La restanza non è una parola da mettere in vetrina, né l’ennesimo slogan da stampare su un manifesto mentre fuori dai palazzi i paesi si svuotano, le serrande si abbassano e gli inverni diventano sempre più lunghi, più silenziosi, più tristi.
La restanza è una scelta.
È una forma di resistenza.
È quasi una disobbedienza civile.
E forse è proprio questo che la politica teme di più.
Perché è facile organizzare il concertone da centinaia di migliaia di euro, accendere le luci, riempire una piazza per qualche ora e poi raccontare, il giorno dopo, che il paese è vivo. Certo che è vivo: con un palco, casse da migliaia di watt e una folla richiamata dall’evento, persino un paese morente può sembrare una metropoli.
Ma poi arriva ottobre.
E il palco si smonta.
Le luci si spengono.
La musica finisce.
E restano le case vuote, i giovani che partono, i negozi che chiudono, i servizi che arretrano e una politica che, invece di interrogarsi sul futuro, si compiace della fotografia del presente.
Questa non è restanza. È scenografia.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non bastano le presenze estive per certificare la vittoria contro lo spopolamento. Un paese non si misura dal numero di persone che lo attraversano ad agosto, ma da quante decidono di rimanerci a novembre. Non si misura dai decibel di una notte, ma dalla possibilità concreta di costruire una vita dignitosa durante tutto l’anno.
Il resto è fumo negli occhi.
E il vento d’autunno, prima o poi, il fumo lo porta via.
A Guglionesi, persino dentro una Festa dell’Unità che rischia di apparire vecchia non soltanto nel nome ma soprattutto nel format, è comparsa una cosa che la politica dovrebbe guardare con molta attenzione: la realtà.
Una realtà fatta di giovani, di lavoro, di terra, di idee. Una realtà che non ha bisogno di essere candidata a qualcosa per avere valore.
Perché mentre una certa politica continua a passare il tempo a cercare candidati, candidature, equilibri, posizionamenti e autocandidature travestite da strategie, c’è chi sta facendo una cosa infinitamente più rivoluzionaria: sta costruendo.
E costruire, oggi, in Molise, è un atto politico.
Anzi: è probabilmente l’atto politico più serio che esista.
Alla presenza di Susanna Camusso, quattro esperienze hanno raccontato un’altra idea di ricchezza. Non la ricchezza dei proclami, ma quella che sporca le mani, profuma di terra, conosce la fatica e produce valore.
Da Bojano, Gabriele Taddeo e Italo Risi hanno portato storie diverse e una medesima ostinazione: dimostrare che il territorio non è un problema da amministrare, ma una risorsa da reinventare.
Taddeo, agricoltore laureato, ha scelto di tornare alla terra e di riscoprire i grani antichi. Una scelta che sembra antica soltanto a chi considera moderno tutto ciò che è veloce e dimentica che spesso il futuro si nasconde proprio dentro ciò che abbiamo stupidamente chiamato passato.
Farine, pasta, colture dimenticate: non nostalgia, ma innovazione con le radici.
Risi, invece, raccoglie erbe spontanee e le trasforma in tisane e liquori. Prende ciò che cresce spontaneamente nei territori matesini e gli restituisce un valore economico, culturale e identitario.
Anche questa è politica. Solo che non ha bisogno del microfono.
Poi c’è l’agricoltura meccanica, la sfida delle mandorle, l’intuizione della famiglia Papa: un’altra idea di impresa che non si limita a produrre, ma ragiona sul territorio, sulla manutenzione, sulla fragilità di una regione continuamente alle prese con il dissesto idrogeologico.
E infine Guglionesi, con giovani imprenditori agricoli capaci di rigenerare un’azienda e costruire un marchio: L’Oro del Contado.
Un nome che dice già tutto.
Perché l’oro del Molise non è quello che luccica per una sera sotto i riflettori di un palco.
È quello che nasce dalla terra. È quello che viene trasformato. È quello che viene certificato. È quello che diventa impresa. È quello che crea lavoro. È quello che permette a un ragazzo di dire: io resto.
Questa è la vera restanza.
Non una parola da convegno, non una voce da programma elettorale, non l’ennesima slide finanziata con qualche progetto europeo.
La restanza è un giovane che non parte. È un giovane che torna. È un giovane che investe. È un giovane che rischia. È un giovane che decide che il proprio paese non è una condanna geografica ma una possibilità.
Ed è precisamente qui che la politica rischia di diventare un enorme spaventapasseri.
Perché lo spaventapasseri sembra qualcuno, occupa spazio, ha una giacca, magari anche una fascia tricolore. Ma non parla, non cammina, non produce, non semina.
Sta lì. E basta.
La politica molisana dovrebbe evitare di trasformarsi in questo.
Perché una regione non si salva con le barzellette sulle presenze estive. Non si salva raccontando che “mai così tanta gente” ha affollato una piazza. Non si salva confondendo l’animazione con la rigenerazione.
E soprattutto non si salva continuando a credere che la cultura sia un concerto, la partecipazione sia un applauso e il futuro sia una candidatura.
La sinistra, se vuole davvero tornare a essere sinistra, dovrebbe avere il coraggio di guardare negli occhi queste esperienze e capire che lì, forse, c’è più politica che in decine di riunioni.
Perché la discussione plurale non è quella in cui tutti applaudono allo stesso relatore.
È quella in cui si ascolta chi produce, chi dissente, chi sperimenta, chi sbaglia, chi torna, chi resta. È quella in cui un ragazzo può dire a un dirigente politico: hai torto. E il dirigente, invece di offendersi, prende appunti.
Questa sarebbe una rivoluzione.
Altro che rinnovamento. Il problema è che la politica ama moltissimo parlare di giovani purché i giovani non parlino troppo. Ama il ricambio generazionale purché il ricambio non ricambi davvero. Ama la partecipazione purché nessuno partecipi alle decisioni. Ama la parola “territorio” purché il territorio resti abbastanza lontano da non disturbare le strategie.
E così continuiamo ad assistere alla grande liturgia dei perbenisti della parola: quelli che hanno una frase per ogni occasione, una dichiarazione per ogni emergenza, un comunicato per ogni fallimento e una spiegazione pronta per ogni cosa che non hanno fatto.
Ciarlatani della politica. Professionisti dell’alibi. Specialisti del domani.
Quelli che ieri promettevano oggi, oggi promettono domani e domani, naturalmente, daranno la colpa a ieri.
Ma il Molise non può più aspettare. Non può aspettare che qualcuno gli spieghi perché non è diventato una grande regione. Non deve diventare grande.
Deve diventare consapevole della propria forza. Deve smettere di misurarsi con chi ha più abitanti, più infrastrutture, più denaro, più riflettori. Deve smettere di vergognarsi della propria dimensione.
Una piccola regione può produrre una grande idea. Una piccola azienda può generare una grande innovazione. Un giovane può cambiare il destino di un territorio. Una comunità può fare più rumore di un concerto.
E quattro esperienze agricole possono raccontare il futuro meglio di quattrocento slogan.
Perché il vero rinascimento molisano non nascerà da un palco. Nascerà dai campi. Dai laboratori. Dalle imprese. Dalle scuole. Dalle botteghe. Dai giovani. Dalla cultura. Da chi ha ancora il coraggio di immaginare un paese diverso.
La politica, se vuole, può accompagnare tutto questo.
Ma deve smetterla di mettersi al centro della fotografia.
Per una volta, potrebbe fare un passo indietro. Ascoltare. Imparare. Finanziare ciò che funziona. Difendere il territorio. Creare condizioni. E soprattutto smettere di appropriarsi di ogni cosa che nasce dal basso.
Perché non tutto ciò che accade in un territorio è merito di chi governa.
A volte è merito di chi, nonostante chi governa, continua a crederci.
E questa è forse la verità più scomoda.
La vera opposizione, oggi, non è soltanto quella che siede dall’altra parte di un’aula consiliare. È quella che produce futuro mentre qualcun altro produce comunicati. È quella che crea lavoro mentre qualcuno prepara candidature. È quella che recupera un grano antico mentre altri recuperano vecchie parole. È quella che coltiva mandorle mentre altri coltivano consenso. È quella che trasforma erbe spontanee in prodotti mentre altri trasformano ogni problema in una conferenza stampa. È quella che costruisce un marchio mentre altri costruiscono alibi.
Questa è la musica che conta.
E qui torniamo allo spartito.
Non basta una banda per fare buona musica. Servono note. Servono strumenti. Serve un direttore capace di ascoltare tutti. E soprattutto serve uno spartito scritto bene.
Perché se le note sono sbagliate, puoi aumentare il volume quanto vuoi: otterrai soltanto un rumore più forte.
E il Molise di rumore ne ha già sentito abbastanza.
Adesso servono note nuove. Giovani. Coraggiose. Libere. Irregolari. Perfino scomode.
Serve una nuova generazione che non chieda il permesso per restare, che non aspetti una candidatura per sentirsi riconosciuta, che non confonda la politica con la carriera politica.
Perché restare non significa stare fermi.
Restare significa muovere il territorio.
E forse il vero scandalo, oggi, è proprio questo: mentre qualcuno continua a suonare la stessa vecchia canzone, i giovani stanno già cambiando spartito.
E quando finalmente arriverà l’autunno, quando i concerti saranno finiti, quando le luci verranno spente e le piazze torneranno vuote, resteranno loro.
Resteranno i campi. Resteranno le imprese. Resteranno le idee. Resteranno le persone. Resterà la terra. E resterà una domanda, semplice e terribile, alla quale nessun concertone potrà più rispondere:
chi avrà davvero fatto qualcosa per impedire al Molise di spegnersi?
Perché il futuro non si applaude.
Il futuro si costruisce.
E, finalmente, qualcuno in Molise ha cominciato a farlo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Maurizio Varriano
Source link
