E’ Rovigo la provincia del Veneto che ha subito i maggiori rincari di benzina e gasolio fra 2025 e 2026, il 21,2% in più a fronte di un dato medio del 20,3%. Secondo l’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, la spesa sostenuta da imprese e famiglie del Polesine nel 2025 è stata pari a 263 milioni, mentre la stima per il 2026 è di una somma pari a 316 milioni, quindi con una “mazzata” pari a 53 milioni di euro in più.
Ovviamente, in valore assoluto non è il dato più alto del Veneto, visto che il numero di residenti e di imprese amplifica il costo totale. Ed è Verona la provincia veneta con la stangata più pesante, da ben 256 milioni, seguita da Vicenza con 254, da Padova con 246, e da Venezia e Treviso, entrambe con una spesa aggiuntiva di 205 milioni. Solo Belluno ha un rincaro in valore assoluto inferiore alla provincia di Rovigo, con “appena” 53 milioni in più. Complessivamente, la spesa per i carburanti in Veneto è passata da 6,2 miliardi a 7,5 miliardi, con un rincaro in valore assoluto di 1,3 miliardi.
“Anche se Eni e altre compagnie petrolifere hanno deciso di fissare per ottobre un tetto ai prezzi di benzina e diesel, il conto resta salato – rimarca la Cgia – rispetto a un mese dello scorso anno, famiglie e imprese venete spenderanno comunque 106 milioni di euro in più”. Se il totale anno su anno è impressionante, pesantissimo appare anche il confronto mese su mese, che la Cgia stima per Verona in 21,3 milioni di euro, seguita da Vicenza con 21,1, e Padova con 20,5. L’Ufficio studi della Cgia ha messo a confronto i prezzi medi della verde e del gasolio per autotrazione pagati nel 2025 con quelli stimati per il 2026, ipotizzando che quest’anno si consumi la stessa quantità di carburante dell’anno scorso. “Confrontando un mese di quest’anno con uno del 2025 – si spiega da Mestre – stimiamo che gli aumenti più consistenti in valore assoluto a livello provinciale dovrebbero colpire soprattutto le aree più industrializzate del Veneto. La crescita maggiore della spesa interesserebbe Verona (+21,3 milioni di euro), seguita da Vicenza (+21,1), Padova (+20,5), Venezia e Treviso (+17,1). Chiudono il ranking regionale Rovigo (+4,6 milioni di euro) e Belluno. Le province più colpite sono quelle che, in linea di massima, presentano il maggior numero di residenti e, di conseguenza, anche il numero di auto immatricolate. Pesa anche la forte presenza di mezzi pesanti che appartengono alle aziende di autotrasporto ubicate proprio in queste realtà”.
Con i prezzi alla pompa di benzina e diesel in modalità self service attestatisi, nell’ultima settimana, rispettivamente attorno ai 2,1 e ai 2,3 euro al litro, con un rincaro, rispetto al periodo a ridosso dell’inizio del conflitto nel Golfo Persico, del +29,1% per la verde e del +36,6% per il gasolio, l’Ufficio studi della Cgia prevede per il 2026, come detto, un aggravio complessivo a livello regionale pari a 1,27 miliardi di euro rispetto al 2025, con un incremento del 20,6%. “Un incremento – si presica ancora – che su base mensile si aggira a 106 milioni di euro. A livello regionale gli aumenti più consistenti in valore assoluto riguarderanno la Lombardia (+163,9 milioni di euro), l’Emilia Romagna (+111,1) e, come dicevamo, il Veneto (+106,1)”.
Un quadro che evidenzia come l’andamento dei prezzi dei carburanti continui a produrre effetti significativi e disomogenei sul territorio nazionale, con ricadute particolarmente rilevanti per famiglie e imprese delle regioni del Mezzogiorno.
“In sostanza – rimarca la Cgia – nonostante lo sconto temporaneo introdotto in questi giorni dalle principali major petrolifere presenti anche in Veneto, i rincari per automobilisti e imprese restano molto pesanti. Da inizio del conflitto ad oggi, infatti, il prezzo medio alla pompa della verde è salito del 29,1%, quello del gasolio per autotrazione addirittura del 36,6%”.
Purtroppo la situazione non pare destinata a migliorare, anzi. “Finché il conflitto in Medioriente non si chiuderà – spiega la Cgia – è difficile immaginare che i prezzi alla pompa tornino ai livelli precedenti alla crisi. Le tensioni sulle forniture, l’incertezza sulle rotte del greggio e la volatilità dei mercati energetici continuano a riflettersi sul prezzo di benzina e diesel. A pagarne il prezzo più alto sono i pendolari, soprattutto quelli che vivono in aree poco servite dal trasporto pubblico e per cui l’auto è l’unica alternativa reale per raggiungere il posto di lavoro. Per molte famiglie la spesa per il carburante è diventata una voce fissa e ingombrante, che erode il potere d’acquisto e obbliga a rinunciare ad altro. Ancora più esposte sono le imprese: autotrasportatori, agricoltori, pescatori, taxisti e piccole aziende di servizi vedono crescere i costi di gestione, spesso senza la possibilità di scaricarli sui clienti”.
Nell’attesa di una soluzione sul piano geopolitico, la domanda è concreta: dove trovare le risorse per alleviare questi aumenti?
“In linea di massima – risponde l’associazione mestrina – le strade possibili sono un paio e nessuna è priva di controindicazioni”.
La prima è “mitigare i prezzi con taglio delle uscite. Nel 2026, al netto degli interessi, la spesa pubblica del nostro Paese toccherà il livello record di quasi 1.090 miliardi di euro: una contrazione anche solo dell’1% libererebbe quasi 11 miliardi di euro, risorse che potrebbero essere destinate a contenere gli aumenti dei prezzi di benzina, diesel e, in vista del prossimo inverno, anche di luce e gas. E’ vero che una parte consistente di queste uscite è già stata impegnata e nessuno, tanto meno noi, ha in mente di intervenire tagliando lo stato sociale. Ci mancherebbe altro. Tuttavia, esistono ancora capitoli di bilancio sui quali sarebbe possibile intervenire, tagliando sprechi, sperperi e inefficienze. Ricordiamo, a titolo esemplificativo, che gli italiani beneficiano ogni anno di ben 130 miliardi di euro di agevolazioni fiscali tra deduzioni e detrazioni. Ci chiediamo: vista la situazione di emergenza che stiamo attraversando, non sarebbe possibile, attraverso un’attenta razionalizzazione di tali benefici, recuperare una decina di miliardi di euro da destinare al contrasto del caro carburante?”
L’alternativa? Per la Cgia è la strada più concreta, ovvero lo sforamento del tetto del debito, con il dito puntato verso Bruxelles: “A tre mesi dalla fine dell’anno, ridurre le uscite di bilancio appare un’operazione tecnicamente difficile da realizzare. Resta quindi aperta la domanda su dove reperire le risorse necessarie per alleggerire il peso del caro carburante. Mentre i prezzi di benzina e diesel continuano a salire in tutto il continente, l’Unione europea, a differenza di quanto avvenne nel 2022 dopo lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, non ha concesso ai Paesi membri la possibilità di superare i vincoli di bilancio per compensare almeno in parte i rincari. Si tratta di una scelta molto discutibile, che rischia di innescare la protesta soprattutto delle categorie professionali più esposte all’aumento dei costi dei carburanti: autotrasportatori, pescatori e agricoltori sono in stato di agitazione in tutta Europa. Certo, aumentando il debito finiremmo per scaricare il problema sulle generazioni future, senza risolverlo strutturalmente. D’altra parte, però, daremmo un po’ di ossigeno a tanti automobilisti e ad altrettante attività economiche, che potrebbero recuperare un po’ di liquidità per riuscire a tirare avanti”.
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