Per qualche ora Campitello Matese è sembrata il centro del mondo. Palco, musica, luci, slogan, comunicati trionfalistici. Poi le casse si sono spente, il pubblico è tornato a casa e sul territorio è rimasto ben poco. Anzi, qualcosa è rimasto: i rifiuti delle colazioni al sacco consumate nelle automobili e l’ennesima occasione persa per dimostrare che il turismo è una cosa seria.
Perché il turismo non è un concerto.
E soprattutto non è una fotografia da pubblicare sui social con la didascalia “grande successo”.
È economia. È permanenza. È occupazione. È fatturato. È alberghi pieni, ristoranti che lavorano, negozi che incassano, attività che respirano. Se tutto questo non accade, non esiste alcun successo da raccontare. Esiste soltanto una costosa rappresentazione.
La Regione Molise ha deciso di investire centinaia di migliaia di euro delle Aree Interne, soldi pubblici destinati a contrastare lo spopolamento e a creare sviluppo stabile, trasformandoli nell’ennesimo grande evento da consumare in poche ore.
Il risultato?
Le ventimila presenze annunciate per il concerto di Sal Da Vinci, sono rimaste nella fantasia dei comunicati. I pullman tanto evocati non si sono visti. Le interminabili colonne di auto nemmeno. Gli operatori economici raccontano una realtà ben diversa da quella celebrata nei resoconti ufficiali: bar semivuoti, ristoranti senza il pienone promesso, ambulanti delusi e attività che, invece di festeggiare, si chiedono ancora quale sarebbe stato il beneficio.
La risposta è semplice. Non c’è stato.
Perché chi arriva nel pomeriggio, mangia il panino portato da casa, assiste al concerto e riparte nella notte non è un turista. È uno spettatore. E uno spettatore non costruisce l’economia di una montagna.
Questa è la differenza che qualcuno continua ostinatamente a non voler comprendere.
Oppure comprende benissimo, ma preferisce il rumore mediatico ai risultati.
La sensazione è che il Molise stia vivendo una stagione in cui la politica ha smesso di programmare per iniziare a organizzare eventi. Come se bastasse riempire una piazza per rilanciare un territorio. Come se bastasse un cantante famoso per risolvere decenni di abbandono.
Non funziona così. Non ha mai funzionato così.
Eppure proprio chi, fino a ieri, criticava ogni iniziativa della precedente amministrazione oggi sembra essersi specializzato nell’arte dell’annuncio. Con una differenza sostanziale: almeno alcune manifestazioni del passato producevano un ritorno economico dimostrabile.
Il Fly Show, prima di essere soffocato dalla burocrazia, richiamava migliaia di appassionati senza pesare sulle casse pubbliche come gli eventi odierni. Erano persone che soggiornavano, mangiavano, facevano acquisti, tornavano. Portavano ricchezza, non soltanto applausi.
La Pezzata di Capracotta, arrivata alla sessantesima edizione, continua invece a dimostrare che le tradizioni, quando vengono rispettate e sostenute, valgono molto più di qualsiasi evento costruito a tavolino. Lì il territorio è protagonista. Non fa da semplice scenografia.
Ed è qui che emerge il problema più grande.
Il Molise continua a ignorare chi il turismo lo conosce davvero.
A Campitello, a Capracotta e nelle altre località montane operano professionisti che da anni studiano, vivono e promuovono questi territori. Persone che hanno costruito eventi di successo senza proclami, senza effetti speciali e spesso con risorse infinitamente inferiori. A giorni ci sarà la terza edizione di Matese Volks Camp, festival dedicato alle storiche Wolkswagen, che rappresenta ormai un cult esperienziale a costo zero che sicuramente saprà offrire il giusto equilibrio tra residenzialità e occasionalità che vede in campo persone residenti che hanno dato e danno molto per la località montana.
Ma vengono sistematicamente lasciati ai margini.
Forse perché la competenza è meno fotogenica dell’autoreferenzialità. Forse perché ascoltare significa anche accettare critiche.
Molto più semplice affidarsi ai professionisti del consenso, a chi confeziona numeri prima ancora che esistano e trasforma ogni spesa in un presunto successo.
Ma i numeri veri sono ostinati.
Li trovate nelle casse degli alberghi. Nei registratori fiscali dei ristoranti. Nei bilanci delle attività commerciali. Nei pernottamenti. Non nei comunicati stampa.
Chi gestisce denaro pubblico dovrebbe avere un obbligo elementare: dimostrare il ritorno economico degli investimenti.
Quanto hanno incassato le imprese locali? Quanti pernottamenti sono stati generati? Quante nuove prenotazioni sono nate grazie all’evento? Quanto è costato ogni singolo visitatore realmente arrivato?
Domande semplici. Domande che, stranamente, nessuno sembra avere fretta di affrontare.
Eppure basterebbero quelle risposte per capire se siamo davanti a una politica del turismo oppure a una gigantesca operazione di propaganda.
Il Molise non ha bisogno di amministratori che inseguono l’effetto speciale.
Ha bisogno di persone che sappiano amministrare.
Ha bisogno di una strategia che premi le manifestazioni capaci di produrre economia vera, sostenga le imprese che restano aperte tutto l’anno, valorizzi le competenze locali e misuri ogni euro investito con risultati pubblici, verificabili e trasparenti.
Perché i soldi della SNAI non appartengono alla politica.
Appartengono ai cittadini. E i cittadini hanno il diritto di sapere se sono stati investiti oppure semplicemente consumati.
Le montagne del Molise non hanno bisogno di un’altra notte di musica. Hanno bisogno di dodici mesi di lavoro che porterebbero anche ulteriori benefici anche a chi vive di concerti come le agenzie e le maestranze impegnate alla loro riuscita.
Il resto è solo rumore.
E il rumore, come sempre, finisce quando si spengono gli amplificatori.
“Una volta la politica costruiva strade per far arrivare i turisti. Oggi organizza concerti sperando che qualcuno si dimentichi che le strade, gli alberghi, gli impianti, la sanità e i servizi continuano a essere i grandi assenti. Ma il sipario, prima o poi, cala sempre. E quando cala, restano solo i conti. Quelli economici. E quelli con i cittadini.”
A cura di Maurizio Varriano
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