Castellar Ponzano (AL) – Ci sono figure intellettuali e politiche che la Storia, per pigrizia o per calcolo, tende a rinchiudere frettolosamente nelle teche polverose della memoria. Le si commemora in modo rituale, si spolverano i loro busti una volta all’anno, ma ci si guarda bene dall’affrontare la carica eversiva e dirompente delle loro idee. È esattamente il destino che una certa politica conformista ha cercato di riservare a Gianfranco Miglio, uno dei più grandi, lucidi e controversi politologi italiani del Novecento. Oggi, a venticinque anni esatti dalla sua scomparsa, c’è chi ha deciso di infrangere questo comodo tabù per riportare il suo pensiero al centro esatto dell’arena politica. A farlo è Luca Sforzini, Presidente del vivace e sempre più influente Centro Studi Rinascimento Nazionale, che ha scelto questa ricorrenza per lanciare una vera e propria sfida culturale all’intero schieramento di centrodestra.

Oltre il “santino”: Miglio e Cattaneo, padri di un Risorgimento diverso

L’occasione per riaprire il monumentale “dossier Miglio” è stata la pubblicazione di un saggio denso e provocatorio firmato dal professor Paolo Luca Bernardini, illustre studioso e voce autonomista del Centro Studi. Il titolo del contributo è già di per sé un manifesto programmatico: “Il futuro nazionale è futuro federale”. Nelle pagine di questo lavoro, Bernardini traccia un ponte storico e ideale, vertiginoso ma solidissimo, tra due giganti del pensiero italiano: Carlo Cattaneo e, per l’appunto, Gianfranco Miglio. Due intellettuali distanti nel tempo, ma uniti da una feroce critica al centralismo burocratico e dalla granitica convinzione che l’unità nazionale non debba mai tradursi in una grigia e asfissiante uniformità amministrativa.

«Gianfranco Miglio non merita assolutamente una stanca commemorazione rituale», tuona Sforzini, presentando il saggio. «Merita qualcosa di assai più coraggioso e impegnativo: essere riletto, studiato, discusso e, dove necessario, persino ferocemente contestato. Perché soltanto le idee vive possono essere discusse. Il modo migliore per rendergli omaggio è togliere il suo pensiero dalla teca dei ricordi e gettarlo nuovamente dentro il grande dibattito sul futuro istituzionale dell’Italia».

Le domande radicali: quanto Stato centrale serve davvero all’Italia?

La forza del saggio promosso dal Centro Studi risiede proprio nel rifiuto dell’agiografia. Nessuno vuole trasformare Miglio in un intoccabile “santino”. Al contrario, si accetta la sfida delle sue domande più scomode e radicali. Quanto Stato centrale serve davvero per far funzionare l’Italia? Quante decisioni cruciali possono (e debbono) essere restituite direttamente ai territori? È possibile rafforzare l’identità del nostro Paese proprio valorizzando, e non mortificando, le sue storiche differenze?

«Dopo decenni ininterrotti di stratificazione burocratica, di accentramento folle delle competenze e di progressiva, incolmabile distanza fra i cittadini e le istituzioni, possiamo ancora considerare sacra e intoccabile l’architettura dello Stato costruita nel Novecento?» si chiede provocatoriamente Sforzini. Bernardini, nel suo testo, si spinge fino a sostenere che senza una trasformazione radicale in senso federale, il declino economico e sociale italiano rischia di diventare irreversibile. Un’ipotesi forte, che il Centro Studi offre come strumento di puro dibattito, ribadendo la propria natura di fucina del pensiero libero (e non di “ufficio stampa” per partiti come Futuro Nazionale o per leader come Roberto Vannacci).

Identità nazionale e federalismo non sono nemici

Il cuore pulsante dell’iniziativa tocca un nervo scopertissimo della destra italiana: il presunto (e falso) dualismo tra nazione e autonomie. «Per troppo tempo», riflette a voce alta Sforzini, «abbiamo lasciato che il federalismo e il sentimento nazionale venissero percepiti e rappresentati come concetti fatalmente antagonisti. Non lo sono affatto. Al contrario, una Nazione può essere tanto più forte, coesa e fiera quanto più si dimostra capace di riconoscere le proprie meravigliose articolazioni storiche, culturali, economiche e territoriali».

L’Italia non è nata piallando le sue diversità, ma facendole convergere dentro una storia comune. «Il Risorgimento stesso», chiosa Sforzini in un passaggio di altissimo profilo storico, «fu molto più ricco, plurale e contraddittorio della successiva e noiosa vulgata centralista. Esiste un Risorgimento delle autonomie, dei liberi comuni, delle libertà locali. Recuperarlo significa liberare definitivamente il concetto di Nazione dalla falsa e ricattatoria alternativa fra il centralismo burocratico e la dissoluzione anarchica dello Stato».

Un nuovo cantiere: concorrenza istituzionale e “Stato leggero”

Il federalismo del XXI secolo, tuttavia, non può e non deve essere un pretesto per moltiplicare inutili poltrone. «Il federalismo che ci interessa non può limitarsi a moltiplicare a dismisura amministrazioni periferiche, pletorici assessorati e centri di spesa. Quello sarebbe soltanto un disastroso centralismo riprodotto in miniatura», avverte Sforzini, sgombrando il campo dai fantasmi della mala politica regionale.

La vera ricetta federale si basa sulla concorrenza istituzionale: se un territorio amministra male le proprie risorse, i cittadini se ne accorgono subito confrontando i disservizi con il territorio vicino. «Se vogliamo riaprire seriamente il dossier Miglio», prosegue il Presidente di Rinascimento Nazionale, «dobbiamo avere il fegato di discutere contemporaneamente di federalismo, di sussidiarietà, di severa responsabilità fiscale e di uno Stato centrale drasticamente più leggero. Portare il potere più vicino al cittadino deve necessariamente significare anche limitarlo e renderlo più controllabile».

Per trasformare queste riflessioni in azione politica, Sforzini ha lanciato un guanto di sfida intellettuale, annunciando l’organizzazione di un grande convegno al Castello Sforzini di Castellar Ponzano interamente dedicato a Gianfranco Miglio. Costituzionalisti, economisti e politici di diversa estrazione si siederanno allo stesso tavolo, «non per celebrare un monumento di pietra, ma per riaprire un vitale cantiere». Perché, come ricorda Sforzini in conclusione, aprire i vecchi cassetti in cui Miglio e Cattaneo hanno lasciato i loro sogni significa, in fondo, «trovare non il nostro passato, ma un pezzo indispensabile del nostro futuro».


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