di Lucia Conti
“L’Odissea” di Christopher Nolan mi è sembrata, senza troppi giri di parole, una gigantesca operazione commerciale in cui il vero contenuto è rappresentato da sua maestà il marketing.
Le tre ore scorrono agevolmente, perché la trama omerica è talmente bella da risultare avvincente in tutte le salse, ma è presentata in modo sequenziale e anonimo, senza intuizioni o guizzi memorabili. In compenso, quando si allontana dalla trama originale, lo fa in modo sgangherato e inefficace e no, non sto parlando di Elena nera.
“L’Odissea” di Nolan: recensione di un film di achei che usano frasi come lucky bastards
Intanto, tutto è molto “americano”. I guerrieri achei parlano della loro pluriennale permanenza sulla spiaggia di fronte alla costa di Troia usando espressioni come “on this fucking beach for 10 years” o “lucky bastards” e in generale le interazioni e il lessico sono marcatamente hollywoodiani, con Ulisse che fronteggia i rivali come Chuck Norris e Penelope che dice ad Antinoo “Perché vuoi sposare un donna che non ti ama?”, come se l’assedio dei proci e il tentativo di sposare la regina fossero una questione sentimentale.
È questo il problema, non il fatto di attualizzare una storia già nota o scegliere un’attrice nera per interpretare una donna immaginaria che secondo alcune versioni del mito era nata da un uovo. E a questo proposito è interessante notare come il bailamme nato attorno a Lupita Nyong’o ed Elliot Page mostri con evidenza abbacinante il razzismo e la transfobia della nostra società.
Elliot Page, Lupita Nyong’o e le scimmie da tastiera
L’attore transgender Elliot Page è stato preso di mira da prima che uscisse il film con battute crudeli, fotomontaggi che lo associavano alle foto di Brad Pitt in “Troy” allo scopo di denigrarlo fisicamente e le immancabili lagne sulla dittatura woke, o “wok”, variante piuttosto diffusa tra le scimmie da tastiera nostrane.
Quando si è saputo che Page non avrebbe interpretato Achille ma il guerriero acheo lasciato sulla spiaggia insieme al cavallo per ingannare i troiani, non c’è stato neanche un momento di sana vergogna. Al contrario, le polemiche sono state reindirizzate con rinnovata tracotanza sull’obiettivo principale e cioè sul pigmento “sbagliato” di Elena di Troia.
Per mesi le piattaforme hanno rigurgitato invettive contro la scelta di Nolan di affidare a un’attrice nera il ruolo di “Elena dalle bianche braccia” (λευκώλενος, epiteto poetico usato per descrivere una condizione aristocratica, più che il colore della pelle) o “bionda tra le bionde” (espressione mai usata da Omero, ma da autori successivi). Ci sono stati addirittura influencer della destra identitaria che hanno parlato di un “attacco alla bellezza estetica oggettiva”, come se Nyong’o fosse brutta in quanto nera, mentre in molti hanno condiviso sghignazzando il video creato dall’IA in cui Elena ha la faccia di Samuel L. Jackson.
Altri ancora si sono affannati a chiarire di non parlare per razzismo, perché percaritàdiiddionessunoquièrazzista, ma per puro rispetto dell’opera originale. E allora parliamo di questo rispetto.
Tutti filologi omerici con l’abbiocco
Personalmente ritengo che un regista abbia il diritto di reinterpretare una storia come crede e di norma mi limito a giudicare il risultato finale, ma facciamo finta che sia come dicono loro e difendiamo l’originale a ogni costo.
A questo punto viene però da chiedersi se questi soggetti abbiano avuto un abbiocco prolungato durante la visione, perché il film di Nolan è pieno di incongruenze rispetto al poema di cui non sembrano essersi accorti.
Clitemnestra ed Elena sono gemelle, Elena, oltre che nera, è anche deturpata da una cicatrice, Ifigenia è sacrificata da bambina, Ulisse interagisce con Circe senza essere stato prima erudito da Ermes su come resistere alle sue malie e non resta con lei per un anno, i Lestrigoni sembrano usciti da “Fantaghirò”, i morti escono dalla terra come in un film di Romero, Agamennone sembra Batman, non c’è Nausicaa, alla fine Ulisse salpa con Penelope e manca l’intera sequenza del dialogo con Polifemo, incluso il celeberrimo stratagemma di dichiarare come nome “Nessuno”, tanto per citare le prime cose che mi vengono in mente. Ma ce ne sono molte altre.
Perché chi si è fatto gonfiare le vene del collo per Page e Nyong’o non ha detto niente riguardo al resto? Perché ha dato fastidio solo la pelle nera e il fatto che sia stato scritturato un attore trans per interpretare un personaggio cis? La risposta è evidente e imbarazzante e non solo per i custodi dell’ortodossia omerica con la visione a tubo, ma per tutti. Abbiamo un problema serio.
Una Circe interessante, distante dalla seduzione sessuale
Visto che finora mi sono limitata alle critiche, trovo giusto anche elencare alcuni aspetti del film che invece mi sono piaciuti.
Ho trovato Nyong’o sempre intensa e carismatica e avrei voluto che il flashback della vendetta di Clitemnestra durasse di più, ma evidentemente il regista ha preferito mostrarcela in un lampo e in fondo ha senso, perché la storia riguarda altro. Mi è piaciuta la vista mozzafiato della spiaggia e del cavallo, forse l’unica immagine autenticamente epica del film. Un po’ mi sono mancati i colori e la bellezza incandescente del Mediterraneo, che Nolan ha deciso di sacrificare perché atmosfere lugubri e luoghi spogli sono più in linea con le ombre del protagonista. Ma anche qui, a ben vedere, c’è una logica.
Non mi sono dispiaciute neanche le armature fantasy dei due eserciti, con la loro contrapposizione “black and white”, e gli elmi immaginari, in bilico tra affascinante e pacchiano.
Ho poi apprezzato che Circe, interpretata da Samantha Morton, non sia stata rappresentata come la solita maliarda, ma come una donna ordinaria che nasconde un potere immenso e lo esercita al di fuori della sfera della seduzione. Mi è piaciuto tanto anche il suo trasformare gli uomini in animali plasmandoli con le mani. Il risultato poteva essere orrendo, ma a mio avviso è una delle cose migliori del film.
Il presunto pacifismo di Nolan: buone le intenzioni, ma non ci siamo
Veniamo ora a un altro punto molto dibattuto e cioè il presunto “pacifismo” del film di Nolan.
La guerra è brutta. Penso che su questo punto, almeno in teoria, il consenso sia unanime. Ma è surreale che Ulisse raggiunga questa consapevolezza durante il sacco di Troia, in una sorta di epifania esistenziale contemporanea, ed è ancora più assurdo che la confessione catartica arrivi davanti allo sguardo commosso di Atena, la stessa dea che nell’Iliade combatteva a fianco degli achei sotto le mura di Troia.
I poemi omerici sono calati in una dimensione militare coerente con il periodo storico raccontato e questo Zeitgeist definisce i personaggi, il loro universo morale e la loro interpretazione della realtà. Sfidare tutto questo con una rilettura anti-bellica era in teoria un’idea interessante, ma per ottenere un risultato plausibile sarebbe stato necessario un lavoro di riscrittura molto più complesso e articolato.
Un amico mi ha fornito una bella interpretazione del personaggio di Atena, interpretata da Zendaya, che secondo lui non sarebbe davvero la dea, ma una ragazza di Troia trucidata dagli achei e divenuta il simbolo del senso di colpa di Ulisse. Io ci ho visto il contrario e cioè una manifestazione fisica di Atena, che appare come una ragazza nel momento cui viene decapitata la sua statua, in una sorta di incarnazione dell’oltraggio subito. Non so quale sia la lettura giusta e mi piacerebbe capire se c’è una versione ufficiale, ma in ogni caso è un tema interessante.
A proposito, tanto per non restare a corto di incongruenze: perché gli achei, notoriamente spalleggiati da Atena, avrebbero dovuto decapitarne la statua senza motivo, offendendola mortalmente e a rischio di terrificanti ritorsioni? Secondo me, meglio non chiederlo a Nolan.
La “Legge di Zeus”, in realtà, è la ragione per cui Troia brucia
Parliamo infine di questa fantomatica “legge di Zeus”, la xenia, che viene menzionata reiteratamente per rafforzare il messaggio pacifista.
A parte che Zeus nella mitologia greca è uno stupratore a catena, così come gli dei non sono riferimenti etici e si schierano con i due eserciti durante la guerra di Troia, la xenia è il sacro dovere dell’ospitalità di cui Zeus è protettore. Ed è esattamente quello che Paride viola seducendo e portando via Elena, quando è ospite di Menelao!
Secondo la logica di Omero, quindi, la guerra e la distruzione di Troia sono l’applicazione della “legge di Zeus, non una loro violazione. Ricavarne una sorta di norma morale assoluta mi sembra abbastanza ingenuo e, ancora una volta, fuori fuoco.
Un Ulisse depresso con l’accento di Boston
Infine non ho ancora deciso cosa pensare di questo Ulisse vagamente “dark”, spento, più depresso che arguto, senza alcuna fame dantesca di conoscenza e senza l’orgoglio che nel poema omerico sfiora la hybris e fa sì che l’eroe sia ansioso di dichiarare le sue generalità irridendo Polifemo, persino a rischio di scatenare l’ira di Poseidone.
Nel film di Nolan Ulisse non rivela la sua proverbiale scaltrezza se non incidentalmente, schiacciato da una tristezza dominante e in questo senso la scelta del regista è anche coraggiosa, perché funzionale alla rappresentazione di un protagonista consumato dal senso di colpa per il sangue versato. Solo che quello che arriva è più che altro un depresso cronico con l’accento di Boston che occasionalmente mena come un fabbro, lancia frecce a caso a un ciclope che pare un brutto Goya e si fa trascinare dagli eventi e dalle correnti senza lasciare un vero segno.
Insomma, mi fermo qui, consapevole del fatto di aver scritto questo articolo di getto, subito dopo aver visto il film. Potrei cambiare idea nel tempo, chi lo sa? Per il momento sono felice di aver visto l’ennesima versione di una storia che continua a piacermi in tutte le salse, ma ribadisco la mia impressione che “L’Odissea” di Nolan sia più contenitore che contenuto e più discussione sul metodo che nel merito.
In questo senso anche le polemiche innescate hanno probabilmente giocato a favore di un film che sta già sbancando al botteghino, lasciando alle piattaforme il compito di incrementarne la visibilità, nel bene e nel male, in una moderna versione algoritmica del vecchio “purché se ne parli”.
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Redazione Il Mitte
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