L’intervista a Lucia Monari, da Bologna a Norbello: la sfida della dottoressa trasferita in Sardegna


Che profumo Bologna di sera le sere di maggio. Così cantava Luca Carboni, ma ora le narici della dottoressa Lucia Monari si abitueranno ben presto a un aroma diverso e non solo in primavera. Norbello peraltro è il paese che celebra i cantautori. Non è comunque la musica a portarla nel Guilcier, bensì l’innata propensione al cambiamento, il desiderio di scoprire una nuova dimensione umana, sociale e professionale e il richiamo delle proprie radici. Sono i motivi che hanno spinto la 64enne specialista in Neurologia a lasciare il capoluogo dell’Emilia Romagna per stabilirsi nell’Alto Oristanese ed esercitare la professione in questo lembo dell’entroterra isolano. Una scelta che molti definirebbero controcorrente, ma che per il nuovo medico di base assunto dall’Asl di Oristano per tamponare l’emergenza dettata dall’emorragia dei camici bianchi, risponde a un’esigenza di rinnovamento.

Cosa l’ha convinta a lasciare la città, sinonimo di vitalità, risorse, opportunità e dinamismo, per approdare in una piccola realtà dell’interno con i problemi tipici delle zone disagiate?

«Forse è proprio perché ho già maturato esperienze all’estero e nei grandi contesti urbani che ho sentito il bisogno di cambiare. Anche i modelli e gli stili di vita contano e qui è tendenzialmente tutto più a misura d’uomo rispetto alla caotica città. Trent’anni fa ho lavorato alla Case Western Reserve University di Cleveland come ricercatrice e successivamente la carriera si è sviluppata a Bologna tra incarichi nella clinica universitaria, di guardia medica, di titolare di sede di medicina di base e, dal 2021, di referente sanitario all’interno delle strutture protette per anziani. Quando, tramite un’agenzia di stampa, ho appreso dell’appello lanciato dall’amministrazione comunale per reperire una figura professionale che consentisse di riaprire l’ambulatorio di cure primarie, mi sono detta che, con le figlie ormai adulte e indipendenti, i tempi per intraprendere un nuovo percorso fossero maturi. Non nascondo che le agevolazioni del Comune siano state un valido incentivo, avendomi sollevata dall’impegno legato alla ricerca di un alloggio e all’organizzazione logistica».

Sulla scelta hanno influito le origini sarde?

«Mia madre era di Ussana, dove in gioventù tornavo spesso con i genitori. In passato ho visitato il nord e il sud della Sardegna esplorando soprattutto la fascia costiera, ora ho l’occasione di conoscere le aree interne».

Qual è stato l’impatto con la nuova realtà e quale tipo di esperienza si aspetta di vivere nel piccolo centro del Guilcier?

«Sono stata accolta con calore, inoltre sono ansiosa di conoscere e approfondire la cultura caratteristica di questa terra, di sapere di più sulla civiltà nuragica».

Lunedì scorso ha preso servizio come medico di riferimento per 1.200 pazienti di quindici Comuni del Guilcier e del Barigadu. Quali sono state le sue impressioni su questa prima presa di contatto con gli assistiti e con la nuova dimensione lavorativa?

«Ho percepito l’empatia e l’apertura mentale delle persone sulla concezione della pratica medica, che interpreto non solo come la somministrazione di terapie convenzionali ma anche come personalizzazione delle cure: non è detto che un farmaco o un trattamento indicati per curare un determinato sintomo possano avere la stessa efficacia e il medesimo risultato su persone diverse».

Ha riscontrato differenze sostanziali con i meccanismi della sanità emiliana e il sistema della medicina territoriale della sua regione?

«Trattandosi di una fase di avviamento, in questo momento fatico a dare una risposta; ci sono diversi aspetti che devo e intendo approfondire. So comunque di poter contare sulla disponibilità di alcuni colleghi e colleghe della zona, che da subito si sono offerti di aiutarmi».

La Sardegna è alle prese con la grave carenza di medici di medicina generale. Quali misure sarebbero necessarie, a suo avviso, per arginare un’emergenza che, in diversa misura, investe l’intero territorio nazionale?

«Urgono interventi strutturali per rimediare alla mancata programmazione di decenni. Si parla di abolizione del numero chiuso nelle facoltà di Medicina, che è comunque tardiva rispetto all’insorgenza della crisi. Gli effetti dei pensionamenti di migliaia di professionisti e del mancato ricambio erano prevedibili molto tempo fa. La mia regione non è immune dal fenomeno, ma se prima questo colpiva le zone più disagiate dell’Appennino ora comincia ad avvertirsi anche nelle città. Per incentivare la professione credo si debba innanzitutto consentire ai medici di esercitare la loro funzione primaria e non lasciare che vengano spremuti da carichi di lavoro intollerabili e da un eccesso di burocratizzazione dell’attività. Bisognerebbe quindi prevedere un monte ore e turni sostenibili per chi opera negli ospedali e massimali sensibilmente inferiori a quelli attuali per chi esercita negli ambulatori».

Che valenza hanno i presidi di cure primarie nei territori periferici, lontani dalle grandi strutture sanitarie o penalizzati da viabilità e collegamenti inadeguati?

«Il medico di medicina generale rappresenta una sicurezza per le persone, soprattutto psicologica, e questo è un fattore che funziona anche sul piano della prevenzione. Avere un referente infonde fiducia e la consapevolezza di poter ricevere supporto morale oltre all’assistenza medica».

Come si approccerà ai suoi pazienti?

«Storicamente ciò che apprezzano di me è la capacità di ascolto e la propensione a valutare la soluzione migliore per il caso specifico, che non sempre implica il ricorso al farmaco. Quello del medico è principalmente un lavoro di relazioni: esse aiutano a capire di cosa ogni singolo individuo abbia realmente bisogno».

Crede che il trasferimento in Sardegna potrà trasformarsi in una scelta definitiva?

«Mancano tre anni e mezzo alla pensione e il mio è un incarico annuale, ma non è escluso che la permanenza si prolunghi oltre. In questo momento è prematura qualunque previsione, sarà una riflessione che farò tra qualche tempo in base al bilancio di questa esperienza. Vivo alla giornata e non mi precludo in partenza alcuna possibilità».


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