MANFREDONIA – Il declino demografico che attraversa l’intero Occidente assume nel Mezzogiorno, e in particolare a Manfredonia, i contorni di una vera emergenza sociale.
Non stiamo parlando soltanto di statistiche, percentuali o grafici. Stiamo parlando del capitale umano più prezioso che una comunità possiede: i suoi giovani.
Ogni ragazzo che parte porta con sé competenze, idee, creatività, entusiasmo, capacità imprenditoriale. Porta via una parte del futuro della città. E ciò che preoccupa maggiormente è che, nella maggior parte dei casi, quel viaggio diventa definitivo.
La domanda, quindi, non è più se il fenomeno esista. La vera domanda è se vi sia la volontà politica, istituzionale e collettiva di fermarlo.
Io credo che sia ancora possibile. Ma a una condizione: avere il coraggio di guardare la realtà senza alibi e senza autoassoluzioni, affrontando finalmente quei problemi strutturali che da troppo tempo impediscono a Manfredonia di esprimere pienamente il proprio potenziale.
Le promesse del Contratto d’Area
Nel 1998 venne firmato il celebre Contratto d’Area, presentato come lo strumento della rinascita economica di Manfredonia dopo la stagione dell’Anic-Enichem.
Si parlava di oltre 800 milioni di euro tra investimenti pubblici e comunitari, dell’arrivo di aziende provenienti dal Nord, di nuovi insediamenti produttivi e di migliaia di posti di lavoro.
Le promesse erano enormi. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti.
Paradossalmente, proprio da quegli anni ha avuto inizio un lento e doloroso declino economico e demografico, che nell’ultimo periodo ha conosciuto un’accelerazione impressionante.
È per questa ragione che il Contratto d’Area deve tornare al centro del dibattito pubblico. È inconcepibile che, a quasi trent’anni di distanza, una parte dell’area industriale sia ancora priva persino di una delle infrastrutture più elementari: l’acqua.
Come si può chiedere a un imprenditore di investire milioni di euro, riqualificare capannoni dismessi e creare occupazione se il territorio non è in grado di garantire i servizi essenziali?
Come si può parlare seriamente di sviluppo industriale senza infrastrutture adeguate? E come può Manfredonia competere con altri territori partendo da un simile svantaggio?
Ben vengano il Manfredonia Festival, gli eventi culturali, la valorizzazione del patrimonio ambientale e ogni iniziativa capace di rendere la città più viva, attrattiva e conosciuta. Il turismo rappresenta una risorsa importante. Ma nessuna comunità può costruire il proprio futuro esclusivamente sugli eventi o sulla stagionalità. Una città cresce quando produce lavoro stabile, quando attrae imprese, quando crea opportunità permanenti e quando consente ai propri giovani di progettare la vita senza essere costretti ad andare via.
È proprio questo che oggi manca in maniera drammatica.
Nel 2021, durante la gestione commissariale del prefetto Piscitelli, il dottor Matteo Trotta, dopo aver verificato la disponibilità di oltre 1,4 milioni di euro destinati alla realizzazione dell’infrastruttura idrica, riuscì a riunire allo stesso tavolo i soggetti coinvolti nella vicenda. A distanza di cinque anni, tuttavia, la situazione sembra essere ancora ferma al punto di partenza. Non è più accettabile. Qualunque sia l’ostacolo tecnico, amministrativo o burocratico che continua a rallentare l’opera, è arrivato il momento di rimuoverlo definitivamente. Per questo rivolgo un appello all’assessore alle Opere pubbliche e alle Infrastrutture, Francesco Schiavone, e all’assessore allo Sviluppo economico, Matteo Gentile.
La determinazione, la capacità organizzativa e l’entusiasmo dimostrati nella realizzazione del Festival devono ora essere messi al servizio della sfida più importante: creare le condizioni affinché Manfredonia torni ad attrarre investimenti, imprese e occupazione. Una sfida che deve essere affrontata sotto la guida del sindaco Domenico La Marca e con il contributo di tutte le istituzioni, delle forze economiche, delle associazioni e della società civile.
Questa non è una battaglia di parte. È una battaglia per il futuro e per la sopravvivenza della città. Ogni mese perso significa altri giovani che preparano le valigie, altre famiglie che si dividono, altre competenze che emigrano, altro futuro che si allontana. Manfredonia non può più permetterselo. È altrettanto doloroso ascoltare frasi ripetute quasi come un mantra: «Qui non c’è niente», «Da questa città bisogna andare via». È una narrazione tossica e pericolosa, perché finisce per convincere le nuove generazioni che il successo abbia sempre e soltanto un indirizzo lontano da Manfredonia.
Non è così.
Gli esempi contrari esistono e sono numerosi, soprattutto nei settori legati alle professioni del futuro. Andrea e Marco Nasuto, Vincenzo Colucci ed Emilio Vitulano con Smart Launcher, Raffaele Salvemini con BrainArt, Max Brigida con la sua esperienza nella tecnologia “made in Italy” e tanti altri giovani professionisti dimostrano che anche qui è possibile costruire competenze di alto livello, imprese innovative e percorsi di eccellenza.
Il talento non manca. Ciò che manca è un ecosistema capace di sostenerlo, valorizzarlo e moltiplicarlo.
La vera sfida non è convincere i giovani a restare con appelli sentimentali. La vera sfida è creare le condizioni affinché restare, oppure ritornare, diventi una scelta razionale e concreta, non un atto di coraggio. Manfredonia non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di visione, infrastrutture, investimenti e decisioni coraggiose.
Manfredonia ha bisogno di lavoro. Perché è vero: Manfredonia è bellissima. Ma una città non vive soltanto della propria bellezza. Vive soprattutto delle opportunità che riesce a offrire ai propri figli.
È arrivato il momento di dimostrare che questa comunità non è destinata ad assistere passivamente alla partenza del proprio futuro.
È arrivato il momento di costruirlo, tutti insieme.
Tommaso Rinaldi, Manfredonia
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