«Per la prima volta ero io la paziente»: il grazie di un’OSS a Casa Sollievo. “«Mi sono sentita Paola, non una cartella clinica»”


Quella che segue non è una semplice lettera di ringraziamento. È la testimonianza di una giovane donna di 32 anni che, dopo aver trascorso anni dall’altra parte del letto come Operatrice Socio Sanitaria, si è ritrovata improvvisamente a vivere il ruolo più difficile: quello della paziente.

Ricoverata nel reparto di Ortopedia dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo per affrontare un delicato intervento di chirurgia vertebrale, Paola ha conosciuto sulla propria pelle la paura, l’incertezza e la fragilità che accompagnano ogni ricovero. Ma insieme a queste emozioni ha incontrato qualcosa che, spesso, non trova spazio nelle statistiche né nei titoli di giornale: l’umanità.

LA LETTERA INVIATA A STATOQUOTIDIANO.IT

Ci sono esperienze che cambiano il modo di guardare la vita.
Esperienze che ti mettono a nudo, ti fanno sentire fragile e ti ricordano che, anche quando credi di essere forte, arriva un momento in cui non puoi fare altro che affidarti completamente agli altri.

Dal 2018 lavoro come Operatrice Socio Sanitaria. In questi anni ho avuto il privilegio di assistere tantissime persone. Ho visto la sofferenza, la paura e la speranza negli occhi. Ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro con il cuore, perché ho sempre creduto che una carezza, una parola gentile o un sorriso potessero valere quanto una terapia. Poi, all’improvviso, la vita ha deciso di farmi cambiare posto. Per la prima volta non sono io ad entrare nella stanza di un paziente.
Per la prima volta sono io ad aspettare che qualcuno entri nella mia. Sono ricoverata nel reparto di Ortopedia di Casa Sollievo della Sofferenza, dove ho affrontato un delicato e complesso intervento di colonna.

In quei pochi metri che separano il letto dalla sala operatoria, la mente corre ovunque.
Pensi alla tua famiglia.
Alle persone che ami.
Alla tua vita.
E, inevitabilmente, inizi a farti domande che nessuno vorrebbe mai porsi.

Ti chiedi se, quando riaprirai gli occhi, sarà tutto come prima. Se potrai tornare a camminare senza dolore. Se a soli 32 anni resterai con una disabilità o se, finalmente, riuscirai a riprenderti la tua vita.

In quei momenti capisci che la competenza è fondamentale.
Ma capisci anche che c’è qualcosa di altrettanto importante.

L’umanità.

E per questo desidero ringraziare il Primario del reparto, il Dott. Gorgoglione, il Dott. Barletta, che hanno eseguito il mio intervento, e la Dott.ssa Stefania Schinco, la mia anestesista.
A tutti e tre va la mia più profonda gratitudine per la straordinaria professionalità, la competenza, l’umanità e la serenità che hanno saputo trasmettermi. Con il loro modo di esserci sono riusciti a trasformare la mia paura in fiducia, facendomi affrontare la paura dell’intervento con la certezza di essere nelle mani giuste.

Il mio Grazie più grande però va a tutte quelle persone che, troppo spesso, non finiscono nei titoli dei giornali.

Alla coordinatrice di reparto ,Mariagrazia
A tutti gli infermieri.
A tutti gli OSS.
I fisioterapisti.
Agli ausiliari.
A tutto il personale nessuno escluso .

A voi che entrate nelle stanze con un sorriso, anche quando la stanchezza pesa.
A voi che trovate il tempo di fermarvi e chiedere davvero: “Come stai?”
A voi che sistemate un cuscino prima ancora che qualcuno lo chieda.
Che vi accorgete di uno sguardo impaurito.
Che stringete una mano prima ancora di attaccare una flebo.
Che regalate una battuta quando il dolore sembra avere il sopravvento.

Forse, per voi, sono gesti semplici.
Ma Per chi li riceve diventano ricordi che restano impressi per sempre.
In questi giorni non mi sono mai sentita un numero.
Non mi sono mai sentita il letto di una stanza.
Non mi sono mai sentita una cartella clinica.
Mi sono sentita Paola.
Una persona.
Ed è una differenza immensa.

Da collega conosco bene il peso di quella divisa.
So cosa significa lavorare nei giorni di festa mentre gli altri sono a tavola con la propria famiglia.
So cosa significa finire un turno distrutti e trovare comunque la forza di sorridere al paziente successivo.
So cosa significa mettere da parte i propri problemi per non far pesare quelli degli altri.

Per questo il mio grazie nasce due volte.

Come paziente.
E come collega.
Perché so che quello che fate ogni giorno non è scontato.
È una scelta.
La scelta di continuare a vedere una persona dove altri vedrebbero soltanto una diagnosi.

Viviamo in un tempo in cui la sanità viene raccontata quasi esclusivamente quando qualcosa non funziona.
Gli errori fanno rumore.
L’umanità, invece, lavora in silenzio.
Ma esiste.
Ed io la sto incontrando ogni giorno.
La incontro negli occhi di chi mi rassicura.
Nelle mani di chi mi aiuta a girarmi nel letto.
Nella voce di chi mi dice, con sincerità: “Andrà tutto bene.”

Casa Sollievo della Sofferenza porta un nome importante.
Dopo aver vissuto questa esperienza posso dire che quel nome non è soltanto scritto sulla facciata dell’ospedale.
Quel nome vive nelle mani, negli occhi e nel cuore di tutte le persone che ogni giorno attraversano queste corsie scegliendo di prendersi cura degli altri con competenza, rispetto, umanità e amore.

Non so se tra qualche anno ricorderò ogni dettaglio del mio intervento.
Forse dimenticherò i giorni, gli orari, perfino il dolore.
Ma so con assoluta certezza che non dimenticherò mai i vostri volti.
Perché ci sono persone che curano una ferita.
E poi ci sono persone che, senza nemmeno rendersene conto, curano anche l’animo
Ed è questo che porterò con me quando lascerò questo reparto.
La consapevolezza che la medicina può curare il corpo, ma è l’umanità a dare forza all’anima.

Casa Sollievo della Sofferenza non è soltanto un ospedale.
È il luogo in cui ho riscoperto il significato più autentico della parola cura.
E credo che questo fosse proprio il sogno di San Pio: costruire un ospedale dove la scienza e il cuore camminassero insieme, perché nessun malato si sentisse mai solo.

Io questo lo sto vivendo .
L’ho visto negli occhi di chi mi ha rassicurata.
Nelle mani di chi si è preso cura di me.
Nei sorrisi di chi, ogni giorno, sceglie di fare questo lavoro con amore.

A tutti voi va il mio grazie più sincero.

Con immensa gratitudine,

Paola.


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 Giuseppe de Filippo

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