Roma- C’è una Roma che non ha bisogno di essere raccontata attraverso le cartoline. È una Roma più inquieta, misteriosa, attraversata da ombre, domande, indagini e storie che sembrano nascere proprio nei suoi vicoli. È la Roma del noir, quella che ogni anno trova nel NeRoma Noir Festival uno dei suoi palcoscenici più autorevoli.
Nel 2026 il festival torna con la IX edizione e con una promessa ormai consolidata: trasformare il mondo del crime in un grande laboratorio culturale capace di mettere insieme scrittori, lettori, giornalisti, criminologi, editori e professionisti della narrazione.
Al centro di questa avventura c’è anche Fabio Mundadori che da direttore artistico del festival ha contribuito a costruire un appuntamento capace di superare i confini della semplice rassegna letteraria. NeRoma, infatti, non è soltanto un luogo dove presentare libri: è uno spazio nel quale il giallo, il thriller e il noir diventano strumenti per interrogare la società, le sue paure e le sue contraddizioni.
Nato nel 2018 da un’idea di Simona Teodori, Fabio Mundadori e Chiara de Magistris, NeRoma Noir Festival è cresciuto fino a diventare un appuntamento di respiro internazionale. L’Instituto Cervantes lo descrive come un festival dedicato al genere crime, capace di dare spazio tanto agli autori affermati quanto ai nuovi talenti e di creare collaborazioni con importanti realtà italiane e internazionali.
La forza del progetto sta proprio nella sua capacità di non considerare il noir – e più in generale il crime –un genere di nicchia. Al contrario, il noir può raccontare il presente con una precisione talvolta più incisiva della cronaca. Dietro un delitto letterario possono nascondersi interrogativi sulla giustizia; dietro un’indagine, il ritratto di una società; dietro un investigatore, la fragilità dell’uomo contemporaneo.
Ed è qui che il lavoro di Mundadori assume un significato particolare. La direzione artistica non consiste soltanto nella costruzione di un programma, ma nella capacità di creare connessioni, individuare voci, valorizzare autori e costruire un dialogo tra letteratura e realtà.
NeRoma 2026 si inserisce dunque in un percorso che guarda anche ai giovani scrittori. Il festival ha infatti sviluppato negli anni diversi premi e concorsi dedicati alla narrativa crime, offrendo agli autori emergenti occasioni concrete di confronto e, in alcuni casi, la possibilità di arrivare alla pubblicazione. Come accade da alcuni anni, anche per l’edizione 2026 è previsto, tra gli altri, il Premio NeRoma per racconti inediti in collaborazione con Il Giallo Mondadori. Il vincitore sarà premiato durante la IX edizione del festival e il racconto sarà successivamente pubblicato in appendice a un fascicolo della storica collana.
È una scelta culturale precisa: non limitarsi a celebrare chi è già arrivato, ma costruire una strada per chi sta ancora cercando la propria voce.
E in questo percorso emerge anche la vocazione internazionale di NeRoma. La collaborazione con il Tenerife Noir Festival, per esempio, ha aperto negli anni un dialogo europeo attorno alla narrativa criminale, favorendo scambi tra autori, festival e culture differenti.
Il noir, del resto, non conosce confini. Cambiano le città, le lingue e le atmosfere, ma rimangono le grandi domande: perché nasce il male? Quanto siamo disposti a conoscere la verità? Dove termina la responsabilità individuale e dove comincia quella collettiva?
Sono interrogativi che spiegano perché NeRoma continui a parlare a un pubblico sempre più ampio.
La IX edizione, che si terrà dal 16 al 18 ottobre 2026, rappresenterà quindi un nuovo capitolo di questa storia. E ancora una volta Fabio Mundadori, con Chiara de Magistris e Simona Teodori, sarà chiamato a tenere insieme le diverse anime della manifestazione: la letteratura, l’intrattenimento, la riflessione sociale, la scoperta dei nuovi talenti e il confronto internazionale.
In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediatamente spiegato, il noir conserva invece il valore prezioso del dubbio. Non offre necessariamente risposte: costruisce domande. E forse è proprio questo il segreto del suo successo.
NeRoma 2026 nasce così sotto il segno di una convinzione semplice ma potente: raccontare il crimine significa, prima ancora, raccontare l’essere umano.
Fabio Mundadori e NeRoma continuano a farlo mettendo la cultura al centro dell’indagine. Perché dietro ogni mistero c’è una storia. E dietro ogni storia, inevitabilmente, c’è qualcuno che cerca di capire chi siamo davvero.
NEROMA 2026, IL LATO OSCURO DELLE STORIE: INTERVISTA A FABIO MUNDADORI
Dottor Mundadori, il noir racconta il crimine, ma forse racconta soprattutto l’essere umano. Quando Lei pensa al NeRoma, qual è la prima parola che le viene in mente?
La parola che mi viene in mente è curiosità. Tutte le storie nascono da una domanda, ma il noir ha la propria: una domanda che riguarda la natura del male, le sue motivazioni, le radici del delitto. E la curiosità, secondo me, è una delle forme più alte dell’intelligenza. NeRoma, come il noir, nasce proprio dal desiderio di andare oltre la superficie delle cose.
Il pubblico cerca nel noir il mistero, la tensione, talvolta persino la paura. Ma che cosa cerca, secondo Lei, il lettore dentro una storia criminale?
Cerca una verità. Non necessariamente la verità del delitto narrato, ma una verità più profonda, che riguarda noi stessi. Il lettore entra in una storia per scoprire chi è il colpevole, ma spesso finisce per interrogarsi sulle proprie paure, sulle proprie fragilità, sulle proprie zone d’ombra e ad affrontare ciò che lo mette più a disagio. È questo il grande potere della narrativa noir.
Lei ha costruito negli anni un festival che non si limita alla presentazione dei libri. Qual è la differenza tra organizzare un evento e costruire una comunità culturale?
Un evento finisce quando si spengono le luci. Una comunità, invece, continua a vivere dopo. Il nostro obiettivo è proprio questo: creare incontri, relazioni, occasioni di confronto. Un festival non dovrebbe essere soltanto un calendario di appuntamenti, ma un luogo nel quale le persone possano sentirsi parte di qualcosa.
Nel mondo contemporaneo siamo sommersi dalle immagini e dalle informazioni. Perché dovremmo ancora avere bisogno delle storie?
Perché le informazioni ci dicono cosa è accaduto, mentre le storie cercano di spiegarci perché è accaduto. Una notizia può raccontare un fatto in poche righe; una storia può mostrarci le conseguenze di quel fatto, le emozioni, le contraddizioni, la complessità. Abbiamo bisogno delle storie perché abbiamo bisogno di comprendere, non soltanto di sapere: è così che le storie modificano la nostra mente, il nostro modo di pensare e – di riflesso – la realtà.
Le storie sono il filo che non solo tiene insieme LA cultura, ma anche LE culture.
Questo è ciò che è accaduto con Tenerife Noir Festival e con tutti i festival italiani di genere e non che ogni edizione compaiono sulle locandine di NeRoma.
Grazie a NeRoma sono nate amicizie, collaborazioni, spunti per nuovi eventi: tenete d’occhio le pagine del festival perché è in arrivo qualcosa che vi sorprenderà.
Il noir mette spesso in scena il male. Lei pensa che la letteratura possa aiutarci a comprenderlo?
Comprendere non significa giustificare. La letteratura può però permetterci di guardare il male senza semplificarlo. Può mostrarci le circostanze, le scelte, le responsabilità. E soprattutto può ricordarci che dietro ogni vicenda criminale ci sono persone, vittime, famiglie, ferite. Il noir migliore non spettacolarizza il male: lo interroga.
C’è ancora spazio, oggi, per gli scrittori esordienti in un panorama editoriale così affollato?
Deve esserci. Chi merita deve avere una chance: se non offriamo spazio alle nuove voci, il futuro della letteratura diventa più povero. Una delle responsabilità di un festival è proprio quella di scoprire talenti, dare loro visibilità e creare occasioni concrete. Un esordiente non ha bisogno soltanto di essere ascoltato: ha bisogno che qualcuno creda nella sua storia.
Qual è il talento più importante che dovrebbe possedere un giovane autore di noir?
Saper osservare. Prima ancora di scrivere bisogna imparare a guardare. Le persone, i luoghi, i silenzi, le contraddizioni. Un buon autore deve essere un osservatore del mondo. La tecnica si può studiare, lo stile si può affinare; la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono è qualcosa di più raro.
Roma è una città che sembra nata per il noir. Quanto conta la città nel racconto di una storia criminale?
Conta moltissimo. Una città non è soltanto uno sfondo: è un personaggio. Roma possiede una stratificazione straordinaria. Ha la bellezza, la storia, il potere, la periferia, i palazzi antichi e le contraddizioni contemporanee. È una città nella quale il passato e il presente convivono continuamente. Per questo può diventare un’infinita fonte narrativa.
Arriviamo a NeRoma 2026. Che cosa vorrebbe che il pubblico portasse a casa dopo aver partecipato al festival?
Vorrei che portasse a casa una domanda. Non necessariamente una risposta. Se una persona esce dal festival con la voglia di leggere un libro, di conoscere un autore, di discutere di una storia o semplicemente di osservare diversamente ciò che la circonda, allora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.
Qual è la sfida più grande per chi, come Lei, lavora per mantenere viva una manifestazione culturale?
Resistere alla tentazione della ripetizione. Ogni edizione deve avere una propria identità. La tradizione è importante, ma non può trasformarsi in immobilità. Bisogna avere il coraggio di rinnovarsi senza perdere ciò che ha reso riconoscibile il festival.
Lei crede che la cultura possa ancora cambiare qualcosa nella società?
Credo che possa cambiare le persone. E le persone, lentamente, possono cambiare la società. Non penso alla cultura come a qualcosa di astratto o distante dalla vita quotidiana. Un libro può modificare una prospettiva, una conversazione può mettere in discussione una certezza, un incontro può aprire una strada. Il cambiamento spesso comincia da qualcosa di apparentemente piccolo.
Se dovesse descrivere NeRoma con una sola immagine, quale sceglierebbe?
Una porta socchiusa nel buio. Perché il noir è proprio questo: qualcosa che ci invita a entrare senza dirci completamente cosa troveremo dall’altra parte.
E Lei, personalmente, che cosa continua a cercare dietro quella porta?
Cerco storie capaci di sorprendermi. Ma soprattutto persone capaci di raccontarle. Perché alla fine un festival non vive soltanto di libri, ma degli esseri umani che quei libri li scrivono, li leggono e li discutono.
Un’ultima domanda. Se il noir è il genere delle ombre, che cosa rappresenta per Lei la luce?
La consapevolezza. L’ombra non deve essere necessariamente qualcosa da cui fuggire. A volte dobbiamo attraversarla per capire meglio noi stessi. La luce, per me, è arrivare dall’altra parte con qualche certezza in meno, ma con qualche domanda in più. E forse è proprio questo che la cultura dovrebbe fare: non dirci sempre dove andare, ma insegnarci a vedere meglio la strada.
QUANDO LE OMBRE DIVENTANO STORIE
Alla fine, forse, il noir non è soltanto il racconto dell’oscurità. È il viaggio che compiamo per attraversarla.
Ed è proprio in quella penombra, dove le certezze vacillano e le domande diventano più importanti delle risposte, che NeRoma trova la sua anima. Fabio Mundadori ne custodisce lo spirito come si custodisce una luce discreta: senza abbagliare, ma capace di indicare una direzione.
Perché ogni storia nasconde un mistero, ogni mistero una verità e ogni verità un frammento dell’uomo.
E quando le pagine si chiudono, quando le voci del festival si spengono e Roma torna alla sua notte, qualcosa rimane: il desiderio di continuare a cercare.
Forse è questo il vero senso del noir.
Entrare nel buio non per avere paura, ma per scoprire quanta luce siamo ancora capaci di trovare dentro di noi.
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Angela Kosta
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