«Noi non ci mischiamo». A Messina è una questione di principio. Fratelli d’Italia e Sud chiama Nord sono due mondi «incompatibili», separati da una distanza scavata da almeno un decennio di battaglie politiche ed elettorali sul territorio: Comune per Comune, quartiere per quartiere. Qui il patto tra Cateno De Luca e Giorgia Meloni provoca mal di pancia, mugugni e puntualizzazioni. È l’epicentro di un malessere che cova da più parti in Sicilia e che fa da contraltare alla massiccia campagna acquisti del sindaco di Taormina. Perché se è vero che al momento trattasi di accordo nazionale, nessuno nega che, presto o tardi, avrà ripercussioni anche sull’Isola. Questione di qualche mese, il tempo che manca a delineare in maniera chiara il perimetro delle coalizioni per le prossime elezioni regionali. Così oltre alla città dello Stretto, voci critiche nella base dei due partiti neo alleati si alzano anche nel Ragusano e nel Trapanese.
L’ultimo corpo a corpo risale a pochi mesi fa. Alle Amministrative dello scorso maggio la sfida tra Sud chiama Nord e Fratelli d’Italia si è accesa a Messina, Barcellona Pozzo di Gotto, Milazzo, Giardini Naxos. Senza esclusione di colpi. «Sono storicamente due blocchi di potere contrapposti, serve tempo per far assorbire il colpo», ragiona un dirigente meloniano che osserva dall’esterno. Intanto il capogruppo di Fdi al consiglio comunale di Messina Libero Gioveni ha messo le mani avanti: «Noi restiamo all’opposizione, questo è solo un accordo elettoralistico», afferma confermando che non faranno nessuno sconto al sindaco Federico Basile, delfino di Scateno.
«Mi fa piacere che De Luca sia entrato nel centrodestra così si adeguerà alle nostre regole: la prima è l’educazione, basta linguaggi diffamatori», ironizza il deputato regionale di Fdi Pino Galluzzo, che ha la sua roccaforte elettorale soprattutto in provincia. Proprio lì dove militanti e amministratori locali sono in subbuglio. A dirlo è anche Tommaso Calderone, da poco transitato da Forza Italia a Futuro Nazionale di Vannacci: «Tanti mi stanno contattando, gente comune, qualche consigliere comunale. Non l’hanno presa bene, c’è amarezza e disaccordo. Chi è veramente di destra viene con noi, ci stanno lasciando praterie e a noi va benissimo».
Per provare ad arginare i mal di pancia, Galluzzo è corso ai ripari e ha convinto i massimi dirigenti del partito a raggiungere Messina per incontrare centinaia di amministratori locali. Succederà il 23 ottobre a Terme Vigliatore, dove arriveranno il responsabile nazionale dell’organizzazione Giovanni Donzelli, il ministro Nello Musumeci, il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e il commissario regionale Luca Sbardella (che sul matrimonio con Sud chiama Nord ci ha messo l’imprimatur passando in prima persona nel neonato gruppo deluchiano alla Camera). «È una richiesta che è venuta dal basso e ho trovato pronta disponibilità nei nostri leader», conferma Galluzzo che sembra avere le idee chiare: «Questo patto serve a fare rieleggere Meloni, non a farci stringere la mano nei territori, dove le scelte rimangono a totale discrezione degli amministratori locali. Noi non desideriamo entrare nelle giunta guidate da loro e non faremo entrare nessuno nelle nostre giunte. Dove non si va d’accordo, non c’è motivo di cercare percorsi comuni. Si valuterà caso per caso, ma rimaniamo due cose completamente differenti». Eppure il circolo di Messina centro di Fdi ha lodato pubblicamente l’accordo, augurando nuove strade condivise. «Sono ragazzate – taglia corto Galluzzo – non è la posizione del partito».
Dalle parti di Sud chiama Nord le prime defezioni si registrano nel Ragusano. Il circolo di Pozzallo ha annunciato la chiusura e i suoi fondatori l’uscita dal partito. «Sono con Cateno dal 2021 – spiega il fondatore Carmelo Distefano – l’ho seguito ovunque, ho condiviso le sue battaglie contro “la banda bassotti” di Schifani e contro “Armao Meravigliao”, ma mi ha enormemente deluso politicamente. Era contro il sistema e ora si allea col sistema. Noi non ci stiamo». Distefano e gli altri attivisti denunciano anche il mancato coinvolgimento dei territori. «Ci sentiamo presi in giro, aveva lanciato persino la tessera a punti: chi partecipava a più eventi avrebbe dovuto avere maggiori possibilità di essere candidato. E invece i tesserati non hanno mai contato». In provincia anche il circolo di Modica medita il congelamento e qualche malumore si registra pure a Ispica, dove alle ultime Amministrative Sud chiama Nord è stato alleato del Pd, con la benedizione del deputato regionale dem Nello Dipasquale.
Ma è a Trapani che il matrimonio sta già avendo conseguenze sul quadro politico. Marsala è l’unica città dove un’amministrazione di centrosinistra governa insieme agli uomini di De Luca, sia in giunta che nella maggioranza in consiglio. «È chiaro che le scelte di Sud chiama Nord necessiteranno un confronto – commenta la sindaca Andreana Patti, eletta a maggio – dovremo sederci attorno a un tavolo e se c’è un nodo lo scioglieremo. Ma noi restiamo un’amministrazione essenzialmente civica».
Al Libero Consorzio di Trapani, invece, l’adesione del presidente Salvatore Quinci a Sud chiama Nord e l’intesa con Fratelli d’Italia hanno portato alle dimissioni dell’assessora provinciale Laura Barone, consigliera di Alcamo ed esponente di Controcorrente. «La lista del presidente è nata sotto una spinta esclusivamente civica in netta competizione con il centrodestra», ha motivato la sua scelta. E il movimento civico Alcamo bene Comune federato con Controcorrente allarga il cerchio: «Quinci riesce a mantenere posizioni di governo grazie a politiche dei “più forni”, facendo riferimento alla destra di Fratelli d’Italia sul piano nazionale e al contemporaneo sostegno di buona parte del centrosinistra a livello provinciale e comunale». Da qui la richiesta a Pd e M5s di far dimettere «gli assessori riconducibili al centrosinistra» all’ex provincia, e al presidente Quinci «di prenderne atto e rassegnare le dimissioni».
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