Da qualche settimana i gruppi Facebook e i profili Instagram di artigiani, piccoli e-commerce e produttori indipendenti europei e non sono pieni di un unico argomento: il PPWR. L’acronimo PPWR sta per Packaging and Packaging Waste Regulation e definisce il regolamento europeo su imballaggi e rifiuti da imballaggio, entrato in vigore il 12 agosto 2026 con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento da packaging e limitare la presenza di sostanze chimiche persistenti (i cosiddetti PFAS), soprattutto nei materiali a contatto con gli alimenti. Per molte microimprese, però, questo nuovo regolamento potrebbe avere un costo proibitivo, perché sposta sul singolo produttore una serie di responsabilità e di spese che sono gestibili per una grande multinazionale, ma non per una PMI. Alcune realtà hanno già sospeso le spedizioni verso i Paesi dell’Unione.
Cosa prevede il PPWR
La norma, consultabile in italiano a questo link, interviene innanzitutto sui cosiddetti “forever chemicals“. Da questa settimana i nuovi imballaggi immessi sul mercato e destinati al contatto con alimenti devono rispettare soglie più severe per i PFAS, sostanze impiegate da decenni per rendere resistenti all’acqua e ai grassi cartone e carta da imballaggio, dalla scatola della pizza al vassoio dei surgelati. La letteratura scientifica associa l’esposizione prolungata a queste molecole a un aumento del rischio di alcune patologie oncologiche e ad altri effetti sulla salute. Trattandosi di composti estremamente persistenti, capaci di accumularsi nell’organismo e nell’ambiente, anche livelli di esposizione singolarmente contenuti destano preoccupazione tra i ricercatori.
La misura si affianca ai limiti sul bisfenolo A nei materiali a contatto con gli alimenti, già in vigore dal mese precedente in tutto il territorio comunitario. Per i prodotti e gli imballaggi già presenti sul mercato prima del 12 agosto non sono previsti né ritiro né distruzione: la stretta riguarda solo ciò che entra da ora in poi nella catena di distribuzione. Il consumatore finale, va detto, non dovrebbe percepire alcuna differenza visibile al momento dell’acquisto. Sono le imprese, soprattutto quelle di dimensioni ridotte, a dover adeguare processi produttivi e adempimenti burocratici, poiché il regolamento introduce contestualmente nuovi standard di sostenibilità per il packaging ma – ed è questo il punto cruciale – introduce anche numerosi obblighi di certificazione e registrazione, che dovrebbero essere strumentali alla possibilità degli Stati membri di applicare la nuova norma. In altre parole: ora devono essere i produttori a documentare la propria aderenza ai nuovi standard e farlo potrebbe essere molto complicato e molto costoso.
Il termine dell’11-12 agosto segna l’avvio della fase applicativa, non la sua conclusione: molti obblighi, come si vedrà più avanti, scatteranno progressivamente fino al 2030 e oltre. Nell’immediato, però, sono gli aspetti amministrativi legati alla registrazione dei produttori a generare le proteste più accese.
Perché l’Unione Europea ha adottato un nuovo regolamento sugli imballaggi
I dati diffusi dalla Commissione europea forniscono il contesto in cui si inserisce la norma. Nell’ultimo decennio i rifiuti da imballaggio nell’Unione sono cresciuti del 20%; senza un intervento normativo, l’esecutivo comunitario stimava un ulteriore incremento del 19% entro il 2030, spinto dalla crescita dell’e-commerce e del cibo pronto. Nel 2023 ogni cittadino europeo ha generato in media 178 chilogrammi di rifiuti da imballaggio, di cui 35,3 chilogrammi di plastica: di questa quota, solo il 42% è stato effettivamente riciclato. La Germania si colloca ben sopra la media continentale, con 215 chilogrammi pro capite nello stesso anno.
Tradotto in termini quotidiani, ogni residente dell’Unione produce circa mezzo chilo di rifiuti da imballaggio al giorno, secondo i dati dell’ufficio statistico Eurostat. Negli ultimi dieci anni, riferisce Bruxelles, il volume complessivo dei rifiuti è cresciuto più rapidamente dei tassi di riciclo. Il settore degli imballaggi rappresenta inoltre circa il 40% del consumo di plastica in Europa, cifra confermata da un funzionario comunitario in un briefing con la stampa.
Perché il PPWR è un problema per molte PMI
A muovere le critiche più dure sono le associazioni che rappresentano il commercio online e la vendita per corrispondenza. In Germania, Händlerbund, l’associazione dei rivenditori online, ha avvertito i propri iscritti che il regolamento, anziché agevolare gli scambi transfrontalieri, rischia di complicarli sensibilmente, dal momento che non è prevista alcuna soglia minima né alcuna esenzione per le imprese di piccole dimensioni.
In Austria è la Camera federale dell’economia (WKO) a sollevare obiezioni analoghe. Alexander Smuk, portavoce del settore vendita per corrispondenza e commercio via internet della WKO, ha definito l’attuazione del progetto un fallimento nella sua forma attuale, pur riconoscendo che l’obiettivo di fondo possa avere una sua legittimità. Secondo la Camera austriaca, gli obblighi relativi a sistemi di raccolta, riciclo e anche quello di avere dei rappresentanti in altri Stati membri scattano già dal primo collo spedito all’estero, indipendentemente dal peso dell’imballaggio coinvolto, senza alcuna deroga pratica per le piccole e medie imprese o per i lavoratori autonomi. Il rischio che moltissimi paventano è che, per alcuni rivenditori, vendere in singoli Paesi UE diventi economicamente insostenibile qualora i costi di conformità superino il fatturato generato in quel mercato. Evidentemente, il problema sarebbe meno impattante per grandi aziende con un fatturato già consistente in diversi Paesi europei.
Molti piccoli produttori lamentano sui social soprattutto l’obbligo di nominare un rappresentante autorizzato in ciascuno Stato membro verso cui spedisce, con un costo stimato attorno ai 300 euro annui per Paese: una cifra giudicata insostenibile per un’attività di piccole dimensioni. L’azienda svedese iLabs Electronics, produttrice di circuiti elettronici integrati, ha annunciato la sospensione degli ordini dal proprio negozio online provenienti da Paesi UE, segnalando che l’onere amministrativo risulta ormai sproporzionato rispetto al volume di vendite dirette. Una petizione lanciata su change.org, rivolta a Bruxelles, aveva già superato le 45.000 firme, chiedendo di fermare quelle che i firmatari definiscono conseguenze dannose per le microimprese europee.
Registrazione dei produttori e responsabilità estesa: il nodo più contestato
Al centro delle polemiche c’è soprattutto la sezione del regolamento dedicata al registro dei produttori e alla responsabilità estesa del produttore. Ogni Stato membro è tenuto a istituire un registro nazionale, e chiunque immetta per la prima volta imballaggi o prodotti imballati sul territorio di un Paese UE deve iscriversi presso l’autorità competente di quello specifico Stato, salvo delega scritta a un’organizzazione o a un rappresentante autorizzato che agisca in sua vece.
La soglia sotto la quale gli obblighi di comunicazione si semplificano, pur non annullandosi, è fissata a 10 tonnellate di imballaggi immessi sul mercato nel corso di un anno solare. Gli Stati membri possono comunque abbassarla in assenza di dati sufficientemente accurati. I produttori extra-UE che vendono direttamente a consumatori europei sono tenuti a nominare, tramite mandato scritto, un rappresentante autorizzato in ciascuno Stato membro diverso da quello di stabilimento in cui immettono per la prima volta i propri imballaggi. Anche le piattaforme di e-commerce e i fornitori di servizi logistici entrano nel perimetro degli adempimenti: prima di consentire a un venditore di operare, devono raccogliere le informazioni sulla sua registrazione e un’autocertificazione relativa al rispetto della responsabilità estesa del produttore, sospendendo il servizio in caso di dati mancanti o inesatti non regolarizzati.
Le organizzazioni incaricate di adempiere collettivamente a questi obblighi per conto dei produttori, dal canto loro, sono tenute a garantire parità di trattamento indipendentemente dalle dimensioni dell’impresa rappresentata, evitando oneri sproporzionati per chi immette sul mercato quantitativi ridotti di imballaggi. Resta però il fatto, segnalato da più associazioni di categoria, che l’applicazione pratica di queste garanzie non elimina i costi fissi di registrazione multipla, spesso dovuti Paese per Paese.
Il calendario degli obblighi fino al 2040
Se la limitazione dei PFAS costituisce la prima fase applicativa, il PPWR fissa traguardi vincolanti ben più ampi: una riduzione dei rifiuti da imballaggio del 5% entro il 2030 e del 15% entro il 2040. Le tappe intermedie sono numerose.
Dal 2028 i produttori dovranno apporre sugli imballaggi etichette standardizzate, in grado di indicare chiaramente i materiali impiegati e le modalità corrette di riciclo o smaltimento. Alcuni esercizi commerciali, in particolare bar e ristoranti, saranno tenuti a offrire ai clienti un’opzione di imballaggio riutilizzabile, spesso senza sovrapprezzo. Entro il 2029 i sistemi di deposito cauzionale per bottiglie di plastica e lattine, già operativi in Paesi come Germania e Paesi Bassi, dovranno estendersi a tutto il territorio UE.
Dal 2030 tutti gli imballaggi immessi sul mercato comunitario, comprese le bottiglie di plastica monouso, dovranno essere progettati per essere riciclabili. Il volume e il peso del packaging dovranno inoltre limitarsi a quanto strettamente necessario a proteggere il prodotto e a garantirne la funzione, con l’intento di contrastare il ricorso a imballaggi sovradimensionati per finalità di marketing. Sempre dal 2030 scatterà il divieto di imballaggi in plastica monouso per frutta e verdura fresca. Le sanzioni per le violazioni restano di competenza dei singoli Stati membri: in Germania, ad esempio, le autorità potranno comminare multe fino a 200.000 euro per le infrazioni più gravi.
La posizione della Commissione europea
Di fronte al montare delle proteste sui social, l’account ufficiale della Commissione Europea è intervenuto pubblicamente addirittura nei commenti ai post di singoli utenti che trattano questo tema, sempre con lo stesso testo. Nel commento, già comparso sotto centinaia di video, l’istituzione riconosce le preoccupazioni sollevate dalle piccole imprese, ribadendo l’intenzione di rendere semplice la vendita in tutta Europa indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda. La Commissione ha inoltre reso noto di aver proposto al Parlamento Europeo e agli Stati membri l’abolizione dell’obbligo di nominare rappresentanti autorizzati per le aziende UE che spediscono verso altri Paesi dell’Unione. Questa proposta legislativa è stata presentata nel dicembre 2025 ed è ancora in attesa dell’approvazione dei legislatori comunitari. Nel frattempo, la Commissione dichiara di aver suggerito alle autorità nazionali di privilegiare l’avvertimento formale rispetto alla sanzione immediata nei confronti delle imprese non ancora conformi.
“A tutte le piccole imprese preoccupate per le nuove norme UE sugli imballaggi: vi ascoltiamo e siamo qui per sostenervi!” recita il commento “Vogliamo rendere più agevole e semplice per le nostre aziende, grandi o piccole che siano, vendere in tutta Europa.
Abbiamo chiesto al Parlamento europeo e agli Stati membri dell’UE di abolire l’obbligo di nominare rappresentanti autorizzati per le aziende dell’UE che spediscono merci in altri paesi dell’Unione; avendo presentato la proposta di legge nel dicembre 2025, ora è necessaria l’approvazione dei legislatori dell’UE. Nel frattempo, abbiamo anche suggerito alle autorità nazionali di evitare di sanzionare le aziende non conformi, ma piuttosto di inviare loro un avvertimento.”
Il destino di questa proposta di semplificazione, più che il testo del regolamento già in vigore, sembra oggi la variabile che determinerà se le microimprese denunciate come a rischio riusciranno a continuare a operare sul mercato unico europeo, o se dovranno rivedere la propria strategia di vendita transfrontaliera.
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Redazione Il Mitte
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