Per andare a mangiare fuori, in molti casi, basta prenotare online; stessa situazione si verifca per il check-in in un albergo senza passare dalla reception o pagare la propria spesa alle casse auotmatiche. Molte parti della vita quotidiana si sono automatizzate e questo significa che possiamo svolgerle anche senza rivolgere la parola a qualcuno. La comunicazione rimane, tramite messaggi, email, commenti sotto i post, ma, a voce, qualcosa sembra essere cambiato.
Parliamo meno, 338 parole al giorno scompaiono ogni anno
Tra il 2005 e il 2019, il numero di parole pronunciate quotidianamente è diminuito in media di 338 per ogni anno trascorso. A eseguire questo calcolo sono stati gli psicologi Valeria Pfeifer e Matthias Mehl in uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science.
I ricercatori hanno analizzato i dati raccolti in 22 studi su 2.197 persone tra i 10 e i 94 anni, residenti soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Messico, Australia ed Europa. I partecipanti avevano indossato dispositivi che registravano a intervalli casuali frammenti della loro vita quotidiana, permettendo di stimare quante parole pronunciassero ogni giorno.
Il confronto ha mostrato un calo complessivo stimato di circa il 28% in quattordici anni: dalle quasi 16mila parole quotidiane rilevate in una precedente ricerca del 2007 alle circa 12.800 ottenute dai dati più recenti.
La diminuzione è ancora più evidente tra i giovani. Sotto i 25 anni il calo stimato è di 451 parole al giorno per ogni anno trascorso dal 2005, contro le 314 delle persone più adulte.
Sarebbe però troppo semplice dare tutta la colpa agli smartphone. Gli stessi autori precisano che i risultati sono descrittivi. Il periodo osservato coincide con l’esplosione del web, dei social network e delle app di messaggistica, ma la riduzione delle parole riguarda anche le generazioni più anziane. Secondo Pfeifer e Mehl potrebbero quindi essere in gioco cambiamenti più strutturali nel modo in cui le persone si incontrano e comunicano.
Parliamo meno e passiamo più tempo da soli
I dati dell’American Time Use Survey mostrano come tra il 2003 e il 2020 negli Stati Uniti il tempo trascorso da soli è aumentato di circa 24 ore al mese, mentre quello passato fisicamente con gli amici è sceso da circa 30 a 10 ore mensili.
Tra i ragazzi dai 15 ai 24 anni il cambiamento è ancora più evidente: il tempo quotidiano trascorso di persona con gli amici è passato da circa 150 a 40 minuti, con una diminuzione vicina al 70%.
Ma non sono necessariamente le conversazioni più profonde a essere scomparse: trecento parole possono essere una chiacchierata in ascensore, una battuta con un collega, qualche minuto passato con il vicino o una risposta un po’ più lunga alla domanda “come è andata la giornata?”. Sono quelle che gli psicologi chiamano spesso interazioni con i “legami deboli”: persone che non fanno parte della nostra cerchia più intima, ma che incontriamo nella quotidianità.
Uno studio di Gillian Sandstrom ed Elizabeth Dunn ha mostrato che nei giorni in cui le persone avevano più interazioni con conoscenti e compagni riportavano anche maggiore felicità e un più forte senso di appartenenza.
Persino parlare con un perfetto sconosciuto può portare più benessere di quanto immaginiamo. Nicholas Epley e Juliana Schroeder lo hanno verificato chiedendo ad alcuni pendolari di Chicago di conversare con la persona accanto a loro durante il viaggio e ad altri di rimanere per conto proprio. Chi aveva parlato con uno sconosciuto descriveva poi il tragitto in termini più positivi, mentre prima dell’esperimento molti avevano previsto esattamente il contrario.
Un altro studio ha mostrato che tendiamo anche a sottovalutare quanto possiamo imparare da una conversazione con una persona che non conosciamo.
Le conversazioni “del più e del meno” stanno scomparendo
Come riportato inizialmente, l’automatizzazione ha modificato quello che gli inglesi chiamano “chit chat”, comunemente conosciute in Italia come conversazioni “del più e del meno”.
Per diversi fattori che si inseriscono nella crescente digitalizzazione, tra cui il lavoro da remoto e le azioni tramite click che sono andate a sostituire quelle dal vivo
Anche quando comunichiamo, inoltre, non tutti i mezzi sembrano produrre gli stessi effetti. In alcuni esperimenti condotti da Amit Kumar e Nicholas Epley, le interazioni che includevano la voce – al telefono, in videochiamata o tramite chat vocale – generavano un legame sociale più forte rispetto alla comunicazione esclusivamente testuale, senza produrre il maggiore imbarazzo che i partecipanti temevano.
Questo non significa che scrivere un messaggio sia necessariamente peggio di parlare. Gli stessi Pfeifer e Mehl sottolineano che non sappiamo ancora se e quanto la comunicazione digitale riesca a compensare la perdita delle conversazioni a voce.
Il paradosso della “hushpitality”: ora paghiamo per stare in silenzio
Nel frattempo, il silenzio è diventato anche qualcosa da ricercare. Hilton lo ha inserito tra le tendenze di viaggio del 2026 con un termine apposito: “hushpitality”, l’ospitalità costruita intorno alla tranquillità e alla riduzione delle interazioni e delle distrazioni.
Secondo un sondaggio Morning Consult citato dalla catena alberghiera, il 57% dei viaggiatori statunitensi sarebbe interessato a partecipare a un ritiro silenzioso o particolarmente tranquillo. Allo stesso tempo, il 73% dei viaggiatori globali considera utili strumenti digitali per effettuare check-in e check-out.
Il silenzio, però, non coincide con la solitudine. Lo stesso rapporto del Surgeon General statunitense distingue la solitudine scelta, che non implica sentirsi soli, dall’isolamento sociale. Quest’ultimo, insieme alla mancanza di connessioni, è associato a conseguenze molto più serie: il rapporto stima che scarse connessioni sociali possano aumentare il rischio di morte prematura in misura paragonabile a fumare fino a 15 sigarette al giorno.
Il problema non risiede nel ricercare il silenzio, ma nella perdita della condivisione con sconosciuti o amici, un tempo essenziale per il benessere psicologico e sociale
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Giulia Camuffo
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