Palazzo Malvaso, il Comune di Latina ha annullato il permesso a costruire rilasciato nel 2013 alla Piave Costruzioni.
Si tratta della società riconducibile all’ex consigliere comunale di Forza Italia Vincenzo Malvaso, vice presidente della commissione urbanistica nel corso dell’amministrazione Di Giorgio-Maietta (2011-2014).
La società ha realizzato il palazzo di Borgo Piave su 992 metri quadrati, per cui vi sono state ben tre inchieste penali, tra cui quella “maxi” denominata “Olimpia”, e una causa di natura amministrativa.
Una determina del Dipartimento Edilizia del Comune di Latina, pubblicata oggi, 20 luglio, e firmata dalla dirigente Patrizia Marchetto, dà conto dell’annullamento del permesso a costruire del palazzo.
Nel provvedimento viene evidenziato che durante il corso delle lavorazioni, il cantiere è stato sottoposto a sequestro preventivo dal Tribunale di Latina. Successivamente, nel maggio 2024, vi è stato un altro sequestro da cui è scaturito un ulteriore processo tuttora in corso presso il giudice monocratico del Tribunale di Latina.
Inoltre, la determina rileva che “l’illegittimità accertata in sede giurisdizionale amministrativa del piano attuativo di Borgo Piave, ad oggi definitiva, ha comportato la conseguente reviviscenza del PPE antecedente e pertanto le mutate condizioni urbanistiche impresse sull’area di sedime devono essere riportate nell’alveo della disciplina previgente e, in ogni caso, nel rispetto di un quadro di legalità sostanziale”. Inoltre “a seguito dell’annullamento del P.P.E. di B.go Piave, l’edificio autorizzato con permesso di costruire risulta essere stato privato di legittimità urbanistico-edilizia poiché in contrasto con le previsioni del vigente P.P.E. le quali avevano impresso all’area ove ricade l’immobile una destinazione parte edificabile, parte a Verde Pubblico Attrezzato, parte ad Attrezzature Stradali e Verde e parte a Viabilità”.
C’è di più, perché “dagli accertamenti compiuti in sede penale è emersa la falsità della documentazione posta a fondamento del rilascio del titolo edilizio, circostanza definitivamente accertata con sentenza passata in giudicato, nella quale è stato evidenziato che la domanda di permesso di costruire risultava fondata su documentazione infedele”.
Il Comune, quindi, ritiene di dover procedere all’annullamento del Permesso di Costruire, alla luce della sentenza penale e dell’Ordine di Demolizione “poiché il definitivo accertamento giudiziale dell’illegittimità sostanziale del titolo edilizio integra un interesse pubblico concreto e attuale alla rimozione del provvedimento illegittimo, imponendo all’Amministrazione di conformare la propria azione amministrativa agli accertamenti contenuti nella sentenza penale definitiva e di eliminare un titolo incompatibile con la disciplina urbanistica vigente”.
L’annullamento del permesso a costruire trova fondamento: nell’illegittimità definitiva del Piano Particolareggiato presupposto; nella reviviscenza della disciplina urbanistica previgente; nell’accertata falsa rappresentazione dei fatti posta a fondamento del rilascio del titolo; nell’insussistenza di un affidamento giuridicamente tutelabile; nel prevalente interesse pubblico al ripristino della legalità urbanistica.
Nei mesi scorsi, la Cassazione, rigettando il ricorso presentato dagli avvocati difensori di Vincenzo Malvaso, ha reso definitiva la condanna a 6 mesi per l’imprenditore edile di Latina, coinvolto negli scorsi anni in più indagini. A febbraio, la Corte d’Appello aveva condannato alla pena di 6 mesi per le violazioni di natura urbanistica l’ex consigliere comunale di Forza Italia, Vincenzo Malvaso, il quale aveva rimediato il non doversi procedere per l’estinzione del reato di abuso d’ufficio, così come voluto dalla riforma Nordio.
L’allora esponente politico di Latina, Vincenzo Malvaso, era stato coinvolto nel maxi processo denominato “Olimpia” che portò agli arresti di politici, amministratori e imprenditori del capoluogo nel novembre 2016. Come noto, il processo si è concluso tra prescrizioni e l’abolizione del reato dell’abuso d’ufficio voluto dal Ministero della Giustizia Carlo Nordio; per Malvaso, invece, c’è stata un’assoluzione, confermata successivamente anche dalla Corte d’Appello.
Da una costola di quella maxi indagine scaturì, a carico di Malvaso e Giuseppe Di Rubbo, attuale dirigente politico di Forza Italia ed ex assessore all’urbanistica nella Giunta Di Giorgi, anche il processo per abuso d’ufficio e violazione delle norme urbanistiche in merito alla realizzazione del palazzo di via Piave a Latina, sequestrato nuovamente il 30 marzo 2024 e per il quale si svolge il terzo processo.
La vicenda del cosiddetto palazzo Malvaso è tornata all’attenzione dell’opinione pubblica non solo per il nuovo sequestro, ma anche per l’interlocuzione tra lo stesso ex esponente forzista e l’amministrazione Celentano. Malvaso, infatti, ha ottenuto dal Tar l’annullamento dell’ordine di demolizione dello stabile in Via Piave e, in cambio del mancato ricorso al Consiglio di Stato da parte del Comune, ha rinunciato a chiedere i danni all’ente di Piazza del Popolo. Un do ut des che ha fatto discutere, tanto più che nella Giunta Celentano siede il nipote di Malvaso, l’attuale assessore alle Attività Produttive, Antonio Cosentino.
Ad ogni modo, sulla condanna a 6 mesi per violazioni urbanistiche, la Corte Suprema ha messo la parola fine rigettando il ricorso presentato perché, a parere della difesa, “non si sarebbe tenuto conto della consulenza tecnica di parte attestativa della conformità alla disciplina urbanistica di quanto attestato nel permesso di costruire”, oltreché a contestare “la tesi formulata in sentenza della macroscopica illegittimità del permesso di costruire e quindi della sua inesistenza sostanziale”.
Di parere diverso gli ermellini che danno ragione alla Corte d’Appello che “in adesione anche con la conforme sentenza di primo grado, ha ripercorso le ragioni, complessive, della abusività dell’opera, in sintesi riconducibili alla assenza di un’adeguata e legittima variazione del precedente PPE, limitativo e impeditivo della edificazione concretamente realizzata, nonché alla insistenza dell’opera stessa, altresì, in area di rispetto inedificabile, in violazione persino della illegittima “variante” al PPE del 1987 realizzata con delibere di giunta comunale”.
La Cassazione ritiene che i giudici “hanno valorizzato non semplicemente il dato della qualità del Malvaso quale committente dell’opera che ha firmato la richiesta del permesso di costruire corredata della falsa attestazione, bensì anche le sue particolari conoscenze in materia, tali da renderlo certamente diverso da un comune cittadino e, piuttosto, un soggetto esperto: in ragione sia dell’avvenuto espletamento, da parte sua, della funzione di Vice Presidente della Commissione urbanistica comunale che indicò le linee guida da seguire per il calcolo della volumetria nelle aree dei delineati comparti edificatori e in cui rientrò quella di cui all’opera edilizia in parola, tra cui quelle riguardanti le contestate esclusioni di volumi edificatori (statuizioni peraltro richiamate nelle 2 delibere di giunta Comunale illegittime), sia dell’esercizio della professione di costruttore edile e titolare della società di costruzione edilizia beneficiaria del permesso”.
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Bernardo Bassoli
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