Un musicista della portata di Ludwig van Beethoven affermava che “La musica è il mediatore tra la vita spirituale e la vita sensuale.” Alcuni artisti non si limitano, infatti, a produrre semplici suoni o a riprodurre oggettive e bellissime raffigurazioni pittoriche, bensì compongono e dipingono veri e propri paesaggi emotivi, in grado di trasformarsi in uno specchio dell’anima tanto per chi ascolta quanto per chi guarda. Il giovanissimo Mirko Lancerotto appartiene senza dubbio a questa rara categoria di performer. Attraverso una ricerca sonora meticolosa e una spiccata sensibilità compositiva che, unitamente alla sua passione e abilità riproduttiva e grafica, ha fatto sì che le sue opere siano un mezzo per raggiungere la dimensiona più intima e quasi meditativa delle singole persone. Lo stesso è, però, divenuto anche un “rifugio sicuro” per coloro che cercano di rifuggire dalla frenesia del quotidiano. Che si tratti delle tracce che popolano il suo profilo Spotify o dei frammenti visivi e sonori condivisi con cura ed estetica impeccabile su Instagram, TikTok e Facebook, con Lancerotto emerge sempre un’autenticità disarmante.
In un’epoca dominata da algoritmi veloci e consumi musicali fugaci, Lancerotto compie una scelta coraggiosa, ossia invita a rallentare, a fermarsi e a riscoprire il valore dell’ascolto profondo. Il suo sito web ufficiale e i suoi canali social non sono semplici vetrine, ma vere e proprie porte aperte su un laboratorio artistico in continua evoluzione, dove lo studio dello strumento e la produzione delle tele si fondono con il racconto dell’anima.
In questa intervista esclusiva, ho voluto scavare, quindi, dietro le quinte del suo mondo creativo per capire come nascono le sue melodie, come si bilancia la timidezza dell’ispirazione con la ribalta dei social network e quali sono i territori inesplorati che questo straordinario musicista si appresta a conquistare nel suo futuro artistico.
La sorgente della creazione: “quando la vita prende forma”
Carissimo Mirko, la tua musica, che trova spazio su Spotify e si esprime attraverso la ricchezza delle tue composizioni, tocca corde molto profonde ed emozionali. Quando ti approcci alla creazione di un nuovo brano o di un nuovo progetto, qual è lo stato d’animo e l’ispirazione che cerchi di tradurre in note per far arrivare la tua parte più autentica all’ascoltatore?
Non mi avvicino alla musica cercando di tradurre uno stato d’animo in note. Per me la creazione nasce da una necessità ancora più profonda. È la vita stessa che cerca una forma attraverso di me. Musica e pittura non sono discipline separate, ma linguaggi diversi con cui qualcosa di invisibile prende corpo nel mondo. A volte ho la sensazione che alcune musiche esistano già e aspettino soltanto qualcuno disposto ad ascoltarle. Le vivo quasi come presenze, come angeli che chiedono di essere manifestati. Il mio compito non è inventarle, ma diventare abbastanza ricettivo da permettere loro di emergere. Creare è sempre stato, prima ancora che una passione, una necessità di sopravvivenza. Ogni opera è un modo per dare corpo a qualcosa che ancora non aveva trovato manifestazione. La musica ha qualcosa di meravigliosamente effimero: nasce, attraversa il tempo e poi svanisce.
La pittura, invece, rimane. È anche per questo che ho iniziato a dipingere: sentivo il bisogno di dare un corpo stabile a ciò che la musica lasciava volare via. La musica mi ha insegnato l’improvvisazione, l’ascolto e l’abbandono. La pittura mi ha insegnato il tempo. Mi ha permesso di dare una forma stabile a ciò che, attraverso la musica, continuava a sfuggirmi.
Oggi sento che queste due forme d’arte si alimentano reciprocamente e raccontano, ciascuna a modo proprio, lo stesso viaggio interiore.
“Arte e social network”: cercare il dialogo oltre l’algoritmo
Vero anche, come da te appena affermato, la tua passione si divide tra musica e pittura. Tu non sei, infatti, solo un musicista, bensì anche uno stimatissimo pittore. Un dualismo che, probabilmente, ti ha spinto a usufruire degli odierni social network. La cura estetica di Instagram, l’immediatezza di TikTok, la community di Facebook e lo spazio ufficiale del tuo sito web. Pertanto, come riesci a bilanciare la natura più intima, quasi meditativa, della tua arte con la necessità di comunicarla e condividerla nel flusso così rapido del mondo virtuale?
Per molti anni ho vissuto la mia arte senza preoccuparmi del pubblico. Non dipingevo o componevo pensando al mercato o alla vendita. A un certo punto, però, ho capito che ciò che mi mancava non era il successo, ma il dialogo. Ricordo che un’amica, entrando in casa mia e vedendo tutte le opere che avevo realizzato negli anni, rimase in silenzio per qualche istante. Poi mi disse sorridendo: “Sai quale scena mi immagino? Tra qualche centinaio d’anni qualcuno apre questa casa e scopre centinaia di opere di un artista sconosciuto. Si chiederanno come sia stato possibile che nessuno si fosse accorto di tutto questo.” Era un’immagine che mi colpì profondamente. Non perché parlasse di me, ma perché mi fece capire una cosa: ciò che mi mancava non era il successo, ma il dialogo. Non desideravo essere scoperto nel futuro; desideravo entrare in relazione con le persone nel presente. Dopo un lungo percorso interiore è cambiato anche il mio modo di guardare i social. Ho smesso di considerarli una semplice vetrina e ho iniziato a viverli come uno spazio creativo. Per me un profilo Instagram o un video su TikTok possono essere un’opera tanto quanto una tela. Cambia il linguaggio, ma il processo è lo stesso. Quando dipingo non imposto tutto in anticipo. Poso un colore, poi un altro, mi fermo, ascolto ciò che la tela mi restituisce e continuo il dialogo con ciò che sta nascendo. Con i social accade qualcosa di molto simile. Condivido ciò che sento autentico, poi arrivano gli sguardi, i commenti, le domande, e anche quelli diventano parte del processo creativo. Ho capito che il vero valore non sta nell’algoritmo o nei numeri, ma nella presenza. Non è tanto ciò che dici o mostri a fare la differenza, quanto la qualità della presenza che porti. Se quella presenza è autentica, anche uno schermo può diventare un luogo di incontro reale. Per questo oggi non sento alcuna distanza tra la dimensione spirituale della mia ricerca e il mondo della comunicazione. Condividere il mio lavoro è diventato un modo per donarmi agli altri. Anche attribuire un prezzo alle mie opere non significa ridurne il valore spirituale, ma permettere loro di entrare nella vita delle persone e continuare il loro cammino.
Per me comunicare non significa semplificare la ricerca artistica, ma permetterle di continuare a vivere nell’incontro con gli altri.
L’opera come specchio e il riconoscimento nell’incontro
La tua proposta artistica invita a un ascolto attento oltre che a un’osservazione riflessiva, come se si stesse accompagnando la persona a percorrere un delicato, nonché complesso viaggio interiore. Ecco, in un’epoca in cui la fruizione dei contenuti è spesso distratta e velocissima, qual è la soddisfazione più grande che provi quando ti accorgi che qualcuno si è preso il tempo di fermarsi, ascoltare, “guardare” e connettersi davvero con il tuo mondo artistico?
La soddisfazione più grande è lo stupore. Ogni volta che qualcuno mi racconta ciò che ha visto in un’opera o ciò che ha sentito ascoltando un mio brano, rimango sinceramente meravigliato. Spesso penso di aver dato forma a qualcosa di molto intimo, quasi impossibile da comunicare, e invece scopro che dall’altra parte c’è qualcuno che lo ha riconosciuto. Credo che questo accada perché, in fondo, un’opera non parla solo dell’artista. Quando una persona la osserva davvero, non sta guardando soltanto me: sta incontrando anche una parte di sé stessa. L’arte diventa uno specchio, un luogo in cui due esperienze interiori si riconoscono senza bisogno di spiegarsi troppo. Anche gli incontri che nascono attraverso i social o con chi sceglie di portare a casa una mia opera hanno questo sapore. Non li vivo come semplici rapporti tra artista e pubblico, ma come l’incontro con persone che condividono una sensibilità, una ricerca, un desiderio di bellezza e di crescita interiore. Se c’è una cosa che spero di trasmettere attraverso il mio lavoro, non è tanto un messaggio preciso, quanto la possibilità di fermarsi per un istante e ricordare che, al di là delle differenze, esiste uno spazio in cui possiamo riconoscerci gli uni negli altri. Se anche una sola persona, davanti a un quadro o ascoltando una mia musica, si concede, anche solo per un istante a sentirsi più vicina a sé stessa, allora sento che quell’opera ha già trovato il suo senso.
La trasformazione interiore dell’artista come prima opera d’arte
Navigando tra i tuoi canali emerge chiaramente una forte dedizione allo studio. Se dovessi guardarti indietro, qual è stato il momento di svolta nel tuo percorso artistico, quello in cui hai capito che la tua arte non sarebbe stata solo una passione, ma la tua voce principale?
Se guardo indietro, faccio fatica a individuare un unico momento di svolta. Il mio percorso è stato una continua trasformazione. Ogni fase della mia vita mi ha insegnato qualcosa e mi ha portato a riscoprire possibilità che prima non vedevo. L’arte, per me, non è mai stata una meta raggiunta, ma un processo continuo di scoperta. Probabilmente il cambiamento più profondo è arrivato attraverso l’improvvisazione musicale. All’inizio cercavo semplicemente di creare musica. Poi, poco alla volta, mi sono accorto che ciò che stavo realmente cercando era la sorgente stessa della creatività. Questa ricerca mi ha condotto verso il silenzio, la presenza e una dimensione spirituale sempre più centrale nella mia vita. A un certo punto ho smesso di chiedermi quale fosse l’opera da realizzare e ho compreso che la prima opera ero io. Ho capito che il vero lavoro dell’artista non consiste soltanto nel creare opere, ma nel trasformare continuamente sé stesso. L’arte non era più qualcosa che facevo: era il modo in cui sceglievo di abitare il mondo. Da quel momento ogni quadro, ogni composizione, ogni incontro è diventato parte di un unico processo creativo che coincide con la vita stessa. A un certo punto della mia vita mi sono trovato a pronunciare una frase che non avevo preparato, ma che ancora oggi sento profondamente mia: “Anima mia, mi affido a te. Lascia che questa vita diventi il compimento della tua volontà.” Da allora sento che il mio compito non è controllare il percorso, ma renderlo il più possibile autentico, lasciando che la creatività trovi, attraverso di me, la sua forma più vera.
Abitare il presente per costruire comunità
Volgendo lo sguardo al futuro e ai prossimi passi del tuo cammino artistico, ci sono nuove sonorità, collaborazioni e territori visivi inesplorati che ti piacerebbe sperimentare? Quale augurio fai a te stesso e alla tua arte per gli anni a venire? Grazie.
Il futuro, per me, non è tanto un luogo da raggiungere quanto uno spazio da abitare con sempre maggiore consapevolezza. Certo, mi piacerebbe continuare a esplorare nuovi linguaggi, collaborare con altri artisti, attraversare territori ancora sconosciuti. Ogni relazione è una possibilità creativa, perché la bellezza nasce sempre dall’incontro: con una persona, con un luogo, con la natura o persino con il silenzio. Credo che anche gli alberi, gli animali e i luoghi abbiano qualcosa da insegnarci. Più passa il tempo e più sento il desiderio di imparare ad ascoltarli. Ogni essere umano è un universo ancora inesplorato. Ogni incontro può aprire territori che nessuna opera avrebbe potuto immaginare da sola. Se dovessi fare un augurio a me stesso, però, non riguarderebbe il successo o i traguardi raggiunti. Mi direi semplicemente: ricordati chi sei. Ricordati che il tuo valore non dipende da ciò che gli altri pensano di te, né da ciò che hai realizzato ieri o realizzerai domani. Il luogo più importante è sempre il presente. È lì che nasce ogni opera, ogni intuizione, ogni possibilità di trasformazione. Credo che tutto ciò che nasce, prima o poi, si trasformi. Anche delle opere, anche le carriere, anche noi. Per questo il mio desiderio più grande non è lasciare qualcosa di immutabile, ma continuare a crescere senza perdere il contatto con quella sorgente interiore da cui nasce tutta la mia ricerca artistica. Se poi immagino un’immagine del futuro, non vedo me da solo. Vedo una comunità di persone che scelgono di collaborare, di creare bellezza e di mettere il proprio talento al servizio della vita. Se la mia arte potrà contribuire, anche solo in minima parte, a far nascere quel mondo, allora sentirò di aver percorso la mia strada con gratitudine. E, qualunque forma prenderà il futuro, spero soltanto di non smettere mai di lasciarmi sorprendere dalla vita e dalla creatività che continua a manifestarsi attraverso di noi. Vorrei ringraziarti per queste domande. Mi hanno dato l’occasione di fermarmi e osservare un percorso che, spesso, vivo semplicemente un passo alla volta. Anche raccontare la propria ricerca, a volte, può diventare un atto creativo. In fondo, forse, conoscersi e creare sono sempre stati la stessa cosa. Ti ringrazio di cuore per questo spazio di ascolto.
La storia di Mirko Lancerotto accarezza l’anima; se la sua delicatezza vi ha colpito e siete curiosi di saperne di più, potete contattarlo ai seguenti indirizzi:
https://www.mirkolancerotto.it
https://www.instagram.com/mirko.lancerotto/
https://www.tiktok.com/@mirkolancerotto
https://www.youtube.com/@mirkolancerotto
https://open.spotify.com/artist/6zXwY7pla4R7M1GsJbW1QE
iam@mirkolancerotto.it
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Viviana Ricci
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