Che si voti ad aprile o a settembre, con o senza le finte preferenze proposte da Meloni e Vannacci, le prossime elezioni politiche potrebbero porre fine alla lunga e disastrosa stagione bipolare ed aprire una nuova fase nella vicenda democratica del Paese. Era il 1993, anno terribile della Repubblica, quando gli italiani, accecati dal mito della stabilità, nelle urne decisero di archiviare il sistema proporzionale puro in favore del maggioritario, sull’illusorio presupposto che tanto sarebbe bastato per fare della democrazia italiana una vera democrazia dell’alternanza, una democrazia finalmente decidente. L’ingannevole convincimento trovava fondamento nel principio secondo cui una democrazia funziona nella misura in cui i cittadini elettori sono messi nelle condizioni di conoscere, nell’immediatezza dello spoglio, il nome di chi sarà chiamato a governare il Paese. Muovendo da questo teorema si ritenne di procedere per via referendaria, ovvero plebiscitaria, immaginando che sarebbe bastato intervenire semplicemente sulle regole del gioco, del sistema elettorale, per piegare la Costituzione, per archiviare il parlamentarismo.

Tra i superstiti di quella stagione, tra coloro che trentatré anni fa sostennero quella svolta, oggi si fa fatica a trovare qualcuno disponibile a difendere quella scelta. L’opinione diffusa è che fu un grande errore, se non in punto di principio certamente alla luce dei fatti, perché in questi tre decenni la democrazia italiana è andata drammaticamente indebolendosi, il Parlamento è stato completamente svuotato della propria funzione e delle proprie prerogative, il popolo è stato privato della sovranità, del diritto di scegliere i propri rappresentanti, la qualità del ceto politico è precipitata, le aule parlamentari sono diventate bivacchi di manipoli, il trasformismo è divenuto prassi. E il Paese è rimasto immobile, se è vero come è vero che nessuna delle riforme che all’epoca si imponevano come necessarie è stata approvata, se è vero come è vero che il sistema Italia è regredito in tutti i fondamentali. Non sarebbe potuta andare diversamente,

é un sistema che premia chi prende un voto in più e costringe le forze politiche ad allearsi prima del voto, sulla base di un bipolarismo costruito a tavolino, premia inevitabilmente la demagogia, alleanze costruite sull’algebra e sulla suggestione dell’irrealizzabile. Lo spiega perfettamente Carlo Cottarelli nel dar conto della raccolta firme, promossa con Fondazione Einaudi, per sostenere una legge che vincoli le forze politiche a dimostrare la sostenibilità economica di ogni promessa elettorale, di ogni proposta programmatica. Una proposta che vi invitiamo a sostenere, per quel che possa valere.
In un sistema che valorizza le singole identità, che esclude alleanze precostituite, che mette ogni forza politica nella condizione di misurarsi sulla propria visione, sulle proprie parole d’ordine senza ricercare mediazioni insostenibili, per poi ricercare in Parlamento eventuali alleanze su base programmatica per dare vita ad un governo, favorisce accordi su soluzioni chiare e riconoscibili, su obiettivi misurabili, salvaguarda la qualità della rappresentanza, alimenta la centralità dei partiti, premia il compromesso buono, la sintesi sui fatti.
La storia di questi trent’anni ci ha restituito certamente più stabilità, ma cosa ha prodotto se non governi più longevi e incapaci di governare? I migliori esecutivi, nel corso di questi tre decenni, sono stati quelli tecnici o di larghe intese, quelli che il Quirinale ha di volta in volta imposto, da Monti a Draghi, per scongiurare l’implosione del sistema, per mettere in sicurezza il Paese, per sanare i disastri prodotti da governi politici, sostenuti da maggioranze bulgare.
Ma perché, dicevamo in principio, le prossime elezioni politiche potrebbero chiudere la disastrosa stagione bipolare?

Il nuovo sistema elettorale prossimo all’approvazione, a prescindere dalle preferenze, elimina la quota maggioritaria del Rosatellum, conferma gli stessi collegi, prevede un premio di maggioranza al 42 per cento e l’indicazione del premier sulla scheda. Insomma, un sistema concepito per salvaguardare la dinamica bipolare oltre che per rendere più difficile la vittoria del centrosinistra. Il punto è che l’evoluzione del quadro politico tende a favorire una parcellizzazione molto pericolosa che potrebbe determinare un esito infausto per il sistema.
Futuro Nazionale continua a crescere nei sondaggi, appare proiettato alla doppia cifra e in termini di logica politica non avrebbe alcun interesse a ricercare un’intesa organica con questo centrodestra, nella stessa misura in cui Forza Italia e Lega non avrebbero alcun interesse ad accettare l’abbraccio mortale con il Generale. Al centro sembrano determinarsi le condizioni per l’emergere di una nuova ipotesi terzopolista attorno ad Azione e agli altri cespugli che su quella linea si muovono, mentre a Sinistra, tanto più dopo le ultime intemerate di Beppe Grillo, sembrano potersi determinare le condizioni per una forza radicale in contrapposizione al Campo largo magari attorno alla figura di Alessandro Di Battista.

Sia per il centrodestra classico, qualora tenesse, sia per il centrosinistra a trazione Pd, per quanto allargato al centro, sarebbe molto complicato, in questo scenario, raggiungere la soglia del 42 per cento. A quel punto ci ritroveremmo con un Parlamento eletto con un sistema proporzionale puro, ogni partito con la propria quota di rappresentanza, che dunque sarebbe chiamato ad esprimere un esecutivo senza maggioranze precostituite. La soluzione, inevitabilmente, prenderebbe forma nella scomposizione del quadro politico, nella disarticolazione del vecchio ordine funzionale alla definizione di nuovi equilibri, di una nuova geografia, di nuove alleanze. La genesi di un nuovo arco costituzionale, di una nuova primavera democratica nel segno della stessa Costituzione mortificata e tradita nel corso di questi trentatré anni.

 




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