali espressivi alternativi alla pura verbalizzazione per agganciare la sua fiducia.
La dignità oltre il punteggio dei test nei reparti di geriatria
Tra i periodi più significativi della sua formazione, come psicologa volontaria e tirocinante, vi è quello vissuto presso il reparto di Geriatria dell’Ospedale ‘E. Morelli’ di Reggio Calabria. Lei stessa racconta che è stato in questo periodo che ha potuto affinare l’uso di alcuni test standardizzati, come MMSE, ADL e l’IADL. Qual è la lezione più grande, sia a livello umano che professionale, che le ha lasciato questo lavoro a stretto contatto con la sofferenza e la fragilità della terza età?
Quel periodo trascorso nel reparto di Geriatria dell’Ospedale “E. Morelli” ha rappresentato uno snodo fondamentale della mia vita, lasciandomi un’impronta indelebile che oggi guida ogni mio gesto professionale. Se dovessi riassumere la lezione più grande che ho vissuto in quel periodo in una sola parola, sceglierei “dignità”. Mi sento di dire, infatti, che dal punto di vista strettamente clinico, in quel reparto ho imparato a utilizzare strumenti diagnostici fondamentali, come ilMini-Mental State Examination(MMSE) per la valutazione dello stato cognitivo, e le scaleADL(Attività della Vita Quotidiana) eIADL(Attività Strumentali della Vita Quotidiana) per misurare l’autonomia della persona.
Tuttavia, la lezione professionale più importante è stata capire che un paziente non è mai il punteggio del suo test. Un MMSE basso ti dice che c’è un decadimento cognitivo, ma non ti dice chi hai davanti. Ho imparato a usare questi strumenti standardizzati non come un punto d’arrivo per etichettare la fragilità, ma come una mappa per orientarmi. La vera competenza sta nel saper leggere cosa c’è dietro quel punteggio: la frustrazione di chi non ricorda il nome del proprio figlio, la paura di perdere il controllo sulla propria vita, ma anche i frammenti di lucidità e di memoria affettiva che restano intatti e che vanno valorizzati nel piano di cura.
A livello umano, la terza età ti spoglia di qualsiasi sovrastruttura. Lavorare con anziani affetti da demenze o patologie croniche significa confrontarsi quotidianamente con la perdita della memoria, dell’autonomia e, a volte, della propria identità specchiata negli occhi degli altri.
In quel contesto ho compreso tre grandi verità, ovvero che la comunicazione va oltre la parola. Quando il linguaggio verbale si impoverisce o scompare a causa della malattia, subentra il linguaggio del corpo. Uno sguardo intercettato, una carezza sulla mano, il tono della voce o la postura diventano i canali principali per far sentire l’altro protetto e riconosciuto. L’importanza di accogliere la storia prima della malattia. Ogni anziano in quel letto d’ospedale è stato un lavoratore, un padre, una madre, una persona con passioni, vittorie e dolori. Restituire valore alla loro storia di vita, anche solo dedicando cinque minuti all’ascolto di un ricordo frammentato, significa curare non solo il corpo o la mente, ma l’anima di quella persona. Sono diventata anche molto paziente, poiché la geriatria ti costringe a rallentare. Ti insegna che i tempi della cura non sono i tempi frenetici della nostra società, ma sono dettati dalla fragilità di chi hai di fronte. Questa esperienza mi ha insegnato, insomma, che stare accanto alla sofferenza della terza età non significa semplicemente “assistere”, ma farsi custodi della memoria e della dignità di chi sta attraversando l’ultima fase della propria vita. È una lezione di umiltà profonda che porto con me in ogni ambito della mia professione, dall’infanzia all’età adulta, perché la vulnerabilità richiede sempre lo stesso identico rispetto.
Fare rete per abbattere lo stigma in Calabria
Oltre al lavoro in studio e online, lei ricopre un importante ruolo come responsabile regionale per l’associazione Professione & Solidarietà. In che modo questa realtà riesce a coniugare la promozione della figura dello psicologo con il supporto intercategoriale, e quanto ritiene importante che la psicologia esca dallo studio per fare rete sul territorio nazionale e, in questo caso, calabrese?
L’esperienza conProfessione & Solidarietàrappresenta per me la naturale estensione dell’impegno clinico: la convinzione che la salute mentale non sia un lusso per pochi, da racchiudere dentro le quattro mura di uno studio, ma un bene comune da coltivare nel tessuto sociale.
L’associazione nasce con un’intuizione precisa: i bisogni delle persone sono complessi e non possono essere frammentati. Chi vive un disagio psicologico spesso si trova ad affrontare contemporaneamente problemi legali, difficoltà economiche, isolamento sociale o problematiche mediche. Coniugare la promozione dello psicologo con il supporto intercategoriale significa esattamente questo: creare ponti tra professionisti diversi (avvocati, medici, assistenti sociali, educatori, commercialisti) che mettono le proprie competenze al servizio della solidarietà.
Significa trovare un punto di riferimento unico in cui la persona viene accolta nella sua totalità. Se un cittadino vive una situazione di forte stress a causa di una crisi lavorativa o di una separazione conflittuale, in associazione può trovare sia il supporto psicologico per reggere l’urto emotivo, sia la consulenza tecnica o legale per orientarsi.
Questo approccio valorizza anche la nostra figura professionale sottraendola all’isolamento. Dimostra sul campo che lo psicologo non è un professionista “astratto”, ma una risorsa strategica che dialoga alla pari con le altre categorie per generare benessere e tutele concrete.
In aggiunta, tutto questo fa emergere la psicologia dallo studio per portarla sul territorio. Questa è una priorità assoluta a livello nazionale, ma assume una valenza drammaticamente urgente qui in Calabria. La regione in cui abito, sono crescita e mi riconosco è ricca di straordinarie risorse umane, ma sconta storicamente forme di isolamento geografico, carenze strutturali nei servizi pubblici e, talvolta, un forte stigma sociale ancora legato al tema della salute mentale. Chiedere aiuto, in certi contesti, viene ancora percepito come un segno di debolezza.
Fare rete sul territorio significa scardinare questi blocchi attraverso tre azioni chiave, tra cui portare la psicologia nelle piazze e nelle scuole, intercettare il disagioprimache diventi patologia cronica e normalizzare la richiesta di supporto psicologico. Lo rende un passaggio naturale della cura di sé, esattamente come andare dal medico di base. In ultimo, contrastare la solitudine istituzionale. Creare una rete regionale capillare permette alle diverse realtà locali di non sentirsi sole. Quando le associazioni, le istituzioni e i professionisti fanno squadra, si crea un “welfare generativo” capace di rispondere ai bisogni reali della comunità calabrese in modo rapido ed efficace.
La psicologia del futuro o è una psicologia di comunità e di rete o rischia di rimanere parziale. Essere responsabile regionale di questa realtà mi permette di lottare ogni giorno affinché il supporto psicologico diventi un diritto accessibile, integrato e profondamente radicato nella mia terra.
Accompagnare l’individuo verso una vita degna di essere vissuta
Uno degli auguri che spesso avanza ai suoi utenti è quello di Socrate, che recita “una vita degna di essere vissuta”. Guardando al futuro della sua professione e ai suoi prossimi traguardi, le chiedo quali sono i progetti e le aree di specializzazione che le piacerebbe sviluppare nel suo studio per continuare ad accompagnare adulti, giovani e bambini? Grazie.
Citare Socrate e l’idea di una “vita degna di essere vissuta” (un concetto che tra l’altro è anche uno dei pilastri dellaDialectical Behavior Therapydi Marsha Linehan) tocca il fine ultimo di ogni percorso terapeutico: non semplicemente eliminare il sintomo, ma aiutare la persona a fiorire.
E guardando al futuro della mia professione e ai prossimi traguardi all’interno del mio studio, ho in mente una traiettoria di crescita che continua a intrecciare la mente, il corpo e la comunità, focalizzandosi su alcune aree e progetti specifici, come quelli relativi i disturbi del neurosviluppo e le fatiche scolastiche ed emotive dei più piccoli, che richiedono risposte sempre più precoci e scientificamente mirate. Il mio obiettivo è rendere lo studio un punto di riferimento ancora più specializzato per la diagnosi e l’intervento terapeutico nei casi di ADHD e BES/DSA. In particolare, voglio sviluppare progetti diParent Training(percorsi di supporto e formazione per i genitori) e interventi integrati che uniscano la riabilitazione della motricità fine alle strategie cognitive, per dare ai bambini strumenti concreti sia a scuola che nella vita di tutti i giorni.
Voglio anche espandere l’eredità della mia formazione psicomotoria portando in studio approcci terapeutici che considerino il corpo il protagonista della guarigione emotiva, anche per gli adulti e gli adolescenti. L’idea è quella di integrare protocolli basati sulla Mindfulness, sulla regolazione del sistema nervoso e sulla consapevolezza corporea. Molti traumi e stati d’ansia acuti rimangono “incastrati” nel corpo; offrire uno spazio in cui l’elaborazione verbale si unisce al rilascio delle tensioni corporee è la chiave per un benessere profondo e duraturo.
In ultimo, mi piacerebbe dare spazio anche al benessere del singolo paziente, che non è mai isolato da quello della sua famiglia. A tal proposito, nel futuro dello studio c’è la volontà di creare percorsi specifici per le diverse transizioni di vita. Per i giovani e gli adulti sto lavorando allo sviluppo dicicli di incontri legati all’educazione emotiva e alla gestione dello stress. Per l’utenza più anziana sto promuovendo screening precoci sulle funzioni cognitive e laboratori di stimolazione cognitiva e motoria per la terza età, per aiutare gli anziani a mantenere la propria autonomia e dignità il più a lungo possibile, supportando contemporaneamente i loro familiari.
Seguirò continuamente anche il mio lavoro conProfessione & Solidarietà, voglio che il mio studio sia uno spazio “aperto”, capace di abbattere le barriere geografiche ed economiche. Continuerò a investire e perfezionare la consulenza online per raggiungere chiunque si trovi in condizioni di isolamento o difficoltà di spostamento, mantenendo lo stesso livello di rigore e calore umano delle sedute in presenza.
Accompagnare una persona verso una vita degna di essere vissuta significa non smettere mai di studiare, di evolversi e di ascoltare. Il mio traguardo più grande, però, rimarrà sempre quello di offrire a chi varca la soglia del mio studio – sia essa fisica o virtuale – una presenza autentica, competente e profondamente umana. Grazie!
Qualora abbiate apprezzato la storia clinica-lavorativa della Dottoressa Rosamaria Lombardo potete contattarla al suo profilo professionalehttps://www.guidapsicologi.it/studio/psicologa-clinicaoppure tramite i seguenti indirizzi virtuali e telefonici:
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Viviana Ricci
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