Trentadue alpinisti sono rimasti bloccati al rifugio del Goûter, a 3.800 metri di quota, lungo la via normale francese per raggiungere il Monte Bianco. Le guide di Saint-Gervais, Chamonix e Courmayeur avevano sconsigliato l’ascensione a causa delle continue scariche di pietre, ma il gruppo aveva comunque raggiunto il rifugio prima della sua chiusura. Quando le condizioni sono migliorate, il sindaco di Saint-Gervais Jean-Marc Peillex ha negato l’intervento gratuito dell’elicottero di soccorso: secondo il primo cittadino gli alpinisti erano nelle condizioni di scendere a piedi e non si trovavano quindi davanti a un’emergenza che giustificasse l’utilizzo del servizio pubblico. Alcuni sono tornati camminando, altri hanno scelto di pagare un elicottero privato. Il fatto che le persone non rispettino gli avvertimenti delle autorità durante le scalate non è una novità: il Monte Bianco è da anni una delle montagne più frequentate al mondo, in qualsiasi condizione atmosferica. Oggi, però, le scalate sono diventate contenuti da pubblicare, documentare e mostrare sui social. C’è chi documenta l’intera spedizione, dalla preparazione alle ore trascorse in quota, e chi trasforma l’arrivo in vetta nel traguardo più alto della propria vita. Il creator Xavier Ladouceur è un esempio: sul suo profilo Instagram ha documentato ogni step fino alla cima.
Monte Bianco, la scalata che finisce sui social
Non è stato Instagram a inventare il desiderio di raggiungere il Monte Bianco. L’alpinismo di massa esiste da molto prima dei reel e delle stories e la vetta più alta delle Alpi esercita da secoli un fascino particolare. I social, però, hanno aggiunto qualcosa: la possibilità di trasformare un’impresa come qualcosa alla portata di tutti.
La cima diventa il punto di arrivo di un racconto che può essere seguito passo dopo passo, all’insegna del “tutti possono farlo!”. Un’esperienza personale che, una volta pubblicata, entra nel flusso di migliaia di altri video simili.
È anche qui che la montagna rischia di apparire più semplice di quanto sia realmente. La via del Goûter è quella maggiormente utilizzata per salire sul Monte Bianco e viene considerata la meno complessa dal punto di vista tecnico. Questo, però, non significa che sia facile.
Servono esperienza in alta montagna, ramponi e piccozza e lungo il percorso bisogna attraversare il Couloir du Goûter, particolarmente esposto alle cadute di pietre. A luglio 2026 proprio nel couloir una guida e il suo cliente sono morti dopo essere stati investiti da una scarica.
L’aumento delle temperature e le condizioni particolarmente secche possono inoltre rendere alcuni tratti ancora più instabili.
Monte Bianco, perché l’accesso alla via normale è regolamentato
L’affollamento non è un problema nuovo. Proprio per la quantità di persone che ogni estate tentano la salita, dal 2019 l’accesso alla via normale francese è regolamentato: bisogna poter dimostrare di avere una prenotazione nominativa in uno dei rifugi presenti sull’itinerario.
Il rifugio del Goûter si trova a 3.835 metri e dispone di 120 posti. Durante la stagione registra migliaia di pernottamenti e una parte consistente delle persone che vi passa arriva dall’estero.
Il paradosso del Monte Bianco è proprio questo: si tratta di una montagna estrema, ma allo stesso tempo si trova al centro di un sistema organizzato di rifugi, guide e prenotazioni che permette di programmare l’ascensione in pochi giorni. Accessibilità, però, non significa automaticamente sicurezza
Dall’Everest al Monte Bianco: quando per arrivare in cima bisogna fare la fila
Spostandosi di migliaia di chilometri, il fenomeno si ripete: il Monte Everest, la vetta più alta del mondo, è diventata un’attrazione turistica.
Il 23 maggio 2026, l’alpinista nepalese Miles Sherpa ha pubblicato su Instagram un video girato due giorni prima sull’Hillary Step, uno dei passaggi più delicati lungo la salita verso la vetta dell’Everest. Nelle immagini decine di alpinisti sono praticamente immobili uno dietro l’altro, agganciati alle corde fisse.
Secondo il racconto di Miles Sherpa, quel giorno il traffico era stato particolarmente intenso e il suo gruppo aveva impiegato quasi tre ore per attraversare il tratto. A oltre 8mila metri, nella cosiddetta death zone, ogni minuto trascorso in più significa rimanere più a lungo in un ambiente in cui la quantità di ossigeno disponibile è estremamente ridotta. Guide e sherpa hanno dovuto gestire contemporaneamente le persone, i passaggi sulle corde e la congestione.
Il suo post non è un attacco agli alpinisti, ma contiene un avvertimento: quando le finestre di bel tempo sono brevi, centinaia di persone possono tentare l’attacco alla vetta contemporaneamente e i punti più stretti diventano veri e propri colli di bottiglia.
Everest mania: quando la vetta diventa un traguardo da mostrare
Il fenomeno non riguarda soltanto il Monte Bianco. Già nel 2025 20 Minutes si interrogava sul perché scalare montagne come Everest, Monte Bianco e Kilimangiaro fosse diventato sempre più popolare, individuando tra le ragioni anche la diffusione sui social delle imprese di alpinisti e influencer. Una trasformazione che si accompagna alla crescente commercializzazione delle spedizioni e che rischia di far apparire le grandi vette come esperienze da acquistare e aggiungere alla propria lista di cose da fare.
Il sindaco di Saint-Gervais, Jean-Marc Peillex, ha detto che sempre più persone arriverebbero per un’esperienza “one shot“, da fare una volta e mostrare, anziché per una pratica continuativa dell’alpinismo. Parlando del sovraffollamento della vetta, Peillex ha indicato esplicitamente anche Instagram tra i fattori che hanno modificato questo rapporto con la montagna.
Sull’Everest l fenomeno assume proporzioni ancora più evidenti. Nel 2019 l’alpinista britannico Adrian Hayes spiegava al Guardian come, secondo lui, parte dell’aumento delle persone attratte dalla montagna fosse legata proprio alla ricerca di riconoscimento sui social: non più soltanto la sfida personale, quindi, ma anche la possibilità di mostrare pubblicamente di aver raggiunto uno dei luoghi più estremi del pianeta.
Instagram, TikTok e YouTube hanno reso la vetta molto più interessante se paragonata al percorso necessario per raggiungerla: ciò che resta sullo schermo è il momento dell’arrivo, molto meno spesso i mesi di preparazione, le rinunce o la decisione di tornare indietro.
Social e alpinismo, il problema è ciò che non entra nel reel
Un video sui social può mostrare la cima e il panorama, ma difficilmente restituisce cosa significhi trascorrere ore in quota, aspettare lungo una corda fissa o decidere di rinunciare quando le condizioni cambiano.
Nel maggio 2026 questo contrasto è diventato evidente sull’Everest, quando, in una sola giornata più di 270 persone hanno raggiunto la cima dal versante nepalese, mentre fotografie e video delle lunghe file di alpinisti hanno ricominciato a circolare online. Il recordman Kami Rita Sherpa, dopo la sua 32esima ascensione, ha chiesto alle autorità di limitare gli accessi. Il punto più delicato, infatti, riguarda quello che accade sopra gli 8mila metri, nella cosiddetta death zone: a quelle quote la quantità di ossigeno è così bassa che il corpo non riesce ad acclimatarsi e ogni ora trascorsa in più aumenta il rischio di morte.
Eppure anche questa parte dell’esperienza può trasformarsi in contenuto: il creator Xavier Ladouceur ha documentato passo dopo passo la propria scalata fino alla cima dell’Everest, anche ironizzando una volta toccata la “death zone”. In uno degli ultimi video risponde a chi gli dice di essere stato fortunato: “99% hard work and risks, 1% luck”.
Negli ultimi dieci anni, complessivamente, sull’Everest sono morte circa 66 persone. Il 2023 è stato l’anno più tragico del periodo, con 18 vittime; nel 2026 sono già cinque gli alpinisti morti durante la stagione delle scalate.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Giulia Camuffo
Source link





