Case green: da Bruxelles ultima chiamata per l’Italia


L’Unione Europea da Bruxelles lancia un ultimatum perentorio all’Italia e riapre lo scontro politico e normativo sulla transizione ecologica del patrimonio immobiliare nazionale. Il 1° ottobre 2026 la Commissione europea ha formalizzato l’invio di due distinti pareri motivati all’indirizzo del Governo italiano, ultimo passaggio formale previsto dalla procedura d’infrazione comunitaria prima del deferimento diretto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Roma ha ora esattamente 60 giorni di tempo per mettersi in regola, trasmettere i documenti richiesti ed evitare l’apertura di un contenzioso giudiziario che rischierebbe di tradursi in pesantissime sanzioni pecuniarie per le casse dello Stato.

La direttiva “Case green” e l’assenza del piano nazionale

Il primo fronte d’infrazione (fascicolo INFR(2026)2024) investe direttamente la Direttiva (UE) 2024/1275, meglio nota come Direttiva Case Green o EPBD (Energy Performance of Buildings Directive). Bruxelles contesta a Roma la mancata trasmissione della bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici. Nelle intenzioni della Commissione Europea, questo Piano non rappresenta una mera formalità burocratica, bensì la bussola operativa necessaria per offrire a famiglie, imprese del settore edile, investitori e istituti di credito una roadmap chiara e prevedibile sugli interventi dei decenni a venire.

Ecco cosa deve cambiare realmente per evitare l’apertura di un contenzioso giudiziario che rischierebbe di tradursi in pesantissime sanzioni pecuniarie per le casse dello Stato

I target vincolanti fissati dall’art. 9 della direttiva impongono passaggi precisi;

edifici residenziali: il consumo medio di energia primaria delle abitazioni dovrà ridursi di almeno il 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2020. Un punto cruciale della norma stabilisce che almeno il 55% di questo calo dei consumi debba provenire prioritariamente dalla riqualificazione del 43% degli immobili con le prestazioni energetiche peggiori (le classi F e G);

edifici non residenziali (uffici, centri commerciali, locali artigianali): vengono introdotte norme minime di prestazione che impongono la ristrutturazione del 16% degli immobili meno efficienti entro il 2030 e del 26% entro il 2033;

nuove costruzioni: a partire dal 1° gennaio 2028, i nuovi edifici dovranno essere strutturati a emissioni zero se di proprietà pubblica, ed estesi a tutta la nuova edilizia a partire dal 1° gennaio 2030.

Sebbene la direttiva imponga parametri aggregati a livello nazionale — lasciando ai singoli Governi la facoltà di stabilire incentivi ed esenzioni per categorie specifiche come seconde case, edifici storici o borghi vincolati — l’Italia accumula ritardi anche sul piano interno. Il decreto legislativo di recepimento della direttiva (scaduto il 29 maggio 2026) non è ancora stato approvato, lasciando in vigore solo il recente Decreto Requisiti Minimi ma bloccando l’adozione ufficiale della nuova scala A-G dell’Attestato di Prestazione Energetica (APE) e del cosiddetto “passaporto di ristrutturazione”.

Efficienza energetica: spettro di  sanzioni immediate

Se la procedura sul Piano edifici rischia di sfociare in una prima condanna della Corte di Giustizia volte ad accertare l’inadempimento, ben più imminente e severo è il secondo parere motivato (INFR(2025)0334), relativo alla Direttiva (UE) 2023/1791 sull’Efficienza Energetica. La norma, che ha sostituito la precedente direttiva del 2012 e la cui scadenza per il recepimento risaliva all’11 ottobre 2025, risulta recepita dall’ordinamento italiano solo in modo parziale. In questo caso, trattandosi della mancata comunicazione delle misure nazionali di trasposizione di una direttiva comunitaria, l’art. 260, par. 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) consente alla Commissione di richiedere alla Corte l’applicazione di sanzioni pecuniarie immediate già con il primo ricorso.

La Direttiva 2023/1791 stabilisce un quadro rigoroso: riduzione vincolante del consumo di energia finale a livello UE di almeno l’11,7% entro il 2030 rispetto alle proiezioni del 2020; obbligo per gli enti pubblici e le Pubbliche Amministrazioni di ristrutturare ogni anno almeno il 3% della superficie utile degli edifici di loro proprietà. Principio vincolante “l’efficienza energetica al primo posto” (energy efficiency first) da applicare in tutte le decisioni di pianificazione politica e di investimento infrastrutturale.

Da Bruxelles; il quadro delle quattro procedure d’infrazione aperte

La pressione di Bruxelles sull’Italia per quanto riguarda i dossier energetici si articola complessivamente su quattro diverse procedure d’infrazione avviate tra la fine del 2025 e l’autunno del 2026, evidenziando una difficoltà sistemica nell’allineamento con i pacchetti europei “Fit for 55”. La differenza sostanziale risiede nella natura delle sanzioni: mentre per il Piano edifici l’eventuale condanna accerterebbe solo l’inadempimento (richiedendo un secondo ricorso per erogare sanzioni), per l’efficienza energetica l’Italia rischia di dover pagare multe milionarie fin dal primo giudizio.

L’ultimatum giunge proprio mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze sta mettendo a punto il testo della Legge di Bilancio 2027. Il testo della Manovra rappresenta lo strumento chiave in cui dovranno essere definite le risorse finanziarie necessarie a sostenere la transizione, incrociando il delicato tema del riordino delle agevolazioni fiscali sulle abitazioni. A legislazione vigente (art. 1, c. 22, L. n. 199/2025), se il Governo non interverrà con nuove norme, a partire dalle spese sostenute nel 2027 si assisterà a un drastico ridimensionamento dei bonus edilizi: la detrazione per gli interventi di efficienza energetica (Ecobonus) e ristrutturazione scenderà al 36% per le abitazioni principali e l’aliquota calerà al 30% per le seconde case e le altre tipologie di immobili.

La minaccia di Bruxelles può creare il rischio di un crollo del settore edile

Sui tavoli del Governo sono attualmente in discussione diverse ipotesi di lavoro per evitare un crollo degli investimenti nel settore edile, quali la proroga di un Ecobonus potenziato al 65% destinato esclusivamente alle prime case per interventi ad alto impatto (isolamento termico tramite cappotto, sostituzione infissi, installazione di pompe di calore e impianti solari) e la stabilizzazione del Bonus Ristrutturazioni al 50% per l’abitazione principale (lasciando il 36% per gli altri immobili). Resta confermata, in ottemperanza ai divieti comunitari scattati nel 2025, l’esclusione totale dalle agevolazioni fiscali per la sostituzione o l’installazione di caldaie alimentate unicamente a combustibili fossili (gas metano).

Opposizione politica e nodi giuridici. Per Salvini “Bruxelles; Eurofollia delle Case Green”

Il raddoppio delle procedure d’infrazione riapre una spaccatura politica mai risanata tra il Governo italiano e le istituzioni di Bruxelles. L’Italia, infatti, si è opposta alla Direttiva Case Green fin dalla sua genesi, votando contro nel Consiglio dell’Unione Europea il 12 aprile 2024 al fianco dell’Ungheria, senza tuttavia riuscire a bloccare il testo, approvato a maggioranza qualificata. All’indomani della notifica dei due pareri motivati, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha espresso una durissima presa di posizione, dichiarando: «In Italia non ci sarà alcuna applicazione dell’eurofollia delle Case Green».

Nonostante la contrarietà della maggioranza politica, sul piano del diritto internazionale e comunitario le direttive e i regolamenti UE mantengono il loro carattere vincolante per lo Stato membro. Il mancato invio della pianificazione strategica e il mancato recepimento delle norme espongono l’Italia a sanzioni certe, mentre per i singoli cittadini e proprietari immobiliari non sussistono al momento obblighi diretti di ristrutturazione, in attesa che il quadro normativo nazionale trovi una complessa e inderogabile sintesi.




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