La battaglia dei Fondi di Coesione: lo scontro tra Fitto, Regioni e maggioranza sulla gestione dei miliardi europei


di Marco Monetini

I fondi europei tornano a essere il terreno di scontro più scivoloso per la politica italiana, innescando una reazione a catena che investe non solo il rapporto tra Roma e Bruxelles, ma la tenuta stessa della maggioranza di governo e il dialogo con i territori.

Al centro della tempesta c’è Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea ed ex ministro agli Affari Europei del governo Meloni. La sua proposta di utilizzare i Fondi di Coesione, il Fondo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo per una Transizione Giusta per fronteggiare l’emergenza del caro energia ha aperto una faglia profonda. Da un lato, le Regioni (sia di centrodestra che di centrosinistra) si dicono pronte alle barricate contro quella che definiscono una “sciagura per i territori”; dall’altro, alleati di governo come Lega e Forza Italia prendono le distanze, lasciando di fatto scoperto il fianco del vicepresidente UE.

Il nodo della contesa: energia, Ucraina e difesa

Il suggerimento di Fitto si inserisce in un quadro geopolitico ed economico estremamente complesso. L’Unione Europea si trova a dover finanziare contemporaneamente l’inizio dei complessi negoziati per l’allargamento all’Ucraina e il potenziamento dei piani di difesa comuni, il tutto mentre i costi dell’approvvigionamento energetico continuano a gravare sui bilanci degli Stati membri.

Per liberare risorse, Fitto ha ipotizzato una rimodulazione dei fondi europei non ancora spesi, indirizzandoli verso la sicurezza energetica comunitaria e accettando, di contro, la scelta di rinunciare a una parte dei fondi del programma SAFE (destinati originariamente al sostegno di famiglie e imprese contro il caro bollette) per dirottarli sulla difesa.

Questa strategia ha surriscaldato il dibattito interno alla maggioranza:

  • La posizione di Palazzo Chigi: Il governo italiano da tempo chiede a Bruxelles una maggiore “flessibilità”, sollecitando una deroga al Patto di Stabilità per scorporare le spese energetiche dal calcolo del deficit (una concessione che attualmente l’UE applica solo per gli investimenti militari).
  • Il “No” di Bruxelles: La Commissione Europea ha risposto freddamente alle richieste di Roma, facendo notare che l’UE ha già messo a disposizione strumenti monumentali – tra cui il Next Generation EU, i fondi di Coesione e il Fondo per la Modernizzazione – per un totale di circa 95 miliardi di euro, escludendo un ulteriore allargamento dei margini di flessibilità di bilancio.

La rivolta delle Regioni: “Risorse già impegnate”

La reazione dei governatori regionali all’idea di sacrificare i Fondi di Coesione per coprire i costi energetici è stata unanime e durissima. La logica dei Fondi di Coesione, infatti, è legata per trattato alla riduzione dei divari infrastrutturali e sociali tra le aree più ricche e quelle più svantaggiate del continente.

Molti di questi miliardi sono già stati formalmente stanziati all’interno dei contratti istituzionali di sviluppo regionali, legati a progetti di digitalizzazione, reti idriche, trasporti e sostegno alle piccole e medie imprese locali. Sottrarre o congelare queste risorse significherebbe, per gli enti locali, bloccare i cantieri e lasciare i territori a secco all’improvviso.

Esemplare è la netta presa di posizione di Alessandra Todde, governatrice della Sardegna:

“Non possiamo accettare che i territori più fragili paghino per queste rimodulazioni. Quei soldi servono direttamente a noi, sono già impegnati in programmi territoriali indispensabili per lo sviluppo e la crescita economica regionale.”

Il cortocircuito nella maggioranza: Lega e Forza Italia contro Fitto

Il caso dei fondi europei ha fatto esplodere le storiche divergenze geopolitiche ed economiche all’interno del centrodestra italiano. Raffaele Fitto, espressione diretta di Fratelli d’Italia e della linea di mediazione istituzionale con Bruxelles portata avanti da Giorgia Meloni, si è trovato isolato su un tema sensibilissimo a livello elettorale.

  • La Lega di Matteo Salvini: Il partito di via Bellerio, storicamente radicato sui territori e da sempre vicino alle istanze dei governatori del Nord, ha respinto duramente l’ipotesi di svuotare i fondi regionali. Per la Lega, privare le Regioni delle risorse di coesione per finanziare la transizione energetica europea o i piani di difesa transnazionali rappresenta un danno inaccettabile per il tessuto produttivo locale.
  • Forza Italia: Anche gli azzurri, tradizionalmente attenti al mondo delle imprese e della pubblica amministrazione locale, hanno espresso forti riserve, preferendo allinearsi alle proteste dei governatori piuttosto che difendere la proposta del neo-vicepresidente della Commissione.

Il risultato è un paradosso politico: un commissario italiano, nominato per tutelare gli interessi strategici nazionali ed europei ai massimi livelli, viene contestato e “affossato” proprio dai partiti che sostengono il governo del suo Paese d’origine.

Analisi finale: la bussola per il cittadino

Per comprendere l’impatto reale di questa vicenda sulla vita quotidiana, è necessario analizzare gli argomenti delle due parti in causa senza lenti ideologiche. La sfida economica, infatti, si gioca sul delicato equilibrio tra le grandi emergenze globali e la tenuta economica dei singoli territori.

Pro e Contro della proposta di rimodulazione dei fondi

I vantaggi della strategia Fitto (La visione centrale/europea) Gli svantaggi e i rischi per i territori (La visione regionale/locale)
Risposta alle emergenze sistemiche: Permette di affrontare in modo coordinato a livello UE il caro energia e la sicurezza degli approvvigionamenti, considerati la vera causa dell’inflazione che colpisce cittadini e imprese. Desertificazione degli investimenti locali: Sottrae risorse vitali a progetti già pianificati su sanità territoriale, trasporti, asili nido e riqualificazione urbana, bloccando lo sviluppo delle aree più deboli (come il Mezzogiorno e le isole).
Realismo di bilancio: In assenza di nuovi fondi comuni europei (visti i veti dei paesi “frugali”), riutilizzare le risorse non ancora spese è l’unico modo rapido per finanziare la difesa e i negoziati geopolitici (Ucraina). Rischio di definanziamento: Le Regioni lamentano che la burocrazia europea e le rimodulazioni continue rallentano l’effettivo arrivo del denaro, con il rischio concreto di perdere i fondi per superamento dei termini di spesa (disimpegno automatico).
Flessibilità macroeconomica: Offre una via d’uscita tecnica agli Stati membri ad alto debito come l’Italia, che non hanno lo spazio fiscale nei propri bilanci nazionali per finanziare i sussidi energetici. Iniquità territoriale: Trasforma fondi nati per colmare le disuguaglianze in ammortizzatori per crisi globali, penalizzando i cittadini delle aree meno sviluppate che beneficiano dei progetti di coesione.

Il verdetto per il contribuente

La disputa sui Fondi di Coesione tocca un nodo strutturale: come deve spendere l’Italia i soldi che arrivano dall’Europa?

Se la linea macroeconomica di Bruxelles e di una parte del governo suggerisce di accentrare la spesa per proteggere il sistema Paese dai grandi shock (energia, difesa, geopolitica), la realtà amministrativa locale ricorda che l’economia quotidiana si regge sulle opere di prossimità. Per il cittadino comune, il rischio reale di questo continuo braccio di ferro politico non è solo la perdita di grandi visioni strategiche, ma la paralisi di quei piccoli e medi investimenti territoriali che cambiano la qualità della vita di tutti i giorni. La democrazia e l’efficienza dei fondi europei si misurano sulla capacità di unire queste due esigenze, evitando che la finanza di Bruxelles si trasformi in una tassa sullo sviluppo locale.

foto Andkronos

 

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 Redazione Corriere PL

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