Come si riporta la gente a vivere in un paese? Ci sono mille modi, tutti probabilmente inutili. Uno è così ingenuo da sembrare una battuta: dare un reddito di paesitudine. Una paga, cioè, per chi sceglie di restare dove il resto del mondo ha deciso di non stare più, per chi tiene aperta la porta di una casa, accende il fuoco d’inverno, manda i figli a una scuola dove le classi sono diventate pluriclassi.
In alcuni Paesi qualcosa di simile lo fanno davvero. In Italia no. Da noi, al massimo, esistono i piccoli incentivi della legge 158 del 2017 per i comuni sotto i cinquemila abitanti e i bonus regionali per chi compra casa o apre una bottega nei paesi a rischio; e in una trentina di comuni del Trentino che si stanno svuotando ci sono contributi a fondo perduto fino a 100mila euro per comprare o ristrutturare casa. Ci sono poi gli esempi stranieri che ogni tanto rimbalzano sui giornali come favole di un altrove più saggio: l’Irlanda che finanzia, sempre a fondo perduto, la ristrutturazione delle case vuote nei centri rurali, la Spagna che premia i nuovi residenti, il villaggio svizzero di Albinen che paga chi va a viverci, l’Alaska che ogni anno versa un dividendo a chiunque abiti sul suo ghiaccio e sul suo petrolio.
Tutti questi tentativi hanno una cosa in comune, e non è il successo. Nessuno ha mai tenuto in piedi un paese da solo. Il denaro che arriva in un posto senza scuola, senza ambulatorio, senza un autobus che parta all’ora giusta e senza un lavoro che si possa fare lì viene incassato con gratitudine e portato altrove, insieme a chi lo ha ricevuto. Un assegno non è una ragione per restare. È, al massimo, il compenso di una rinuncia, e chi parte lo sa meglio di chi scrive le leggi.
Se il problema non è il denaro, allora qual è? Per rispondere abbiamo fatto la cosa che di solito si evita quando si parla di entroterra, un tema su cui si discute quasi sempre e solo di sentimenti: abbiamo contato. Abbiamo preso i 377 comuni dell’Isola, uno per uno, con i loro abitanti e i loro chilometri quadrati, e ne abbiamo raggruppati 273 in sedici territori che hanno in comune un mestiere, un prodotto, un paesaggio. Per ciascuno abbiamo incrociato la geografia, l’agronomia, i numeri dell’economia e la struttura delle imprese. Poi abbiamo immaginato un nuovo Piano di Rinascita da sei miliardi di euro in dieci anni e ne abbiamo calcolato gli effetti su trent’anni, compresi i posti di lavoro che potrebbe creare, con le regole di bilancio che il Governo usa quando difende il Superbonus al 110 per cento. Il risultato è poco trionfale ma sicuramente interessante. Il Piano, da solo, non ferma lo spopolamento. Lo rallenta, e lo rallenta soltanto se i paesi accettano di smettere di essere duecentosettantatré per diventare quarantasei.
Un’Isola di paesi piccoli
Bisogna cominciare dalle dimensioni. Le dimensioni contano sempre. La Sardegna oggi ha 1.554.490 abitanti, a sommare le stime dell’Istat al primo gennaio 2026 dei suoi 377 comuni, e quasi tutti quei comuni sono piccoli in un modo che a chi vive sul continente riesce difficile immaginare. Centotrentatré hanno meno di mille residenti. Duecentosettantanove meno di tremila. Trecentodiciannove meno di cinquemila. È un’Isola di paesi, non di città, e la maggior parte di questi paesi, con gli strumenti di oggi, sta perdendo abitanti a un ritmo che nessuna stagione favorevole può correggere.
Il motivo sta nelle nascite e nelle morti, prima ancora che nelle partenze. Nel 2024 sono nati 7.052 bambini e sono morte 18.519 persone: un saldo naturale negativo di oltre undicimila unità in dodici mesi, come se ogni anno sparisse, senza che nessuno lo chiuda formalmente, un paese di medie dimensioni. La fecondità è stimata tra 0,89 e 1,00 figli per donna, la più bassa d’Italia e fra le più basse del mondo. Le proiezioni dell’Istat portano la popolazione dell’isola a circa 1,24 milioni di abitanti nel 2050, con gli ultrasessantacinquenni al 42,2 per cento. Trentuno comuni rischiano di estinguersi entro quella data, e la provincia di Nuoro, la più provata già oggi, è destinata a perdere un altro 25,4 per cento.
Non è un declino uniforme, ed è il punto che i discorsi generali sullo spopolamento tendono a nascondere. Cagliari regge, regge la costa nord-orientale, perché lì arrivano residenti, turisti, seconde case, lavoro stagionale. A cedere è la fascia di mezzo, quella che va dalla Barbagia alla Marmilla, il tratto montuoso e collinare dove la terra è dura, le strade sono lente e le distanze dai servizi crescono a ogni chilometro.
Chi vive in un paese di quattrocento abitanti non vede una curva su un grafico. Vede la scuola che accorpa le classi, il medico che va in pensione e non viene sostituito, il bar che abbassa la saracinesca per l’ultima volta. Vede i figli che partono per studiare e non tornano più, perché tornare vorrebbe dire cercare un lavoro che non c’è in un posto dove, la sera, non c’è più niente da fare.
Questo quadro serve a due cose. Fissa il termine di paragone giusto: il metro di un piano di sviluppo non è il presente, ma il futuro che si avrebbe senza fare nulla. E spiega perché un piano pensato comune per comune è destinato a fallire. Un paese di trecento abitanti non può sostenere da solo un presidio sanitario, una scuola secondaria, un ufficio tecnico capace di partecipare a un bando europeo, una polizia locale che non sia una persona sola. La scala del problema è quella delle regioni storiche, non quella delle singole anagrafi.
Una mappa di mestieri
Per disegnare i nuovi confini abbiamo messo da parte quelli esistenti. Le province, che in Sardegna sono nate, abolite e rinate negli ultimi vent’anni, separano territori che hanno la stessa vita e uniscono territori che non hanno niente in comune. Il criterio che abbiamo usato è un altro, più antico: il mestiere. Dove un prodotto, un sapere artigianale o un paesaggio coltivato tiene insieme un gruppo di paesi, lì c’è un distretto.
L’idea ha una storia scientifica che conviene richiamare. Alfred Marshall, a fine Ottocento, descrisse l’”atmosfera industrial” di certi territori in cui imprese piccole, vicine e specializzate si scambiano saperi, manodopera e fornitori. Giacomo Becattini la riportò all’Italia con il distretto industriale marshalliano, una comunità di persone e di imprese in un’area circoscritta, e l’Istat ne ha fatto un criterio statistico, individuando i distretti a partire dai sistemi locali del lavoro, cioè dalle aree dentro cui le persone si spostano ogni giorno per lavorare. Michael Porter, negli anni Novanta, ha dato allo stesso fenomeno un altro nome, cluster, e un’altra spiegazione: la concentrazione geografica di imprese collegate rende ciascuna più produttiva e più capace di innovare.
Il rapporto dell’Istat sui distretti industriali del 2011 ne contava 141 in Italia, con 4,9 milioni di addetti, il 24,5 per cento dell’occupazione dei sistemi locali in cui ricadono; quindici erano distretti alimentari. La Sardegna ne aveva quattro, con 16.626 addetti, lo 0,3 per cento del totale nazionale: due alimentari, Thiesi e Fonni, uno dei beni per la casa e uno del tessile e dell’abbigliamento. Thiesi e Fonni cadono dentro due dei nostri distretti, il Meilogu e la Barbagia di Ollolai. Non abbiamo inventato i mestieri: abbiamo riconosciuto quelli che la statistica ufficiale aveva già visto.
Per l’agroalimentare e le aree rurali la legge di orientamento del 2001, il decreto legislativo 228, ha previsto i distretti rurali e i distretti agroalimentari di qualità, affidandone alle Regioni la delimitazione. La letteratura ne ha segnalato presto i limiti. Elisa Montresor e Francesco Pecci, nel 2005, osservavano che far coincidere il sistema locale con l’area di un disciplinare Dop o Igp non sempre funziona, che nelle aree rurali il legame tra imprese e prodotto è meno univoco che in una fabbrica, e che l’analisi va condotta su due piani, quello di filiera e quello territoriale, individuando solo dopo i sistemi locali; per le aree svantaggiate indicavano di guardare agli anelli più deboli delle filiere. Abbiamo seguito questa indicazione e per ogni distretto abbiamo posto quattro domande. Che cosa permette la geografia, cioè altitudine, suoli, distanze. Che cosa permette l’agronomia, cioè superfici, rese, parassiti. Che cosa dice l’economia, cioè volumi, prezzi, mercati. E che cosa esiste di impresa, cioè chi raccoglie, chi trasforma, chi vende, quante persone ci lavorano.
A queste domande la politica ha già risposto, in parte, con un’altra geografia. La Strategia nazionale per le aree interne ha selezionato in Sardegna, per il ciclo 2014-2020, l’Alta Marmilla, con 19 comuni e 8.971 abitanti nel 2020, e il Gennargentu-Mandrolisai, con 11 comuni e 13.199 abitanti; per il 2021-2027 ha aggiunto la Barbagia, con 15.813 abitanti, e la Valle del Cedrino. Le tre aree che si sovrappongono ai nostri distretti hanno perso tra il 2011 e il 2020 il 12,01, il 12,96 e l’8,79 per cento della popolazione, e il tempo medio per raggiungere i servizi essenziali è di 39 minuti nell’Alta Marmilla, di 64 in Barbagia e di quasi 70 nel Gennargentu-Mandrolisai. È il dato che motiva tutto il resto di questa inchiesta: i servizi sono lontani anche più di un’ora, e la proposta del supercomune li porta entro i venti minuti.
Una luce scoccata dai castagni
Partiamo dal castagno. Aritzo, Belvì, Tonara e Desulo, a cui abbiamo aggiunto Gadoni e altri cinque comuni del versante (Tiana, Teti, Seulo, Ovodda, Austis), formano il distretto della castagna, della nocciola e del torrone. Il nucleo originario è fatto di cinque paesi che a stento riempirebbero un grosso condominio di periferia: Desulo ha 1.995 abitanti, Tonara 1.806, Aritzo 1.272, Gadoni 638, Belvì 529, in tutto 6.240. Con i comuni aggiunti si arriva a 10.104 residenti su 477 chilometri quadrati, ventuno abitanti per chilometro quadrato contro i sessantacinque della media regionale. Sono montagne dove si è vissuto di neve, fino ai primi del Novecento, e poi di castagne, di pastorizia e di torrone.
La geografia lavora a favore. Il castagno da frutto chiede quote medie e suoli acidi, e il Gennargentu glieli offre: Aritzo sta a 800 metri, e circa il 90 per cento dei castagneti sardi è concentrato nei comuni della Barbagia, del Mandrolisai e del Gennargentu. Sull’Isola ci sono circa 2.300 ettari di castagneto, dei quali 1.300 da frutto: 420 a Desulo, 280 a Tonara, 220 ad Aritzo, 170 a Belvì, e circa 200 tra Gadoni, Sorgono, Atzara, Meana, Tiana, Ovodda, Teti e Ollolai.
Ma è qui che l’agronomia e l’economia chiedono di essere guardate negli occhi. Secondo l’Istat la Sardegna produceva, nella media 2004-2008, 373 tonnellate di castagne, l’1 per cento della produzione italiana, per un valore di 411.000 euro; l’Associazione castagnicola di Desulo parla di circa 300.000 euro l’anno. Le fonti non concordano nemmeno sulla superficie, 563 ettari nel censimento Istat del 2010 e 1.300 ettari secondo l’inventario forestale e l’associazione, ma qualunque sia la cifra giusta la resa reale è una frazione di quella possibile: tra i 3 e i 7 quintali per ettaro, quando un castagneto in piena produzione, con 100-120 piante per ettaro e circa 40 chili a pianta, ne può dare 40. Le stime che la Coldiretti ha diffuso nel 2016 collocavano il valore vendibile del castagneto sardo, a regime, intorno ai 16 milioni di euro, cinquanta volte il valore di allora. I conti tornano: 1.300 ettari per 40 quintali fanno 5.200 tonnellate, che valgono 5 milioni di euro a un euro al chilo, il prezzo delle castagne piccole, e 21 milioni a quattro, il prezzo dei marroni.
Quello che è successo lo spiegano gli stessi documenti: l’abbandono dei castagneti, la perdita di salute e di produttività degli alberi e, all’inizio degli anni Duemila, il cinipide, la vespa cinese del castagno, che ha tagliato i raccolti del 50-70 per cento. Dal 2007 le agenzie regionali Laore e Agris hanno avviato un piano di ristrutturazione con potature, innesti, selezione delle varietà locali e lotta biologica, e Belvì è stata tra le prime aree a introdurre l’antagonista naturale del parassita. Nel 2024 la rete produttiva contava circa quindici aziende specializzate, oltre a molti hobbisti: una di esse, a Belvì, ha undici ettari di castagneto, un’altra, a Tonara, tre in produzione che diventeranno quattro. È il quadro nazionale in piccolo: il censimento del 2010 contava in Italia 30.252 aziende con castagneto da frutto, l’80 per cento delle quali sotto i cinque ettari, con un carico medio di 11 ettari per unità di lavoro, secondo il Crea.
La questione del volume
Qui sta la questione che il Piano dovrebbe risolvere, la chiameremo questione del volume. Un’industria di trasformazione, che sia un laboratorio di torrone o una linea di farina di castagne, ha bisogno di materia prima regolare e prevedibile, non di pochi quintali raccolti qua e là: oggi, secondo l’associazione di Desulo, l’80 per cento del raccolto va al consumo fresco o secco, il 10 per cento alla pasticceria e il 10 per cento ai mangimi. Il Piano, prima di finanziare una fabbrica, finanzia la filiera di raccolta: il recupero degli impianti, la lotta al cinipide, centri comuni di raccolta e di calibratura, la cooperazione tra i piccoli proprietari. Solo quando le tonnellate saranno un multiplo di quelle di oggi la trasformazione avrà senso. È quello che la letteratura sui distretti rurali chiama attenzione agli anelli deboli della filiera, e nel Gennargentu l’anello debole è la raccolta, non la vendita.
La nocciola entra come complemento e non come scommessa. Il nocciolo è una coltura meccanizzabile e a costi di gestione relativamente bassi, ma il mercato italiano è dominato da 72.000 ettari e 85.000 tonnellate di produzione nazionale concentrate altrove, e la stessa Confagricoltura avverte del rischio di allargare gli impianti in zone non vocate. Il Gennargentu non può competere sul volume: può competere sul prodotto finito, il torrone di Tonara, quello di noci e nocciole di Aritzo, quello al miele di corbezzolo e di castagno di Desulo. Le statistiche sulla superficie a nocciolo del distretto non esistono, nelle fonti che abbiamo potuto consultare.
Sedici distretti
Lo stesso ragionamento, ripetuto per tutta l’isola, produce sedici distretti: 273 comuni, 454.249 abitanti, il 29,2 per cento dei sardi, su circa 15.600 chilometri quadrati. Sono i luoghi dove i paesi sono più piccoli: centoventiquattro dei centotrentatré comuni sardi sotto i mille abitanti stanno lì dentro. Restano fuori i centoquattro comuni delle aree urbane e costiere, la conurbazione di Cagliari, Sassari, Olbia, Oristano e le loro cinture, con 1.100.241 residenti: non perché non abbiano problemi, ma perché il loro problema è diverso e richiede un altro piano.
Dietro il Gennargentu, sul versante occidentale, il Mandrolisai e Samugheo mettono insieme quattordici comuni e 11.838 abitanti attorno al vino, al pane e al tessuto: a Samugheo il telaio è ancora un mestiere, anche se rischia di diventare un souvenir. Più a sud c’è la Marmilla, il distretto più frammentato dell’isola, con trentotto comuni e 43.245 abitanti, ventisette dei quali sotto i mille. Qui la geografia cambia registro, perché accanto alla Giara si apre la pianura del Campidano: ettari ed ettari di terra non coltivata, sottratta all’agricoltura dall’abbandono. È da lì che il distretto potrebbe nascere, e i numeri dicono con quale cautela. Lo zafferano, l’immagine con cui il territorio si racconta, occupa in tutta la Sardegna circa 35 ettari, una ventina dei quali a San Gavino Monreale, e ne vivono nove produttori: la spezia vale molto, trecento fiori fanno un grammo e si raccolgono a mano, ma è una coltura di nicchia che da sola non può sostenere un distretto di quarantatremila persone. Accanto la terra offre quello che offre da sempre, cereali, olivo, legumi e, a San Gavino, il riso, con quarantacinque o cinquanta ettari e otto addetti secondo i produttori locali. Il distretto, più che dello zafferano, è dunque di un’agricoltura di pianura da rimettere in coltura, con lo zafferano come marchio.
Il mercato e la pianura
La Trexenta e il Parteolla, ventuno comuni e 49.135 abitanti, sono la terra del grano e del vino alle porte di Cagliari, e hanno il vantaggio di una pianura vicina al mercato più grande dell’isola. Il Sarcidano, quattordici comuni e 17.031 abitanti, è un territorio agropastorale: a Nurri si coltivano cereali, uva da vino e olivo e si fanno formaggi, a Laconi si fanno vino, pecorino e un dolce antico a base di mosto cotto, il pane di sapa, mentre la lavorazione del legno, del ferro e della pietra, le mole sarde e i coltelli alimentano un artigianato che è già un mestiere. Se sia il distretto dei cereali o altro, i dati che abbiamo non permettono di dirlo con la sicurezza del Gennargentu: la vocazione c’è, la misura no. Il Gerrei e il Sarrabus, dieci comuni e 19.424 abitanti, guardano verso la costa e verso gli agrumi: in Sardegna gli agrumeti coprono circa 4.000 ettari, 1.700 dei quali nella provincia di Cagliari, in aziende minuscole, di otto decimi di ettaro in media, e il Sarrabus, tra Muravera e Villaputzu, è il cuore delle clementine. Il miele e le erbe aromatiche sono attività produttive possibili in un territorio di macchia e di fioriture, ma anche per queste non abbiamo trovato statistiche, e le indichiamo come ipotesi.
Intrecci
Verso occidente il Montiferro e la Planargia, diciannove comuni e 25.627 abitanti, hanno l’olivo e la malvasia di Bosa, ma anche il latte: sul Montiferro vivono la vacca sardo-modicana e la bruna sarda, da cui nasce il casizolu, presidio Slow Food con appena tre produttori, due a Santu Lussurgiu e uno a Paulilatino. I numeri su oliveti e vigneti mancano, e il distretto va studiato prima di essere finanziato. Il Marghine e il Guilcer, venticinque comuni e 35.185 abitanti, sono il paese del latte e del pecorino, con quattordici comuni sotto i mille abitanti; il Meilogu e i Coros, ventinove comuni e 49.401 abitanti, quello dei cereali, dell’olio e dei formaggi, e contengono il distretto alimentare di Thiesi riconosciuto dall’Istat. A nord l’Anglona e il Coghinas, tredici comuni e 21.815 abitanti, vivono di intreccio, di vermentino e di Castelsardo. La Gallura interna, dodici comuni e 36.585 abitanti, è l’unico distretto dove esiste già un’industria vera: il sughero.
La Sardegna ha l’83 per cento della superficie italiana a sughereta e produce oltre 140mila quintali l’anno, l’80 per cento del totale nazionale; il polo di Calangianus e Tempio supera i 190 milioni di fatturato, e un solo gruppo, il Molinas, ha 400 dipendenti. Il Goceano e il Monte Acuto, diciassette comuni e 30.771 abitanti, hanno il granito. Nel cuore orientale della montagna la Barbagia di Ollolai e Mamoiada, sedici comuni e 24.848 abitanti, produce pecorino e vino ed è il territorio di Fonni, l’altro distretto alimentare dell’Istat; l’Ogliastra interna, quindici comuni e 25.241 abitanti, vive di pastorizia e di artigianato; il Supramonte, il più compatto con cinque comuni e 22.836 abitanti, di olio e di vino.
A sud-ovest il Sulcis e l’Iglesiente, quindici comuni e 31.163 abitanti, sono la terra del Carignano: il Doc, riconosciuto nel 1977, copre appena 314 ettari su circa 1.700 coltivati a Carignano nell’area, in gran parte vecchie viti a piede franco di cinquanta o cento anni sui suoli sabbiosi di Sant’Antioco e San Pietro. C’è dunque margine per portare più vigneto dentro la denominazione, e si può discutere di quali altre colture impiantare accanto, ma è un punto che i dati non chiudono e che resta, come l’olio del Supramonte, un’ipotesi da verificare.
Le specialità non pesano tutte allo stesso modo, ed è giusto dirlo. Alcune hanno già un marchio e un mercato: il sughero di Calangianus, il vino del Mandrolisai, il Carignano del Sulcis, il torrone di Tonara, il tessuto di Samugheo. Altre sono potenzialità da costruire: l’olio e il vino del Supramonte, la pastorizia e l’artigianato dell’Ogliastra, l’agricoltura di pianura della Marmilla e della Trexenta. Nel 2024 i prodotti sardi a denominazione valevano 548 milioni di euro, 405 il cibo e 143 il vino, con il Pecorino Romano da solo a 338: una base solida, ma concentrata su un solo prodotto. Nessun distretto, tranne forse la Gallura, ha oggi la massa critica per reggere un investimento senza costruirla prima. Non pretendiamo che ognuno abbia una vocazione scritta a priori: diciamo che ciascuno ha saperi, paesaggio e produzioni su cui un investimento pubblico ha una ragionevole probabilità di non cadere nel vuoto, purché sia commisurato a ciò che la terra e il mercato possono assorbire. I confini restano una proposta, e ammettono discussione: San Gavino Monreale, per esempio, con quasi ottomila abitanti, fa più da polo di servizi che da paese a rischio.
Il piano che manca
La Sardegna ha già avuto un Piano di Rinascita, e vale la pena ricordare come andò. La legge 588 del 1962 stanziò quattrocento miliardi di lire in tredici anni; nel 1974 la legge 268 ne aggiunse seicento. Era un’idea grande, con un nome che prometteva una resurrezione. Ma le risorse andarono in gran parte ai poli industriali, il petrolchimico di Porto Torres, le raffinerie, le aree attorno a Cagliari, e le zone interne restarono ai margini. Le fabbriche arrivarono perché c’erano gli incentivi e se ne andarono quando gli incentivi finirono; la distanza, l’insularità, la dispersione dei centri abitati, che erano le vere diseconomie dell’isola, rimasero dove erano.
Il piano che immaginiamo rovescia il metodo. Vale sei miliardi di euro, da spendere tra il 2027 e il 2036 con un profilo a campana: il cinque per cento nel primo anno, quando i progetti devono ancora nascere, fino al tredici nel quinto e nel sesto, per scendere all’otto nell’ultimo. La cifra sembra enorme, ma è il 4,6 per cento dei 131,5 miliardi che il Superbonus 110 per cento è costato allo Stato. La differenza sta in dove va a finire: concentrata su 454.249 persone fa 13.209 euro per abitante, contro i circa 2.229 euro per cittadino italiano spesi con il Superbonus. È un’intensità volutamente alta, perché in territori così fragili le soglie sotto le quali un intervento non cambia nulla sono alte.
Il riparto tra i distretti segue una regola semplice e dichiaratamente di parte. Il quaranta per cento delle risorse è diviso in parti uguali, centocinquanta milioni a distretto, perché ogni area abbia una dotazione minima sotto la quale nessun progetto ha senso; il sessanta per cento è distribuito in proporzione agli abitanti.
Ne esce un’assegnazione che va dai 230 milioni del Gennargentu e dai 244 del Mandrolisai e Samugheo ai 539 della Trexenta e ai 542 del Meilogu e Coros. Ma in valore pro capite le proporzioni si capovolgono: i distretti più piccoli ricevono circa il doppio dei più grandi, 22.800 euro per abitante nel Gennargentu e 20.600 nel Mandrolisai contro gli 11.000 della Trexenta. È una perequazione voluta, perché il costo di tenere in vita un servizio non diminuisce al diminuire di chi lo usa.
Come si spende
Dentro ciascun distretto la spesa si divide in tre parti. Il trentacinque per cento, due miliardi e cento milioni, va alla capacità produttiva: alla trasformazione e al confezionamento delle produzioni tipiche, alle cooperative di raccolta, ai laboratori condivisi, al marchio e alla vendita, alla ricerca applicata al lavoro di contadini e artigiani. Il trenta per cento, un miliardo e ottocento milioni, va ai servizi di prossimità del supercomune: un poliambulatorio con medici e infermieri in organico, scuole dell’infanzia e dell’obbligo aperte tutto l’anno, trasporto a chiamata, uno sportello unico per i cittadini e per le imprese. Il restante trentacinque per cento, altri due miliardi e cento milioni, finanzia il contorno senza il quale il resto non regge: la fibra, il recupero delle case vuote da offrire a chi arriva, le strade tra i paesi del distretto, la formazione dei giovani nei mestieri del territorio.
Le vocazioni danno a ciascuna parte un contenuto diverso. Nel Gennargentu vuol dire un centro di trasformazione per castagne e nocciole che sostituisca le tante lavorazioni familiari con una filiera certificabile, un polo del torrone di Tonara aperto ai visitatori, la cura dei castagneti secolari contro il cinipide. Nella Marmilla, la filiera dello zafferano dal campo alla spezia in busta e il turismo archeologico attorno a Barumini; nel Montiferro e nella Planargia, il recupero degli oliveti abbandonati e un sistema cooperativo di frantoi; a Samugheo, un museo vivo del tessuto e un laboratorio di design per fare del telaio il mestiere di domani e non un souvenir; a Calangianus, la trasformazione del sughero in prodotti ad alto valore, non soltanto in tappi. Nell’Ogliastra e nel Supramonte l’ospitalità diffusa e i cammini, nella Trexenta e nel Meilogu il grano duro e le farine sarde, tracciate fino al pane. Dove i paesi sono piccolissimi, come nel Marghine e attorno a Ollolai, il piano punta soprattutto ai servizi e alla permanenza dei giovani.
C’è poi una clausola che distingue questo piano da quelli che lo hanno preceduto. I fondi di ogni distretto vengono sbloccati per tappe, e la prima tappa, quella che libera il trenta per cento destinato ai servizi e all’assistenza tecnica, è la nascita del supercomune. Senza la fusione dei comuni del distretto non si parte. È il cardine del progetto, non un accessorio; ma prima di spiegare perché bisogna vedere se i conti stanno in piedi.
Fare i conti come per il Superbonus
Quando il Governo finanziò il Superbonus al 110 per cento sostenne che la misura si sarebbe in parte ripagata da sola, con l’attività economica che avrebbe generato. Il conto finale fu di circa 131,5 miliardi di euro per circa 125 miliardi di lavori su circa mezzo milione di edifici. Secondo le stime riprese dalla stampa, il costo netto, tolti gli effetti su gettito e prodotto interno, sarebbe stato di circa sessanta miliardi a fronte di un effetto sul Pil di circa novantuno. Ma la Corte dei conti europea e molti economisti hanno osservato che circa il 27 per cento dei lavori sarebbe stato fatto comunque, e che i moltiplicatori degli investimenti pubblici usati dalle istituzioni italiane stanno tra 1,0 e 1,2, non vicino a 2. E nel Mezzogiorno, secondo una stima di Prometeia, di ogni cento euro spesi ne restano sul territorio appena cinquantaquattro.
Per il nostro piano abbiamo costruito lo stesso tipo di bilancio, con tre differenze. Contiamo anche il costo di gestione dei servizi che il piano crea, perché una scuola aperta costa ogni anno, per sempre. Attualizziamo tutto al due per cento reale, perché un euro del 2056 non vale un euro del 2027. E lavoriamo su tre scenari, prudente, centrale e ambizioso, che variano cinque ipotesi insieme: la quota di spesa che esce dal territorio, dal 45 al 25 per cento; il moltiplicatore sulla parte che resta, da 0,4 a 0,8; il rendimento annuo del capitale produttivo, dall’8 al 16 per cento; il risparmio che le fusioni producono sulla spesa corrente dei comuni, dal 5 al 12 per cento su una base di milleduecento euro per abitante; l’aliquota fiscale sul prodotto aggiuntivo, dal 30 al 35 per cento. Sono ipotesi nostre, esplicite, e non previsioni. Servono a mostrare quanto il risultato dipenda da ciò che si assume.
Con queste ipotesi il piano costa, in valore attuale, 6,99 miliardi di euro: i sei miliardi di investimento più circa 2,3 miliardi di spesa di gestione dei servizi in trent’anni, il tutto attualizzato. Il prodotto interno aggiuntivo generato nello stesso periodo è, sempre in valore attuale, di 6,17 miliardi nello scenario prudente, 8,64 nel centrale e 11,32 nell’ambizioso: nei termini del Superbonus, un rapporto tra Pil e costo lordo di 0,88, 1,24 e 1,62, contro lo 0,7 circa del Superbonus. Ma il confronto va letto con cautela. Più della metà del Pil aggiuntivo, in tutti e tre gli scenari, nasce dalla domanda dei cantieri e della spesa, e finisce quando i lavori finiscono. Il resto, da 2,03 a 4,07 miliardi, viene dalla capacità produttiva che resta nei distretti e continua a lavorare dopo il 2036. È questa seconda parte, la più lenta e la più incerta, a distinguere un piano di sviluppo da un grande appalto.
Il ritorno previsto
Il ritorno per le casse pubbliche è più modesto. Il gettito fiscale aggiuntivo vale 1,85 miliardi nello scenario prudente, 2,85 nel centrale, 3,96 nell’ambizioso; a questi si aggiungono i risparmi di spesa corrente delle fusioni, 0,56, 0,89 e 1,34 miliardi. Il piano si ripaga così per il 35 per cento nello scenario prudente, per il 54 nel centrale e per il 76 nell’ambizioso. Il costo netto per le finanze pubbliche resta di 4,58, 3,25 e 1,69 miliardi: in nessuno scenario il piano va in pareggio. Il Superbonus fu presentato a lungo come una misura che si pagava da sola; questo piano non si può vendere così, e va difeso per quello che è, una spesa di coesione con un ritorno parziale ma reale.
L’effetto sul lavoro e sulla popolazione è il dato che pesa di più, ed è anche il più deludente. A regime, nel 2056, le attività create dal piano sostengono 2.845 posti di lavoro permanenti nello scenario prudente, 4.380 nel centrale e 5.975 nell’ambizioso, indotto compreso. Assumendo due residenti per ogni posto di lavoro, è la quota di popolazione che il piano trattiene: tra 5.690 e 11.950 persone. Senza il piano, applicando ai distretti la contrazione che l’Istat prevede per l’isola, i 454.249 abitanti di oggi diventerebbero circa 314.900 nel 2056, il 30,7 per cento in meno. Con il piano diventano 320.600, 323.700 o 326.900: il calo scende a un valore tra il 29,4 e il 28,0 per cento. Il piano non inverte il declino. Nello scenario centrale lo riduce di due punti percentuali.
Divisa per il numero di persone trattenute, la cifra è imbarazzante: il costo netto a carico della collettività per ogni abitante che resta in più è di circa 805.000 euro nello scenario prudente, 371.000 nel centrale e 141.000 nell’ambizioso. Lo diciamo per onestà contabile. Se l’obiettivo fosse soltanto demografico, il piano non reggerebbe il confronto con strumenti più economici. Regge, invece, se lo si giudica per ciò che trasforma: la qualità dei servizi per chi nei distretti vive comunque, la tenuta di produzioni che altrimenti scomparirebbero, il presidio di un territorio esposto a incendi e dissesto idrogeologico. Sono benefici reali, che i nostri scenari non monetizzano.
Quanti posti di lavoro creerebbe
Il modello distingue tre tipi di occupazione. Il primo è quella dei cantieri, che dura quanto durano i lavori. Per stimarla abbiamo assunto che metà della spesa sia di tipo edilizio e abbiamo applicato il coefficiente che l’Ance e l’Istat hanno calcolato nel 2016: un miliardo di spesa aggiuntiva in costruzioni attiva 15.555 unità di lavoro, 9.942 nel settore e 5.613 nei settori collegati, cioè circa 15,6 per ogni milione, al netto della quota che esce dall’isola. Ne risultano tra 25.700 e 35.000 unità di lavoro-anno in dieci anni, 30.300 nello scenario centrale, con un picco di circa 3.900 persone equivalenti a tempo pieno nell’anno di massima spesa. Sono posti veri ma temporanei, e non vanno sommati agli altri.
Il secondo tipo è l’occupazione permanente nelle attività produttive. A regime, nel 2036, il piano sostiene 4.236 posti nello scenario prudente, 6.522 nel centrale e 8.897 nell’ambizioso; poi il numero scende, a 2.845, 4.380 e 5.975 nel 2056, perché il modello ammortizza il capitale al tre per cento l’anno e non prevede reinvestimenti. È un’ipotesi prudente e anche una lezione: i posti creati da un impianto non durano se nessuno lo rinnova. Il terzo tipo è il personale dei servizi che il piano finanzia, circa 1.400 persone in tutti gli scenari, calcolate assumendo che il settanta per cento della spesa corrente sia lavoro e che un posto costi 45.000 euro l’anno.
Per distretto, nello scenario centrale, i posti produttivi permanenti nel 2036 vanno da 250 nel Gennargentu e 265 nel Mandrolisai a 536 nella Marmilla, 586 nella Trexenta e 589 nel Meilogu; nel 2056 ne restano 168 nel Gennargentu, 360 nella Marmilla, 321 nella Gallura interna e 290 nel Sulcis e nell’Iglesiente, con forbici tra lo scenario prudente e l’ambizioso che per il Gennargentu vanno da 109 a 229 e per la Marmilla da 234 a 491. Sono numeri piccoli, e non potrebbe essere altrimenti in territori dove il distretto medio ha meno di trentamila abitanti.
Qui l’agronomia mette un limite al modello. Nel Gennargentu 1.300 ettari di castagneto a quaranta quintali fanno 5.200 tonnellate, da 5 a 21 milioni di euro secondo il prezzo, e la Coldiretti ne stima 16 a regime; la produzione reale, 373 tonnellate, è circa il sette per cento del potenziale. Con undici ettari per unità di lavoro, il parametro nazionale del Crea, la coltura a pieno regime occuperebbe circa 118 persone equivalenti. Il valore aggiunto che il nostro modello assegna al distretto a regime è di 6,4, 9,7 e 12,9 milioni l’anno: se assumiamo, ed è un’ipotesi nostra, che il valore aggiunto sia il quaranta per cento del fatturato, lo scenario prudente equivale già alla piena realizzazione del potenziale del castagno. Lo scenario ambizioso non è plausibile con la sola castagna. Il distretto ha bisogno di un portafoglio, nocciola, miele, allevamento, legno, artigianato e turismo, e lo stesso vale per la Marmilla, dove 173 milioni di capacità produttiva non possono poggiare su 35 ettari di zafferano. Il Piano deve quindi essere tarato su ciò che la terra e il mercato assorbono, non sulla cifra da spendere, e per questo i fondi di ogni distretto andranno sbloccati solo contro piani di filiera con volumi, prezzi e acquirenti dichiarati.
Duecentosettantatré paesi, quarantasei comuni
La condizione che il piano pone ai distretti è la fusione. Accorpando i comuni di ciascun territorio in unità di circa diecimila abitanti, i 273 diventano 46 Supercomuni: uno per il Gennargentu, con i suoi 10.104 abitanti, uno per il Mandrolisai e Samugheo, con 11.838; quattro per la Marmilla, tre per il Montiferro e la Planargia, cinque per la Trexenta e cinque per il Meilogu, e così via. Sull’intera isola i comuni passerebbero da 377 a 150. Il caso di scuola è quello da cui siamo partiti. Desulo, Aritzo, Belvì, Tonara, Gadoni e i loro vicini diventerebbero un solo comune, con un consiglio, un sindaco, un ufficio tecnico, un corpo di polizia locale, un bilancio, un piano urbanistico, un ambulatorio ben fornito.
L’argomento più solido a favore è la scala. La spesa pro capite dei comuni italiani ha un andamento a U: tocca il minimo tra i 5mila e i 9.999 abitanti, 683 euro per abitante, e sale sia verso i comuni molto piccoli sia verso quelli molto grandi. I comuni sotto i mille abitanti spendono circa il doppio per cittadino. Non è spreco, è la geometria dei costi fissi: un ufficio tecnico capace di presentare un progetto europeo, un segretario comunale a tempo pieno, un servizio sociale, una scuola secondaria, un ambulatorio costano quasi lo stesso a mille abitanti e a diecimila, e solo i secondi possono permetterseli. Alcune unioni di comuni dell’Emilia-Romagna hanno mostrato risparmi intorno al quattro per cento della spesa; il Ticino, che ha ridotto i suoi comuni da oltre duecento a poco più di cento, è il caso europeo di fusioni riuscite più citato.
Le prove, però, non sono unanimi, e un’inchiesta onesta deve dirlo. Gli studi sulle fusioni mostrano spesso risparmi modesti, concentrati nei costi amministrativi più che nei servizi, e a volte nessun risparmio per i comuni che erano già di dimensioni medie. Per questo nel nostro modello il risparmio da fusione è una variabile con una forbice larga, dal cinque al dodici per cento, e non un beneficio dato per scontato. La ragione per fondere non è spendere meno. È poter avere servizi che i comuni piccoli, da soli, non possono pagare: il medico in organico, lo sportello digitale con personale, il trasporto scolastico razionalizzato.
Il Supercomune non cancella i paesi, ed è il punto su cui la proposta deve essere più chiara. Ciascun ex comune conserva un municipio con uno sportello di prossimità, un consiglio di municipalità con competenze sulla manutenzione locale, sulle feste, sul toponimo, e la propria identità anagrafica e storica: nessuno smette di essere di Desulo o di Belvì. Il principio è che nessun cittadino debba affrontare più di una ventina di minuti di strada per il medico, la scuola dell’obbligo o l’ufficio, e che i servizi specialistici siano concentrati nel centro del Supercomune, con un trasporto a chiamata dai paesi più lontani. In Francia una cosa simile si chiama commune nouvelle. La differenza, qui, sarebbe che la fusione sta al servizio di un piano di sviluppo e non il contrario.
L’ostacolo principale è politico e culturale, prima ancora che giuridico. Nelle regioni del Sud e nelle isole, dal 2012 al 2026, si contano appena quattro fusioni, contro decine nel Nord. Lo Stato riconosce ai comuni che si fondono un contributo pari al sessanta per cento dei trasferimenti del 2010, fino a un massimo di due milioni di euro all’anno, prolungato oltre il decennio: per quarantasei Supercomuni il tetto vale novantadue milioni l’anno, che da solo non basta a convincere un sindaco a rinunciare alla fascia tricolore. In Sardegna la competenza sulle circoscrizioni comunali spetta alla Regione per lo Statuto speciale, agli articoli 3 e 43; il quadro è stato definito dalle leggi regionali 2 del 2016 e 7 del 2021 e ha attraversato anche l’esame della Corte costituzionale, con le sentenze 68 del 2022 e 123 del 2024; ed è prevista la consultazione dei cittadini con un referendum. Il piano dovrebbe dunque accompagnarsi a un lungo periodo di costruzione del consenso e a garanzie esplicite: il mantenimento dei municipi, nessun licenziamento tra i dipendenti comunali, premialità per chi aderisce per primo.
Ciò che il conto non dice
Un esercizio di questo genere vale quanto le sue ipotesi, e le nostre sono fragili in più di un punto. Il moltiplicatore indiretto, tra 0,4 e 0,8, è stato scelto tenendo presente che quelli degli investimenti pubblici stimati dalle istituzioni italiane stanno tra 1,0 e 1,2 su scala nazionale, e che in un territorio piccolo e aperto una quota alta della spesa si disperde fuori: ma resta una scelta nostra. Il rendimento del capitale produttivo, dall’8 al 16 per cento l’anno, presuppone che le filiere create trovino davvero un mercato, e la storia degli incentivi industriali sardi, con le aree attrezzate rimaste vuote, dice che non è scontato. Il rapporto di due residenti per posto di lavoro ignora che molti nuovi occupati verranno da fuori distretto e che molti posti saranno stagionali.
Il modello ha poi un limite più profondo: non misura l’effetto dei servizi sulla scelta di restare o di arrivare, che è probabilmente l’effetto più importante e il più difficile da quantificare. Una scuola che resta aperta, un ambulatorio con un medico in organico, spostano le decisioni delle famiglie in modi che nessun coefficiente può catturare. Allo stesso modo ignora i benefici ambientali, il presidio contro gli incendi e il dissesto, il valore del paesaggio. Se li si monetizzasse, tutti e tre gli scenari migliorerebbero, ma con stime che nessuno di noi saprebbe difendere fino in fondo.
Ci sono poi le obiezioni politiche, e non sono piccole. La prima è che sei miliardi concentrati sul 29 per cento della popolazione sono una scelta distributiva forte, da giustificare davanti al 71 per cento che vive altrove, a cominciare dai quartieri periferici di Cagliari e di Sassari. La risposta possibile è che i territori interni non producono soltanto servizi ma beni pubblici per l’intera isola, dall’acqua alla manutenzione del suolo; ma è una risposta che va costruita, non data per scontata. La seconda obiezione riguarda la capacità amministrativa: l’esperienza dei bandi del Pnrr nei piccoli comuni mostra che molti non hanno le strutture per progettare e rendicontare. Il Supercomune serve anche a questo, ma la transizione è il momento in cui il piano può incepparsi. La terza è la fusione come condizione per i fondi: può essere vissuta come un ricatto, e un piano che nasce contro i sindaci rischia di restare sulla carta.
C’è infine un rischio che somiglia a quello del 1962. Il Piano di Rinascita attirò industrie che arrivarono per gli incentivi e se ne andarono quando gli incentivi finirono; un piano dei distretti rischia di creare imprese e cooperative che vivono finché dura il finanziamento. La difesa sta nella gradualità, nei fondi sbloccati per tappe e nella misura dei risultati: abitanti, occupati stabili, fatturato dei prodotti tipici, servizi effettivamente aperti, e non soltanto l’avanzamento della spesa. Il Superbonus ha insegnato che cosa accade quando un incentivo è generoso, rapido e privo di condizioni.
Una scommessa
Torniamo alla domanda da cui siamo partiti. Un reddito di paesitudine non basterebbe e non servirebbe, perché il denaro dato alle persone, senza i servizi e il lavoro che le trattengono, se ne va con loro. Quello che i conti suggeriscono è un’altra cosa: un patto tra la Regione e i territori che finanzi per dieci anni la capacità produttiva di sedici distretti e i servizi di quarantasei Supercomuni, a condizione che i comuni si uniscano. Non è una scorciatoia e non è gratis. Nel nostro scenario centrale costa 3,2 miliardi netti in valore attuale, trattiene meno di novemila abitanti e porta il calo demografico dei distretti da meno 30,7 a meno 28,7 per cento in trent’anni. Se si cerca una cura contro lo spopolamento, è una cura lenta e parziale.
Ma forse la domanda giusta non è quanti abitanti si salvano. È che cosa resta di un’isola quando il suo interno non produce più castagne, zafferano, tessuti, formaggi, e non ha più chi sappia farli. Il Superbonus ha mostrato che lo Stato sa spendere cifre enormi in pochi anni, quando decide di farlo. Il Piano di Rinascita ha mostrato che spendere senza scegliere il territorio dove i soldi devono arrivare produce cattedrali nel deserto.
Un piano dei distretti, con i suoi limiti dichiarati e le sue condizioni, è almeno il tentativo di fare la scelta opposta: spendere dove la gente vive, per quello che la gente sa fare. E di fare la sola cosa che i paesi, da soli, non possono fare: smettere di essere duecentosettantatré piccole solitudini per diventare quarantasei luoghi capaci di tenere aperta una scuola. O di aprirne una nuova.
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