Vi sono terre che non domandano d’essere raccontate. Attendono. Immobili come il respiro delle montagne, pazienti come il grano che conosce il tempo delle stagioni, antiche come il silenzio dei boschi. E quando finalmente una voce le attraversa, esse non rispondono con l’eco, ma con la meraviglia.
Mennella, minuscola frazione di Filignano, nel grembo austero e magnifico del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, è una di queste terre.
Un lembo d’Appennino che custodisce il mistero della semplicità, dove i muretti a secco sono pagine di pietra e il vento continua a pronunciare i nomi di chi partì, senza mai cancellare quelli di chi scelse di restare. Qui affondano anche le radici della famiglia del grande Mario Lanza, quasi che il destino avesse voluto lasciare tra queste montagne un’eco destinata a non spegnersi.
Ma oggi non è la nostalgia a reclamare il suo posto.
È il futuro.
Ed è forse questo il miracolo più inatteso.
Perché vi è una parola che negli ultimi anni è stata troppo spesso piegata al lamento: restanza. Quasi fosse soltanto la malinconia di chi non è riuscito a partire. Qui, invece, essa muta pelle. Diviene scelta. Diviene coraggio. Diviene atto di libertà. Non più il peso dell’attesa, ma la gioia della costruzione. Non più la memoria che trattiene, ma la speranza che genera.
Nasce così “Il Grano e la Tela”, mostra che non si limita a esporre opere, ma consacra un luogo.
Un’aia contadina, là dove per secoli si è battuto il frumento, si trasfigura in tempio della visione. La paglia si fa tappeto d’oro, il sole diviene il più sapiente degli illuminotecnici, il bosco offre la sua fresca liturgia e il grano antico, con la sua aristocratica umiltà, sembra inchinarsi dinanzi ai colori senza perdere la propria regalità.
L’arte, finalmente, non invade il paesaggio. Vi fiorisce. E il paesaggio, riconoscendosi nell’opera, si scopre esso stesso artista.
Le tele non interrompono la natura: ne continuano il respiro.
Ogni pennellata raccoglie la luce delle spighe, ogni forma sembra nascere dalla corteccia degli alberi, ogni colore trattiene qualcosa dell’azzurro che soltanto queste montagne conoscono.
Jean Luc Belin, Raphael Capaldi, Sergio Di Meo, François Mascio, Michele Inno, Roberto Franchetti, Raphael 52, Roberto Mascio, Gilberto Di Meo, il maestro giapponese Nagaura Keietsu, che affida agli aquiloni la filosofia del vento, P. Asta, ironico nel nome quanto profondo nell’espressione, e Simone Inno percorrono sentieri differenti, ma convergono verso un unico orizzonte.
Vi è il gesto classico e quello inquietamente contemporaneo. Vi è la ricerca dell’identità e quella dell’assoluto. Vi è la materia che si ribella alla forma e la forma che diviene musica. Vi è la metafisica che accarezza il surreale. Vi è il silenzio che diventa colore.
Ed è proprio questa pluralità a rendere l’insieme sorprendentemente armonico. Come in un campo di grano nessuna spiga è uguale all’altra e tuttavia tutte insieme compongono il medesimo mare dorato, così ogni artista custodisce il proprio linguaggio e lo offre a un racconto comune: quello della bellezza che salva i luoghi dall’oblio.
Si dice che le grandi mostre appartengano alle grandi città.
Forse è vero. Ma accade, talvolta, che una piccola aia sappia umiliare ogni certezza.
Accade che un borgo dimenticato dalle statistiche divenga improvvisamente capitale dello spirito. Che la bellezza, indifferente alle geografie del prestigio, scelga di abitare dove ancora sopravvivono il contatto umano, il tempo lento e la sincerità dello sguardo.
Questa esposizione non possiede il privilegio della permanenza.
Eppure reca in sé qualcosa d’immortale.
Perché immortale è tutto ciò che riesce a mutare il nostro modo di guardare il mondo.
Quando le opere saranno tornate nei loro studi e l’aia riconsegnerà il silenzio alle rondini e al vento, qualcosa continuerà a vibrare fra queste pietre.
Sarà la certezza che la cultura non ha bisogno di cattedrali per diventare grande.
Le basta una comunità che creda nella propria anima. Le basta un pugno di visionari. Le basta il coraggio di seminare bellezza dove altri vedevano soltanto marginalità.
Forse la rinascita dell’Italia interna non nascerà dai proclami. Nascerà da gesti come questo.
Da un quadro appeso sotto il cielo. Da un campo che torna a essere luogo d’incontro. Da un bambino che scoprirà l’arte prima ancora di conoscerne il nome. Da un emigrante che, tornando, sentirà di non essere più ospite della propria terra.
Perché vi sono semi che attendono decenni prima di germogliare.
E vi sono luoghi che sembrano dormire mentre, in silenzio, preparano la primavera.
Mennella oggi non espone soltanto quadri. Espone una visione.
Dimostra che il bello è un atto rivoluzionario, che la cultura può ancora cambiare il destino delle comunità e che perfino un’aia, quando incontra il genio e l’amore, può diventare il centro del mondo.
E allora non resta che ascoltare il fruscio delle spighe come fosse un coro antico, levare lo sguardo verso le montagne e comprendere che la speranza possiede ancora un indirizzo.
È scritto con la grafia del vento. Profuma di paglia, di bosco e di colore. Ha il nome semplice e luminoso di un piccolo borgo che ha scelto di non arrendersi.
E da quella piccola aia, come da una novella arca della bellezza, si leva un annuncio che non appartiene più soltanto al Molise o all’Appennino, ma all’uomo intero:
torniamo, sì. Ma per restare. Per creare. Per fiorire.
E forse, quando l’ultima luce della sera avrà carezzato le tele e il bosco riprenderà il suo millenario silenzio, nessuno ricorderà il numero delle opere esposte, né il nome di ogni artista.
Ricorderà, invece, che in un piccolo angolo d’Appennino un’aia cessò di essere soltanto un’aia.
Divenne piazza dell’anima.
Divenne il luogo dove il grano parlò il linguaggio del colore e il colore imparò il respiro della terra.
Per un giorno, per una stagione o forse per sempre, l’arte riconsegnò agli uomini ciò che gli uomini avevano quasi dimenticato: che la bellezza non salva soltanto i luoghi.
Salva il desiderio di abitarli.
E da Mennella, mentre il vento continuerà a passare tra le spighe come un antico cantore, partirà un seme invisibile. Non conoscerà confini. Non chiederà permesso.
Cercherà altre aie, altri borghi, altre mani capaci di credere che il futuro non si costruisca soltanto con il cemento, ma anche con un quadro, con una spiga e con il coraggio di trasformare un sogno in paesaggio.
Perché la speranza, quando mette radici nella terra della bellezza, non emigra più.
A cura di Maurizio Varriano
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