Dove finisce la politica e comincia l’uomo


Per fortuna a volte la politica smette di parlare di sé e torna, finalmente, a parlare degli uomini. Non accade spesso. E forse proprio per questo “Sindaci ai fornelli” continua a sorprendere, anno dopo anno, come quelle storie semplici che non fanno rumore ma lasciano il segno.

Martina Franca, per una sera, non è stata soltanto una delle più eleganti piazze della Puglia.

È diventata una cucina all’aperto, un teatro senza copione, un piccolo Parlamento del buon senso dove, al posto dei decreti, si impastavano sapori, al posto delle mozioni si dosavano aromi e al posto delle polemiche si servivano sorrisi.

La politica, quella autentica, non nasce nei palazzi.

Nasce nelle piazze, nei mercati, nelle osterie, nelle cucine. Nasce dove gli uomini imparano a guardarsi negli occhi prima ancora che a difendere un’idea. È una verità antica quanto il pane condiviso. E forse è proprio questo il segreto della manifestazione ideata da Sandro Romano: ricordare agli amministratori che, prima di essere sindaci, sono persone. E che prima di governare una città bisogna saper abitare l’umanità.

C’è qualcosa di profondamente simbolico nel vedere primi cittadini provenienti da regioni diverse contendersi una vittoria culinaria senza che nessuno domandi a quale schieramento appartengano. Perché il grembiule è un curioso livellatore sociale e istituzionale: cancella le etichette, attenua le distanze, rende tutti vulnerabili davanti a una salsa che rischia di impazzire o a una cottura che pretende attenzione.

Dove finisce la politica e comincia l’uomo. “Sindaci ai fornelli” lancia il giusto segnale. Sarebbe necessario accoglierlo – Foto O.R.Lanza


È la democrazia della cucina.

Tra una padella e un coltello si scopre che il confronto non è uno scontro ma un’arte sottile, fatta di ascolto, di tempi, di pazienza. Esattamente come dovrebbe essere l’amministrazione di una comunità.

Viviamo in un tempo che premia il leader solitario, l’uomo solo al comando, la voce che copre tutte le altre. Eppure le grandi cucine insegnano il contrario. Nessun grande chef realizza un capolavoro senza la brigata. Nessun piatto nasce dalla vanità di una sola mano. È un’orchestra dove perfino chi lava una foglia di insalata contribuisce all’armonia finale.

Forse anche la politica dovrebbe ricordarselo più spesso.

L’egocentrismo produce applausi effimeri. La collaborazione costruisce istituzioni durature.

Così, mentre il pubblico seguiva divertito quella singolare competizione, accadeva qualcosa che andava ben oltre il regolamento della gara. Gli amministratori si parlavano senza l’urgenza di convincersi. Si ascoltavano senza cercare la replica. Ridevano degli errori, si aiutavano nei gesti, imparavano gli uni dagli altri. Era la politica liberata dalla liturgia della contrapposizione.

A conquistare la giuria sono stati Angelantonio Angarano, sindaco di Bisceglie, e Sabrina Lallitto, sindaca di Casacalenda, affiancati da Isabella Potì e Floriano Pellegrino.

La loro Insalata tiepida di mare ha meritato il primo posto, ma il vero premio sembrava essere altrove. Nelle parole di Angarano, quando ha parlato di squadra. Nel sorriso di Sabrina Lallitto, che ha definito quella vittoria un ponte tra due regioni.

Perché i territori non si uniscono soltanto con le infrastrutture.

Si uniscono con le relazioni. E le relazioni, come le amicizie, hanno bisogno di tempo, fiducia e tavole apparecchiate. Intorno a loro si muovevano gli altri sindaci, gli chef, il pubblico, i giornalisti. Ognuno con il proprio ruolo, ma senza gerarchie apparenti. Era una piccola comunità temporanea nella quale il talento gastronomico incontrava quello amministrativo e l’uno finiva per arricchire l’altro.

L’ironia ha fatto il resto.

Antonio Decaro ha confessato, con quella leggerezza che appartiene soltanto a chi non teme di sorridere di sé stesso, che gli riesce molto meglio amministrare una Regione che cucinare un piatto. E nel ricordare una vecchia vittoria conquistata tagliando pomodorini ha inconsapevolmente pronunciato una delle metafore più belle della serata: anche il gesto più piccolo può diventare decisivo se inserito dentro un’opera collettiva.

È questa la differenza tra il potere e il servizio.

Il primo pretende protagonisti. Il secondo costruisce squadre.

Forse il successo di “Sindaci ai Fornelli” sta proprio qui. Nell’aver restituito alla politica una parola quasi dimenticata: convivialità. Una parola che deriva dal latino convivere, vivere insieme. E vivere insieme significa anche imparare a condividere il pane, il lavoro, gli errori, le responsabilità.

La cucina, in fondo, è una straordinaria maestra di governo.

Insegna che gli ingredienti migliori, se lasciati soli, restano soltanto eccellenze isolate.

È l’incontro che crea il sapore. È l’equilibrio che genera armonia. È il tempo che trasforma.

La serata si è conclusa con l’annuncio di una Special Edition natalizia. Una promessa che sa di continuità e di tradizione. Perché il Natale, più di ogni altra festa, racconta il valore della tavola condivisa, delle famiglie che si ritrovano, delle differenze che si ricompongono davanti a un piatto fumante.

Forse questa manifestazione continuerà a essere ricordata non tanto per chi avrà vinto una particolare edizione, ma per avere dimostrato che la buona politica non nasce necessariamente da un dibattito televisivo o da una conferenza stampa.

Talvolta nasce dal rumore lieve di un cucchiaio che gira lentamente in una pentola. E da uomini e donne che, dimentichi per qualche ora delle bandiere sotto cui sono stati eletti, scoprono di appartenere tutti allo stesso Paese.

Quello che sa ancora riconoscersi attorno a una tavola.

Ed è forse questa l’immagine più bella della politica italiana: non quella che alza la voce, ma quella che abbassa la fiamma, aspetta il tempo giusto e comprende che, come in ogni buona ricetta, nessun ingrediente basta a sé stesso. La Repubblica, dopotutto, è un grande piatto collettivo: se uno prevale sugli altri, il sapore si perde; se ciascuno offre il meglio di sé, allora anche la politica, come la cucina, può diventare un’arte capace di nutrire una comunità.

A cura di Maurizio Varriano.


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