«L’educazione può far rifiorire una città»


La bambina in questa foto è Silvia. Aveva quattro anni e ne avrebbe compiuti cinque il mese successivo.

Era impegnata nella sfilata di Carnevale con la My Dance di Rita Vaccarella. Il percorso era lungo e le bambine erano piccole; per questo, durante il tragitto, la loro insegnante distribuì delle caramelle, affinché potessero avere un piccolo ristoro.

Ricordo ancora nitidamente il momento in cui, al termine della sfilata, vidi Silvia avvicinarsi a me.

Sul bordo del suo vestito da majorette scorgevo qualcosa di colorato e luccicante. Pensai fossero coriandoli, rimasti impigliati nell’abito durante la festa.

Quando arrivò vicino a me mi accorsi, con sorpresa, che erano le carte delle caramelle.

Le chiesi perché le avesse conservate tutte.

La sua risposta mi lasciò profondamente colpita: durante il percorso non aveva trovato un cestino in cui gettarle e aveva quindi pensato di sistemarle sul bordo del suo vestito, per poterle cestinare una volta tornata a casa.

Silvia aveva quattro anni.

Oggi ne ha diciannove.

E quel piccolo gesto non è rimasto soltanto un ricordo.

Ancora oggi la sua borsetta, proprio come la mia, all’occorrenza si trasforma in una sorta di piccolo “cestino itinerante”: carte, scontrini e tutto ciò che non possiamo cestinare lungo il percorso vengono con noi fino a casa.

Un’abitudine semplice, diventata nel tempo quasi automatica.

Ed è proprio questo uno degli aspetti dell’educazione che più mi affascina: quando ciò che abbiamo imparato smette di essere una regola da ricordare e diventa semplicemente il nostro modo di stare al mondo.

È da qui che parte la mia riflessione.

Credo profondamente nel valore dell’educazione al rispetto dell’ambiente, al senso civico e alla cura dei beni comuni sin dalla più tenera età. Credo nella forza dell’esempio e nella capacità dei piccoli gesti, quando vengono seminati presto, di mettere radici profonde.

Un bambino che impara ad avere cura di ciò che lo circonda può diventare un ragazzo e poi un adulto capace di riconoscere il bene comune come qualcosa che gli appartiene.

Ed è proprio sulla parola APPARTENENZA che continuo a interrogarmi.

Possiamo ripulire un luogo, riqualificarlo, restituirgli bellezza. La sfida più grande è fare in modo che quella bellezza venga riconosciuta come propria e, proprio per questo, custodita.

È una convinzione che negli anni è diventata parte integrante anche del mio lavoro educativo e della visione de Il Sogno di Marilù, attraverso il metodo sperimentale “Educare narrando, Imparare giocando”: accompagnare bambini e ragazzi alla conoscenza attraverso l’esperienza, affinché ciò che apprendono possa diventare parte del loro modo di stare al mondo.

Da questa stessa visione nasce RIFIORIRE – Il Giardino delle Meraviglie, il progetto educativo di riqualificazione urbana che sto portando avanti nel giardino di Piazza San Michele, un luogo profondamente legato alla mia infanzia.

Lì c’era il mio asilo. Ricordo quel giardino curato, vivo, pieno di fiori, profumi e colori. Negli anni è stato doloroso passare da lì e assistere al suo progressivo stato di abbandono. Tante volte mi sono chiesta cosa avrei potuto fare, in prima persona, per restituire vita a uno spazio che continuavo a sentire profondamente mio.

Oggi ho deciso di cominciare.

Ma RIFIORIRE, nella mia visione, significa molto più che riqualificare un giardino.

Significa restituire ai bambini e ai ragazzi un luogo da sentire proprio.

Vorrei che quel giardino diventasse una piccola agorà: uno spazio nel quale bambini e ragazzi possano incontrarsi, dialogare, confrontarsi, pensare la propria città e trasformare le proprie idee in piccoli piani d’azione.

Una sorta di moderno Giardino epicureo, nel quale cultura, educazione, relazioni e responsabilità possano crescere insieme.

Da qui nasce anche il progetto “Giardinieri di Civiltà”: coinvolgere gli adolescenti, a partire proprio dai ragazzi del quartiere, affidando loro un ruolo concreto nella cura e nella tutela dello spazio.

Renderli custodi e protagonisti di un’esperienza reale di appartenenza, collaborazione, partecipazione e responsabilità.

Perché credo che dall’appartenenza nasca la cura.
Dalla cura, la responsabilità.
Dalla responsabilità, la partecipazione.
E dalla partecipazione, l’azione.

Ed eccomi a ieri.

Ho partecipato alla presentazione di Ózze e ho scelto di non intervenire. Ho preferito ascoltare, conoscere e accogliere le riflessioni di chi ha dato vita a questo percorso.

Il mio intervento è arrivato dopo, dentro di me.

Ripensando a quanto avevo ascoltato, quelle tre parole – SEGNALA. PARTECIPA. AGISCI. – hanno incontrato una riflessione che mi accompagna da moltissimo tempo.

Ed è questo il contributo che oggi sento di voler condividere:

Partiamo dai bambini.
Coinvolgiamo i ragazzi.
Seminiamo cultura.

Offriamo loro occasioni concrete per conoscere la propria città, amarla, sentirla propria e comprendere che ciascuno può avere un ruolo nella sua cura.

Facciamo in modo che possano sperimentare il significato della responsabilità attraverso l’esperienza, perché il rispetto del bene comune possa diventare qualcosa di naturale, proprio come conservare una carta in tasca quando intorno a noi non c’è un cestino.

Prima dell’azione viene la consapevolezza.
Prima della tutela viene l’appartenenza.
E l’appartenenza si coltiva.

Forse, per me, tutto è cominciato proprio lì.

Febbraio 2012.

Da quella bambina di quattro anni che vedete in questa foto e che, non trovando un cestino, decise semplicemente di conservare le carte delle sue caramelle per portarle a casa.

Oggi Silvia ha diciannove anni.

E la sua borsetta, proprio come la mia, continua all’occorrenza a trasformarsi in un piccolo cestino itinerante.

Perché alcuni semi, quando vengono piantati presto, mettono radici profonde.

E da quelle radici può cominciare a rifiorire una città.

Manfredonia, da una carta di caramella nasce una riflessione sul senso civico: «L’educazione può far rifiorire una città»
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