Se una barca ha lo sconto fiscale, perché una startup no? In Italia esiste una legge che, per portare le vele della Coppa America nel nostro Paese, concede ai team partecipanti importanti agevolazioni fiscali: esenzione da IRES e IRAP per le attività legate alla competizione, e un regime speciale per i redditi del personale coinvolto (qui un approfondimento sulla norma de Il sole 24 Ore).
Una domanda, a questo punto, sorge: se negli ultimi anni il Governo ha ridotto o complicato tante agevolazioni per le startup, perché le startup non si comprano una barca a vela e si mettono a regatare?
O, meglio ancora: perché non estendere almeno in parte queste regole alle startup europee (o internazionali) che scelgono l’Italia per fare innovazione? Non è una provocazione da barca a vela. È una questione di politica industriale.
La Coppa America è un evento sportivo, certo. Ma dietro una barca ci sono ricerca, ingegneria, materiali, software, dati, aerodinamica, design, comunicazione, logistica, professionisti internazionali, fornitori, tecnologia. In una parola: un ecosistema di innovazione.
E allora guardiamo cosa abbiamo fatto. Per l’America’s Cup – Napoli 2027, il legislatore ha costruito un regime fiscale ad hoc. Esenzione da IRES e IRAP per le persone giuridiche italiane costituite dall’organizzatore o dalle squadre partecipanti, per le attività direttamente correlate alla competizione. Per i lavoratori non residenti, i redditi percepiti nel 2026 e nel 2027 per prestazioni legate all’evento non concorrono alla formazione del reddito imponibile in Italia; per chi diventa fiscalmente residente, concorrono solo per il 35% del loro ammontare.
Facciamo un esempio semplice. Una squadra internazionale arriva a Napoli. Costituisce una struttura italiana. Assume persone. Compra servizi. Fa ricerca. Porta tecnologia. E per le attività ammesse dalla legge, una parte rilevante del carico fiscale si alleggerisce.
Perché? Perché vogliamo che la Coppa America venga in Italia. Perfetto.
Ma la domanda successiva è inevitabile: perché non usare la stessa logica per attrarre anche l’innovazione? Qui bisogna essere onesti: qualcosa già esiste. A onor del vero, un pezzo di questa logica il sistema italiano lo ha già costruito, solo che è meno raccontato, e meno “attrattivo” nella forma, di un’esenzione IRES/IRAP.
Sul fronte pubblico, Smart&Start Italia, gestito da Invitalia per conto del MIMIT (ministero Imprese e made in Italy, ndr), è aperto anche a team di persone fisiche che vogliono costituire una startup in Italia — compresi stranieri con ‘startup Visa’ — e a imprese estere che aprono una sede produttiva sul territorio nazionale. Un finanziamento diretto dello Stato da 100 mila a 1,5 milioni di euro, non un’esenzione fiscale sui redditi, ma comunque uno strumento pensato per chi arriva da fuori.
Sul fronte del capitale privato attivato dallo Stato, c’è CDP Venture Capital – Fondo Nazionale Innovazione, che oggi gestisce circa 15 fondi per oltre 4,7 miliardi di euro, con investimenti sia diretti sia indiretti (fondi di fondi) lungo tutto il ciclo di vita di una startup: dal Fondo Acceleratori al Fondo Italia Venture II, fino al Fondo Technology Transfer, che nel 2025 ha contribuito a far triplicare la raccolta delle startup deep tech nate dalla ricerca (da 200 a circa 600 milioni di euro) e che si prepara a un secondo fondo con target da 500 milioni. Non è un caso isolato: CDP Venture Capital ha dichiarato apertamente di essere entrata in una “fase 2”, in cui l’obiettivo non è più solo investire direttamente, ma creare le condizioni per attrarre capitale privato — italiano e straniero.
Insomma: gli strumenti per far entrare capitale e startup straniere in Italia, in parte, ci sono già. Quello che manca è l’ingrediente che rende davvero speciale il regime Coppa America — l’esenzione fiscale sui redditi delle persone, quella che dice a un ingegnere o a uno sviluppatore straniero: “se vieni a lavorare qui, ti costa meno di quanto pensi”.
Il vero nodo non è (solo) fiscale e qui arriva il punto forse più scomodo. Anche se domani arrivasse un regime fiscale perfetto, il problema strutturale dell’ecosistema italiano delle startup non sarebbe risolto del tutto. Perché il problema non è solo la leva fiscale: è la cultura imprenditoriale dell’innovazione, che in Italia resta ancora acerba rispetto ad altri Paesi europei.
Mancano capitali pazienti disposti a rischiare su un’idea ancora informe. Manca la disponibilità diffusa a fallire e riprovare senza che il fallimento diventi uno stigma. Manca, soprattutto, una massa critica di angel investor, quegli imprenditori ed ex fondatori che hanno già fatto exit e che decidono di reinvestire tempo, relazioni e capitale personale nella generazione successiva. È un tassello che il venture capital istituzionale, per quanto in crescita, non può sostituire da solo: CDP Venture Capital può finanziare i fondi, ma non può insegnare il mestiere di chi ha già vissuto un ciclo intero da fondatori. Anche se, pure in questo caso va detto che le cose stanno maturando, dobbiamo sempre considerare che l’ecosistema italiano è piuttosto giovane quindi servano tempi tecnici per arrivare al momento in cui una nuova classe di imprenditori che hanno successo con le loro startup possa manifestarsi anche in veste di investitori e finalmente ciò sta accadendo anche in Italia.
Ed è qui che il ragionamento sulle startup europee si chiude in un cerchio interessante. Una startup francese, tedesca, spagnola o olandese che apre una sede a Napoli, Milano, Torino o Bari non porta soltanto un prodotto e qualche posto di lavoro. Porta anche persone che vengono da ecosistemi dove la cultura dell’angel investing è più matura, dove il fondatore che ha già fatto un’exit reinveste quasi per riflesso condizionato. E se queste persone si guardano intorno, vedono altre startup, altri fondatori italiani, altre occasioni, qualcosa può iniziare a contaminarsi. Non per decreto, ma per prossimità.
In altre parole: attrarre startup europee non risolve solo il problema dei capitali o della tecnologia. Potrebbe accelerare anche il tema dell’evoluzione culturale portando in Italia persone abituate a comportarsi da investitori informali, in un ecosistema che di investitori informali ne ha grande necessità.
E allora la domanda torna. Con Smart&Start una startup estera può trovare un finanziamento. Con CDP Venture Capital può trovare capitale di rischio, direttamente o attraverso i fondi partecipati. Ma se il suo team dovesse trasferirsi davvero — vivere qui, pagare le tasse qui — non troverebbe nulla di paragonabile al 35% di imponibile riservato ai velisti della Coppa America. E soprattutto, arrivando, potrebbe portare qualcosa che nessun fondo può comprare: abitudine al rischio.
La Coppa America ci mostra una cosa interessante: quando abbiamo un obiettivo preciso, siamo capaci di costruire regole precise, temporanee e speciali per attrarre persone, imprese e capitali. Lo abbiamo già fatto, in parte, anche per le startup — con Smart&Start, con CDP Venture Capital, con l’Investor Visa. Forse ora dovremmo completare il disegno, copiando dalla Coppa America l’ultimo pezzo che manca: il regime sui redditi delle persone che vengono a costruire, non solo di chi mette il capitale.
Perché una startup europea che apre una sede in Italia porta talento, occupazione, tecnologia, investimenti, relazioni internazionali, tasse future e forse, con un po’ di fortuna, anche l’accelerazione sulla cultura imprenditoriale.
E allora la domanda diventa ancora più semplice: se sappiamo costruire un regime speciale per far arrivare le barche, perché non riusciamo a completare quello, già iniziato, per far arrivare le startup? Forse non dobbiamo scegliere tra vela e innovazione. Dobbiamo imparare a farle correre entrambe. E magari, questa volta, la barca non serve comprarla. Serve costruire il vento, quello che soffia nella giusta direzione. (nella foto di apertura un momento della presentazione dell’America’s Cup ospitata dalla nave Amerigo Vespucci in occasione della sessione di regate preliminari in programma a Napoli tra il 24 e il 27 settembre 2026)
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