CONFISCA ZANGRILLO, CONTINUA L’EPOPEA GIUDIZIARIA DELL’IMPRENDITORE VICINO AI CASALESI


Beni confiscati a Vincenzo Zangrillo, continua la trafila dei rimpalli tra Cassazione e Appello per il discusso personaggio formiano

È probabile che non abbia mai fine la vicenda giudiziaria del controverso Vincenzo Zangrillo, l’imprenditore di Formia a cui fu sequestrato un ingente patrimonio Direzione Investigativa Antimafia. La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento di confisca dei beni di Vincenzo Zangrillo, il 60enne imprenditore di Formia, disposto dal Tribunale di Latina e poi confermato dalla Corte di Appello di Roma.

La Suprema Corte, a gennaio 2020, aveva accolto il ricorso dei legali di Zangrillo e dei suoi familiari, gli avvocati Giuseppe Stellato e Pasquale Cardillo Cupo, rimandando gli atti indietro ad altra Sezione della Corte di Appello per nuova pronuncia. Il provvedimento riguardava beni per un valore complessivo di oltre 22 milioni di euro, un patrimonio che comprende omprende 200 mezzi tra autoarticolati, autovetture, motocicli, furgoni, 150 immobili come abitazioni, uffici, opifici e magazzini, 21 ettari di terreni ubicati nelle province di Latina e Frosinone, 6 società, 21 conti correnti e rapporti bancari di varia natura.

Nel marzo 2018 il Tribunale di Latina, accogliendo la proposta del direttore della Dia, aveva confiscato il suo patrimonio nelle province di Latina, Frosinone, Napoli e Isernia, e provveduto a sottoporlo anche alla misura della sorveglianza speciale per tre anni.

Nel frattempo le carte bollate sono andate avanti e una sentenza della Corte di Cassazione dello scorso aprile, ma pubblicata solo oggi, 11 luglio, ricostruire quella che può essere definita una vera e propria epopea criminale. Intanto, va detto, che i giudici ermellini hanno annullato il decreto emesso il 5 giugno 2025 impugnato dalla difesa, con rinvio per ulteriore giudizio alla Corte di Appello di Roma. I ricorsi contro questi ricorsi sono stati presentati dal 67enne Vincenzo Zangrillo, dalla moglie Luisa Cannella e dal figlio Giovanni Zangrillo, oltreché dalle società A.G. Srl, Canguro Srl, Zag di Cannella Luisa & c. Sas,
Zangrillo Truck & Service e Taira Srl.

Importante la ricostruzione che fa la Cassazione della vicenda Zangrillo. Con decreto del 15 novembre 2017, il Tribunale di Latina aveva applicato a Vincenzo Zangrillo la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nel comune di Formia per la durata di 3 anni. Con lo stesso provvedimento era stata disposta nei confronti del medesimo anche la misura di prevenzione reale della confisca dei beni, mobili e immobili, aziende e società, anche se formalmente intestati ad altri soggetti, quali la moglie Luisa Cannella, i figli Antonio e Giovanni Zangrillo, e le società suddette.

Erano seguiti altri decreti emessi dal Tribunale di Latina, aventi ad oggetto la precisazione dei beni sottoposti a sequestro, come ad esempio trattori stradali e altro.

Vincenzo Zangrillo era stato considerato portatore di pericolosità generica secondo il codice antimafia riferita a “coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose”. In quel provvedimento era stata ritenuta la sicura pericolosità del suddetto Zangriilo, dando rilievo, in primo luogo, alle ripetute denunce per i reati di ricettazione e riciclaggio collegati all’attività di autotrasporto e compravendita di
autocarri svolta dal proposto. In secondo luogo, era stata considerata la detenzione illegale di munizionamento da guerra.

Era stato valorizzato anche il coinvolgimento di Zangrillo ad altre attività illecite, tra le quali quelle relative a una associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi e quelle relative al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, nonostante le corrispondenti vicende processuali non
fossero sfociate in un accertamento definitivo di responsabilità a suo carico.

Si era valutata pure la denuncia per i reati di estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni presentata da un uomo a gennaio 2008, che non aveva potuto essere scrutinata nel merito per la mancanza della querela in ordine al reato. Infine, erano state considerate le intercettazioni che avevano fatto emergere i collegamenti fra Zangrillo e noti esponenti del clan dei Casalesi, quali Nicola Schiavone ed Ettore Mendico.

Il requisito dell’attualità della pericolosità sociale era stato reputato sussistente a seguito dell’arresto di Zangrillo avvenuto il 31 marzo 2016. Era stato emesso decreto di sequestro per il reato di riciclaggio in concorso con Massimo Fedele, per il quale Zangrillo era stato sottoposto alia misura cautelare degli
arresti domiciliari per oltre sei mesi e in seguito condannato con rito abbreviato, il 23 novembre 2016, alla pena di 2 anni e 8 mesi di reclusione.

Alla base della misura patrimoniale era stata posta la relazione di perizia rassegnata dal dottor Lorenzo Palmerini, in forza della quale era stato considerato assodato che i numerosi beni intestati ai terzi interessati erano stati acquistati, in realtà, con provvista fornita dal proposto e, quindi, erano riconducibili a lui, non possedendo, i terzi intestatari, redditi sufficienti alla rispettiva acquisizione, e si era ritenuta provata la sproporzione tra la capacità reddituale di Zangrillo e del suo nucleo familiare e gli investimenti effettuati, con conseguente presunzione dell’impiego, per gli acquisiti, di fondi di illecita provenienza.

La Corte di appello di Roma, con provvedimento del 25 febbraio 2020, aveva riformato la decisione di primo grado in relazione alla durata della misura della sorveglianza speciale, riducendola a 2 anni e aveva confermato nel resto. Ne erano seguiti altri ricorsi. La Corte di appello di Roma aveva emesso il decreto del 23 ottobre 2023 con cui aveva escluso la confisca di una serie di altri cespiti, indicati nel dispositivo, con loro restituzione agli aventi diritto, e aveva confermato nel resto il provvedimento ablativo. La Corte di Cassazione, nel 2024, aveva annullato il suddetto decreto della Corte di Appello.

L’ultimo, fino ad ora, passaggio della intricata vicenda giudiziaria avviene con il decreto del 5 giugno 2025, depositato il 19 novembre 2025, quando la Corte di appello di Roma, decidendo in sede di terzo rinvio, in ulteriore riforma del provvedimento emesso in primo grado, ha disposto la restituzione all’avente diritto delle quote societarie della Canguro Srl, confermando nel resto il decreto del Tribunale di Latina, con le successive integrazioni, fermi anche i dissequestri dei beni disposti con i precedenti decreti della Corte di appello del 18 novembre 2021 e del 23 ottobre 2023.




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 Bernardo Bassoli

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