Quattordici anni di promesse, un altoforno spento, e una città che non sa più se sperare nella fabbrica o nella sua fine
C’è un rumore che a Taranto non fa più caso a nessuno, e per questo fa ancora più paura: il silenzio. Da mesi uno degli altoforni dell’ex Ilva è fermo, sequestrato dopo l’incendio del maggio 2025, e la produzione viaggia su livelli che nemmeno i più pessimisti, quindici anni fa, avrebbero previsto. Due milioni di tonnellate d’acciaio l’anno, contro gli otto milioni di un tempo.
Eppure quel silenzio, per chi ci ha vissuto accanto una vita intera, non è sollievo. È attesa. È la sensazione di stare tra due mondi che non si toccano mai: quello di chi ha bisogno di un salario a fine mese, e quello di chi ha bisogno, prima di tutto, di respirare.
Il quartiere che guarda la fabbrica
Ai Tamburi, il rione che confina letteralmente con la fabbrica, a volte basta attraversare una strada, e la diossina non è una parola da telegiornale, è una storia di famiglia.
Per anni le analisi hanno raccontato tassi di mortalità e di malattie tumorali superiori alla media regionale nei quartieri più esposti alle emissioni, un dato che i processi giudiziari degli ultimi anni hanno provato a mettere nero su bianco, tra sequestri dell’area a caldo, condanne per disastro ambientale e nuovi procedimenti.
L’ultimo, «Ambiente Svenduto», è ancora in corso, dopo la dichiarata prescrizione per 15 dei 23 imputati, fra i quali l’ex governatore Nichi Vendola e Nicola e Fabio Riva, con oltre venti imputati rinviati a giudizio. In molte case ai Tamburi si è imparato a convivere con un doppio calendario: quello della cassa integrazione e quello delle visite di controllo.
Chi ci abita da sempre racconta la stessa cosa in mille modi diversi: la voglia di andarsene, ma anche l’impossibilità di farlo, perché l’Ilva a Taranto non è solo un datore di lavoro, è l’unico vero motore economico che la città abbia conosciuto negli ultimi sessant’anni.
Chiuderla di colpo significherebbe consegnare ottomila famiglie, e un indotto che ne coinvolge altrettante, se non di più a un vuoto che nessuno, in questi quattordici anni di amministrazioni straordinarie, ha mai saputo riempire con qualcosa di concreto.
Una città spaccata, non indifferente
Sarebbe facile raccontare Taranto come una città che vuole solo la chiusura della fabbrica, o come una città che vuole solo salvare i posti di lavoro a ogni costo. La realtà è più scomoda: sono spesso le stesse persone a desiderare entrambe le cose, nello stesso momento, senza contraddizione.
Un operaio che ha passato trent’anni sui forni e che oggi accompagna il figlio alle visite pneumologiche non è un paradosso: è la normalità di chi vive lì. Vuole che l’aria torni respirabile, e vuole anche che quel salario, l’ultimo argine prima della povertà, non sparisca.
È per questo che negli anni è cresciuta, tra i sindacati, i comitati ambientalisti e parte della politica locale, un’idea che prova a tenere insieme le due esigenze: non la chiusura secca, ma la riconversione.
Bonificare, decarbonizzare, produrre meno ma meglio, e nel frattempo ricollocare le maestranze non buttarle in strada, ma accompagnarle verso una fabbrica diversa, più pulita, o verso altri settori dello stesso indotto industriale.
Un’idea bellissima sulla carta. Che in quattordici anni, nonostante otto governi e sette premier diversi, non si è mai davvero tradotta in un piano credibile.
Il preridotto, ovvero la promessa tradita
Ed è qui che negli ultimi giorni si è consumato quello che in molti, a Taranto, leggono come l’ennesimo tradimento. Il progetto del DRI l’impianto per la produzione del preridotto di ferro, la materia prima «pulita» che dovrebbe alimentare i futuri forni elettrici al posto del carbone, era il simbolo stesso della promessa di decarbonizzazione: un miliardo di euro destinato proprio a quello.
Con un recente decreto, quei fondi sono stati scorporati dal riferimento specifico allo stabilimento di Taranto e fatti confluire in un contesto più generale. Per i sindacati e per le associazioni dell’indotto, non è un dettaglio contabile: è la cancellazione, con un tratto di penna, del pezzo più simbolico dell’intera transizione verde promessa alla città.
E proprio in questi giorni si fa strada un’ipotesi che a molti, a Taranto, suona come beffa finale: che l’ex Ilva smetta di essere un polo di produzione primaria dell’acciaio, cioè un luogo dove il metallo nasce, dal minerale al forno, per diventare semplicemente un impianto di trasformazione.
Una fabbrica che riceve acciaio già prodotto altrove, in questo caso in Oman, e lo lavora, lo finisce, lo trasforma in prodotto finito. Meno altoforni, meno minerale che arriva dal porto, meno delle vecchie cokerie che per decenni hanno segnato lo skyline della città. Ma anche, dicono i sindacati, meno della metà degli attuali posti di lavoro: quattromilacinquecento su ottomila, secondo le indiscrezioni circolate.
C’è chi in questo scenario vede finalmente un ridimensionamento necessario, quasi salutare: una fabbrica più piccola inquina meno, e forse è il primo passo reale verso quella riconversione di cui si parla da una vita.
E chi invece ci vede solo l’ennesimo compromesso al ribasso: uno stabilimento che smette di essere strategico per l’industria italiana e diventa un terminale di lavorazione, dipendente da forniture straniere, con metà della forza lavoro lasciata fuori dalla porta senza che nessuno abbia mai davvero disegnato dove quelle persone dovrebbero andare a finire.
Un tavolo, l’ennesimo
Il 28 luglio il governo ha convocato a Palazzo Chigi tutti i sindacati: Fim, Fiom, Uilm che nelle scorse settimane avevano minacciato di autoconvocarsi pur di ottenere risposte.
Sul tavolo, ancora una volta, la scelta tra i due offerenti rimasti in campo dopo una gara che dura da due anni: il fondo americano Flacks Group, che promette di salvare l’intera capacità produttiva e tutti i posti di lavoro ma non ha mai avuto esperienza siderurgica e ha chiesto allo Stato un prestito per finanziare la propria stessa offerta; e Jindal Steel International.
Flacks Group: offerta depositata l’11 dicembre 2025, 5 miliardi di investimenti promessi, 8.500 posti di lavoro garantiti, asset acquisiti a un euro simbolico, Stato al 40% del capitale.
Il 30 dicembre 2025 il ministero gli concede la trattativa esclusiva. Ma nei mesi successivi emergono crepe: mancano le lettere di patronage bancarie e il fondo, anziché investire, chiede allo Stato un prestito da 500 milioni.
Recentemente Flacks ha rilanciato annunciando un piano alternativo insieme a: Metinvest, Adria e Danieli, con l’obiettivo dichiarato di preservare l’intera capacità produttiva di Taranto e tutti i livelli occupazionali.
Jindal Steel International, l’altro offerente (gruppo indiano, già bocciato due volte in passato, la prima nel 2017): a marzo 2026 presenta una proposta vincolante.
Il suo piano, secondo le indiscrezioni circolate proprio in questi giorni, prevede l’assorbimento di circa metà della forza lavoro di Taranto (4.500 su 8.000 addetti), un solo forno elettrico per 2 milioni di tonnellate di produzione locale, con il resto dell’acciaio importato dall’Oman dove Jindal produrrebbe altri 4 milioni di tonnellate.
Il gruppo indiano Jindal, un’esperienza industriale vera ce l’ha, ma il piano quello del preridotto importato, della fabbrica ridimensionata è esattamente ciò che oggi fa più paura ai lavoratori.
Nel frattempo lo Stato continua a versare prestiti-ponte, l’ultimo di 240 milioni, solo per tenere accesi gli impianti fino alla prossima scadenza. È una città che da quattordici anni vive scommettendo ogni volta sull’ennesima «svolta decisiva», imparando a non crederci più del tutto, ma a non poter fare a meno di sperarci comunque.
Perché a Taranto, in fondo, la domanda non è mai stata solo «chiudere o no». È sempre stata: chi si prende cura di chi resta, quando la fabbrica in un modo o nell’altro, smetterà di essere quella di prima?
Antonello Giusti
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